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Edilizia, a Bergamo persi 2mila lavoratori in un anno “Rischiamo l’estinzione”

Dai dati di Cassa Edile ed Edilcassa emerge un saldo negativo in dodici mesi di oltre 2mila lavoratori e 344 imprese: “Senza interventi drastici e celeri del Governo il settore rischia di scomparire”.

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Oltre 2.000 lavoratori e 344 imprese persi in un solo anno, l’ultimo. È questo il bollettino del settore edile in provincia di Bergamo, dai dati di Cassa Edile e Edilcassa aggiornati al mese di agosto. Un vero e proprio “smottamento epocale”, che ha colpito al cuore il sistema economico della provincia di Bergamo, dove l’edilizia da sempre ha rappresentato il motore del sistema produttivo.

Negli ultimi dodici mesi, gli iscritti agli enti bilaterali dell’edilizia sono stati 14.426 (6.129 in Edilcassa, 8.297 in Cassa Edile), contro i 16.535 del 2013. Le imprese sono passate dalle 3171 dell’anno scorso (1.995 artigiane, 1.176 “industriali”) alle 2.827 registrate a agosto: due saldi negativi che non invertono la tendenza in atto dal 2008, anno di esordio della grande crisi che ha iniziato a “bruciare” i posti di lavoro.

“La crisi cambierà profondamente il settore – è convinto Danilo Mazzola, segretario generale della Filca Cisl di Bergamo -. Oltre alla situazione di gravità che i dati in tutta la loro freddezza esprimono, va denunciato che è in atto da tempo, un fuggi fuggi generalizzato dal Ccnl Edili verso contratti più convenienti per le imprese, come ad esempio il metalmeccanico, che nulla hanno a che fare con la nostra specificità. Oltre che togliere tutele ai lavoratori, conquistate nel tempo con il sistema della Bilateralità, questo comportamento mette a serio rischio la tenuta degli enti stessi. In tal senso, le imprese devono essere coscienti che tale condizione non fa bene al settore e all’intero sistema edile Bergamasco: è necessario introdurre regole che obblighino l’applicazione del Ccnl partendo dagli appalti pubblici”.

Uno “smottamento epocale” anche secondo i dati dell’Osservatorio Casse edili Cnce del Sistema Bilaterale delle Costruzioni, diffusi in occasione della conferenza stampa di presentazione del Rapporto Formedil 2014 sulla formazione in edilizia, che purtroppo confermato la gravità della situazione.

L’edilizia è in crisi profonda, è un settore “che in assenza di interventi drastici e celeri del Governo rischia di scomparire”, come ha più volte denunciato Domenico Pesenti, segretario generale della Filca Cisl. Dal 2008 c’è stata una perdita degli investimenti di oltre un terzo, con una contrazione di attività registrata dalle Casse edili che si attesta intorno al 50%.

Uno scenario che per le imprese strutturate è ben peggiore se si considera che la gran parte del mercato della riqualificazione tenuto in piedi dagli incentivi non riguarda le imprese piccole e medie strutturate. Sul piano occupazionale oggi ci sono 750mila lavoratori regolari in meno, compreso l’indotto. Si calcola che il 70% della perdita occupazionale italiana riguarda il settore delle costruzioni.

Uno scenario apocalittico nel quale, a peggiorare le cose, ci pensa la pubblica amministrazione, con il cronico ritardo nei pagamenti dei debiti verso le imprese edili. Un “vizio” che ha colpito ben l’81% delle aziende del settore, con il risultato che una su due (il 53%) ha ridotto gli investimenti previsti a una su tre (il 36%) ha dovuto ridurre il numero dei dipendenti. Secondo recenti stime diffuse dall’Ance (l’Associazione nazionale costruttori) sarebbero circa 10 i miliardi di euro di ritardati pagamenti. I tempi medi di pagamento nei lavori pubblici rimangono molto elevati, circa 7 mesi, con punte di oltre 700 giorni in Calabria. Tra i dati diffusi anche quelli relativi alla contrazione nelle costruzioni, divisi per provincia: chi sta peggio è Roma, che da ottobre del 2013 a luglio 2014 registra la contrazione maggiore, -16%, seguita da Palermo e Perugia con -14%. Il confronto tra le prime 10 Casse edili rispetto alle 89 monitorate evidenzia come l’impatto della crisi abbia colpito nell’ultimo anno soprattutto le aree del Centro Sud e delle Isole, rispetto al Nord. A fronte di una media nazionale di contrazione di attività del 10% nel Nord Ovest il calo è stato del 9% e nel nord Est del 6% contro un 11% nelle regioni del Centro e del 14% nel Mezzogiorno.

Dinamiche simili si registrano anche per quanto riguarda le dinamiche occupazionali con il Nord che resta al di sotto della media nazionale e le Isole che arrivano a una contrazione di 15 punti in meno. Complessivamente dal 2008 al 2014 il numero delle imprese iscritte a 60 Casse edili si è ridotto del 41% (dato mese di luglio), passando da 87.895 a 52.188. Il numero degli operai è sceso da 419.922 a 223.593 con una riduzione del 47% per effetto di un calo delle ore lavorate che supera il 50%.

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Commenti

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  1. Scritto da il polemico

    rischiamo l’estinzione…e chi lo avrebbe mai detto?sono ormai 3 anni che l’investimento nel mattone è diventato il debito del mattone,solo i governi a guida pd credono che tassando il settore all’inverosimile,si può aspirare in una ripresa,ma chi si azzarda ad investire su un immobile rischiando poi di pagarci migliaia di euro all’anno di tasse,oltre alle spese fisse che gia ci sono.l’imu servirà a pagare gli ammortizzatori delle persone che hanno perso il lavoro per colpa dell’imu..

    1. Scritto da plinio

      il fatto che la crisi del mattone sia dovuta all’imu è una sua (reiterata) fantasia.
      il motivo principale della crisi è che sono state costruite più case rispetto al fabbisogno reale dei cittadini.
      il motivo principale per cui sono state costruite più case è che le banche, per un bel periodo, hanno avuto interesse a “vendere” mutui a chiunque, anche chi non dava le reali garanzie.
      poi la bolla è scoppiata. puff! se ne faccia una ragione, polemico, non sono (solo) le politiche di 3 anni.

  2. Scritto da mario

    xchè non pensare di mettere in sicurezza il territorio, magari usando i fondi europei,(l’anno scorso non utilizzati 4 ml di euro)si creerebbe lavoro e molto e non si guarderebbe alla pioggia come una catastrofe.e dulcis in fundo non si continuerebbe a CEMENTIFICARE

  3. Scritto da Daniele

    Se non cambiano binario certo che rischiano l’estinzione… anzi, per quello che mi riguarda l’edilizia bergamasca era già un fossile preistorico prima della crisi. Che senso ha aspirare ad una ripresa, per tornare a a cementificare il territorio come nei loro “anni d’oro”?

    1. Scritto da Piero

      Non tutti hanno nobili principi come lei: c’è anche chi si accontenta di campare facendo muri dove la gente vi abita. Mica sono economisti o statisti, i muratori che hanno scelto di fare quel lavoro. L’avessero saputo dell’arrivo della crisi, non avrebbero trovato problemi a fare i macellai o i panettieri. Mica sono sposati col cemento: è un’attività dignitosa come un’altra. Perché uno che apre una catena di ristoranti è un ganzo, invece un muratore che fa case è uno zombie per lei?