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Suicidio a scuola: “Io, prof critico noi insegnanti Avviciniamoci ai ragazzi”

Gianluca Spitaleri è un giovane professore bergamasco rimasto, come tanti dei suoi colleghi, sconvolto dalla notizia del suicidio dello studente del liceo Lussana, pochi giorni fa. E' con questa lettera che ha voluto rendere pubbliche le sue incertezze e, al tempo stesso, la sua speranza per un futuro migliore per il mondo dell'istruzione.

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Gianluca Spitaleri è un giovane professore bergamasco rimasto, come tanti dei suoi colleghi, sconvolto dalla notizia del suicidio dello studente del liceo Lussana, pochi giorni fa. E’ con questa lettera che ha voluto rendere pubbliche le sue incertezze e, al tempo stesso, la sua speranza per un futuro migliore per il mondo dell’istruzione, che di fronte a episodi così rimane sempre confuso e spiazzato. 

Ecco la lettera, integrale, del professor Spitaleri.

 

di Gianluca Spitaleri

Quando ero studente, ricordo che rimanemmo storditi per settimane. Uno di noi si era suicidato. Pare non riuscisse a sopportare le aspettative di quel liceo e della sua famiglia, così almeno ci raccontarono. Ricordo la morbosa curiosità di tutti i miei compagni, me compreso, durante l’intervallo e un vociare silenzioso e continuo nella mente e tra le parole di noi giovani studenti di quel Liceo che ripetevamo come un mantra il suo nome.

Oggi, dopo l’ormai rituale minuto di silenzio "in memoria di…" tra una lezione e l’altra, ho chiesto ai miei studenti e alle mie studentesse che cosa pensassero della scuola. E’ da anni che mi pongo questa domanda e non nascondo un certo imbarazzo nel sostenere che oggi la scuola non goda affatto di ottima salute. Anzi. Forse la scuola in Italia non ha mai goduto di buona salute. Del resto cosa potremmo aspettarci da una Istituzione che per definirsi si serve ancora del lessico militare: classe, appello, preside, nota disciplinare, punizione, campanella, registro, presente/assente (scanditi con toni decisi da bravi soldatini), ect ect.

In queste settimane ho letto numerosi interventi anche da parte di colleghi che mi hanno ancora una volta convinto che forse occorrerebbe descolarizzare tutti per ricominciare, permettetemi la contenuta provocazione. E ricominciare da dove? Dalle parole? Da una nuova riflessione su cosa possa essere oggi nel 2014 la scuola? Da idee nuove? Da obiettivi nuovi?

Qualche decennio fa, la scuola si assunse il compito di promuovere la scolarizzazione del nostro Paese. Un’Italia fragile, povera in cui studiavano in pochi e i tanti, soprattutto al Sud, chinavano il capo verso terra, zappando zolle inaridite dal sole. Fu un obiettivo illustre, e i tanti maestri e le tante maestre riuscirono con fatica in questo compito storico. Erano altri tempi, direbbe mio nonno: saggio contadino siciliano.

Oggi la scuola non piace più alle famiglie, agli insegnanti né tantomeno agli studenti e alle studentesse. Ci si guarda in cagnesco: vicini ma diffidenti. E come dar loro torto? Sono convinto che vada affermato un ruolo diverso della scuola, che sia nuovo nelle forme, nelle parole da utilizzare in classe, nelle aspettative reciproche, che sia costruttore di relazioni.

Questa mattina le mie studentesse mi hanno ancora una volta fornito la chiave di lettura di ciò che accade attorno a me e ancora una volta mi hanno dato la soluzione per comprendere cosa sia utile e cosa non sia utile a scuola.

Credo che dovremmo piantarla di ritenerci, noi insegnanti, gli unici detentori delle soluzioni giuste e smetterla di nascondere le nostre frustrazioni, mostrandoci moderni super eroi ed eroine, perché soltanto allora, a quel punto, riusciremo ad osservare i nostri studenti con occhi diversi e anche loro inizieranno a guardarci in maniera differente. Questione di prospettive? Di sguardi? Anche.

Oggi una mia studentessa mi ha detto che vorrebbe che la scuola si chiamasse la "casa dello studente" e siccome le parole sono importanti, credo che quella definizione sia bellissima e possa essere utilizzata. Un’altra mi ha detto che è assurdo che sia un voto numerico a valutare le conoscenze. Come darle torto? Nessun giudizio, solo uno sterile voto. Un’altra mia studentessa mi ha raccontato l’ansia e le aspettative che deve sopportare quotidianamente da parte dei genitori che hanno come modello di paragone il fratello o la figlia dell’amica: genietti incompresi! Vi sembra che banalizzino la scuola? Siete convinti che impoveriscano il nostro lavoro di bravi ripetitori stonati di nozioni? Non ne sono convinto. Piantiamola di ripeterci addosso che è causa della riforma scolastica, del numero troppo alto di alunni in classe, non prendiamo in giro i nostri studenti. Potremmo iniziare con un sorriso appena entrati in classe e una domanda del tipo: "Come va oggi ragazzi?".

Quelle sistematiche riforme che indeboliscono la scuola sempre di più vanno contrastate con azioni politiche serie, magari evitando di votare il "meno peggio" ad ogni elezione. Innanzitutto quindi la pratica dell’ascolto. L’organizzazione del tempo scuola, la frammentazione del sapere in materie, la programmazione delle verifiche e delle attività sottraggono risorse e attenzioni all’ascolto, alla comunicazione, al confronto e spesso impediscono, soprattutto nella scuola secondaria, di creare un contesto emozionale e affettivo adeguato all’apprendimento. La pratica dell’ascolto richiede il sistematico ricorso alla domanda: solo se si è davvero interessati agli altri si può imparare ad ascoltare. Come si può pretendere il coinvolgimento effettivo di chi non ha occasioni per essere ascoltato mentre si esprime, mentre espone i propri problemi e racconta le proprie emozioni?

Il rapporto scolastico è spesso un rapporto di dominazione: interrogatori, toni severi, vietato bere in classe, vietato mettere in discussione il punto di vista del docente, vietato contraddire il docente: una costante affermazione di dominio, una pratica di addomesticamento di giovani "ribelli" e "arroganti", in cui celare storiche frustrazioni, mortificazioni e rapporti anch’essi di dominazione che vedono attori differenti in contesti differenti.

Ripartiamo da quell’efficacissimo verso di Danilo Dolci, che dovrebbe costantemente alimentare il nostro mestiere più bello del mondo: "Ciascuno cresce solo se sognato". Ricominciamo a sognare noi stessi, iniziamo a sognare la scuola che vorremmo e facciamolo assieme ai nostri studenti e alle nostre studentesse.

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Commenti

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  1. Scritto da Erica

    Io da studentessa credo che la scuola debba essere una seconda casa,un luogo sicuro e prezioso da cui tener stretto insegnamenti,consigli,lezioni scolastiche e lezioni di vista ecc..da persone adulte,ormai vissute possiamo dire,che insegnino a noi adolescenti non solo ciò che ci serve per la scuola,ma anche ciò che può servirci per vivere bene.E i voti? E’ davvero brutto essere paragonati ad essi, ‘la mia verifica o il mio comportamento è da 6, quindi valgo 6’.Non dovremmo sentirci così.

  2. Scritto da Andrea

    Bisognerebbe iniziare a chiedersi che ragazzi le famiglie “consegnano” agli istituti… prepotenti spocchiosi e ribelli.. non sono tutti cosi’..ma educare e valutare dei ragazzi è difficile.. anni fa esisteva una cosa fondamentale che si chiama rispetto fra le parti… per il resto credo che per rispetto del dolore della famiglia che sta vivendo questa tragedia sarebbe il caso di smetterla di scrivere sui giornali e iniziare a fare qualcosa di concreto….

  3. Scritto da Stefano

    buonasera a tutti,io sono uno studente neodiplomato e sono assolutamente d’accordo con il docente.. Riguardo ai modelli da seguire personalmente ritengo che sia sbagliato in quanto non tutti siamo dotati delle stesse capacità .. Inoltre ci terrei a sottolineare che mi sono diplomato in chimica con il 64 e nonostante tutto sono responsabile di un laboratorio di analisi di una multinazionale che produce gomma, quindi i voti non contano nulla nel campo del lavoro

  4. Scritto da Claudio Carminati

    La scuola ha le sue colpe. Lo stato suo”datore di lavoro”pure. Gli studenti e i professori anche; ma la colpa maggiore c’è l”ha la famiglia. Con le sue ASSENZE, con il suo scarso apporto educativo. Non dimentichiamoci che le famiglie siamo tutti noi, siamo noi LA SOCIETÀ. Da questa consapevolezza, forse, potremmo ripartire. Ma chi comincia?

    1. Scritto da rita

      non posso essere più d’accordo

  5. Scritto da Gianfranco

    più umanità e meno burocrazia

  6. Scritto da Luigi

    La scuola deve formare ed educare i ragazzi. I professori amici, quelli che “massi il voto non serve a nulla” rovinano solo le giovani menti. Siamo in un mondo in cui i voti CONTANO, non sono essenziali ma servono. Smettiamola con questo buonismo che non porta a nulla. Cosi’ come collegare il suicidio di quello studente con il sistema scolastico italiano. “C’azzecca come i cavoli a merenda” diceva la mia rude maestra.

    1. Scritto da Roberta

      Salve, io mi sono diplomata nel 2010 con 60!!Sa perchè?!? Semplicemente perchè ad una professoressa girava così, non le piacevo, mio padre non era un medico ma un muratore, mia madre non era laureata ma aveva la terza media.. Eppure..L’hanno scorso mi sono laureata con il massimo dei voti!Sa a cosa mi è servito quel voto?? A DEMORALIZZARMI, stavo convincendomi di non iscrivermi all’università. Mi auguro che lei non sia un prof, e soprattutto che non sia come la mia di professoressa.

    2. Scritto da falco

      Quale “buonismo”? I voti CONTANO per valutare: e la valutazione a cosa serve? Serve alle persone o a cosa? A misurare le persone come merce qualsiasi? Prima di scrivere ci pensi. E se lei è un docente, ha per lo meno un’idea riduttiva del ruolo, non solo del “buonismo” che lei vede

  7. Scritto da MAURIZIO

    Molti interventi partono dal presupposto che la scuola, la famiglia o il cosiddetto mondo degli adulti abbiano sempre una colpa diretta. Il trauma, invece, ha anche uno spessore soggettivo. Non sempre è presente nella relazione reale. Può invece esserlo nel legame immaginario (cosa del tutto diversa). Se non c’è trauma nel reale, non si tratta di colpe degli adulti, ma di una responsabilità assai diversa, della quale sarebbe finalmente il momento di iniziare a discuterne.

    1. Scritto da daniela

      Concordo!

  8. Scritto da SilviaLoSai

    I professori non chiedevano mai se eravamo feliciiiii,
    Silvia, tu ridevi, scherzavi… Luca invece non parlava mai!!!

  9. Scritto da Pensatore anonimo

    apprezzo la lettera ,ma espongo mio modesto pensiero : in alcuni mestieri credo che la passione sia la base di tutto perchè senza quella difficilmente ci possano essere risultati dal punto di visto umano ,e mi riferisco a quei mestieri per i quali si svolge ruolo formativo.Io credo che la lettera sia piena di passione ma non dovrebbe essere solo il gesto estremo a portarci alla riflessione ma essere invece un’attività quotidiana che possa arricchire l’intero sistema scolastico e non

  10. Scritto da profTFA

    Bravo, Gialcuca! Grazie. Condivido ogni parola, ed ogni giorno cerco di mettere in pratica lo sguardo diverso. Risultato? Non solo l’ascolto arriva da chi è abituato a “fare bene”, ma ti riempie di gioia quando conquista anche chi di solito è in classe per dovere. Reciprocità e crescita quotidiana di alunno e docente….

  11. Scritto da CHESTER

    La qualità del sistema scolastico dipende esclusivamente dalla capacità degli insegnanti. Un bravo insegnante può fare miracoli anche in una capanna con il pavimento in terra battuta e una lavagna.

    1. Scritto da PAOLA

      Molto d’accordo, è successo a me negli anni 90.
      Le scuole che ho frequentato non tutte erano belle e pulite e comunque sembravano caserme, ma certi maestri e professori erano molto di “cuore” e anche se le ore di lezione erano inferiori a quelle odierne, c’era tempo per giocare, svolgere attività extra scolastiche, parlare, studiare e non solo a memoria (come spesso accade) e specialmente crescere insieme!

  12. Scritto da Sogno e realtà

    Buono. Ricordandoci che la scuola è società, e che questa società ha caratteristiche sue, con cui dobbiamo fare i conti, docenti, studenti, famiglie. Fuori e nella scuola.

  13. Scritto da Monello

    Caro professore, quando scrive “ect ect” intende “ElectroConvulsive therapy?”

    1. Scritto da B.G.

      lei non ha figli, vero?