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Lady Gaga senza lustrini con Tony Bennett profuma di classici e di jazz

C sono settimane in cui Brother Giober si supera: stavolta propone ben due recensioni, Cheek to Cheek della improbabile copia Bennett-Gaga e il Funky ‘n’ Roll di "Strut", ultimo cd di Lenny Krawitz. Ma non è finita... il nostro discomane vi offre un paio di affascinanti elenchi a tema: duetti musicali celebri e ispirazioni "altrui". Buon divertimento!

Giudizio:

* era meglio risparmiare i soldi e andare al cinema

** se non ho proprio altro da ascoltare…

*** in fin dei conti, poteva essere peggio

**** da tempo non sentivo niente del genere

***** aiuto! Non mi esce più dalla testa

 

 

ARTISTA: Tony Bennett & Lady Gaga

TITOLO: Cheek to Cheek

GIUDIZIO: *** 1/2

Posso immaginare che su queste pagine Lady Gaga non funzioni, ma l’uscita di questo disco ha una sua importanza per una serie di ragioni, la più importante forse proprio quella legata alla sua presenza.

Sui giornali specializzati sono stati spesi fiumi di inchiostro in questi giorni e molte sono state le pagine dedicate all’evento: si è parlato di conversione al jazz dell’artista pop per eccellenza e delle motivazioni che l’hanno portata a questa scelta.

Se devo essere sincero di tutto il carrozzone mediatico che si è buttato a capofitto sulla vicenda poco m’importa mentre sono più interessato al contenuto artistico del disco che giudico interessante.

Grande merito ovviamente è attribuibile a Tony Bennett, un artista formidabile, uno dei miei preferiti in assoluto. Ho già scritto su queste pagine di aver assistito a un suo concerto a Lucca circa 3 anni fa, uno show di 45 minuti circa con un combo di settantenni, che ha ammaliato il pubblico presente con note meravigliose.

Con questo disco vivrete le stessa sensazioni: grandi classici del passato, riproposti in modo abbastanza fedele al clima di quegli anni, con un uso prevalente di strumenti tradizionali, nessuna diavoleria elettronica. Profumo di jazz, di musica di altri tempi, brani interpretati con classe e gusto, senza sbavature.

È possibile che questo possa risultare un disco un po’ freddo ad alcuni, ma le musiche presenti sono perfette per alzarsi al mattino e coricarsi la sera.

E Lady Gaga?

Sin dalla copertina appare naturale, senza lustrini, senza trucchi esasperati, con viso pulito. Ma anche la partecipazione al disco è sempre misurata, mai invadente.

La voce poi è senz’altro bella, certo non formidabile ma comunque piacevole.

Credo che per Lady Gaga sarà una scelta questa che non pagherà: trattandosi di un prodotto, lei, commerciale, la partecipazione a questo progetto creerà scompenso tra il suo pubblico ed è possibile che parte si disaffezioni..

Forse ce ne avvantaggeremo noi che ascoltiamo “musica diversa” e chiediamo agli artisti qualcosa in più.

Il disco è equamente diviso tra soffici ballate, ultra famose, e brani di ispirazione jazz, quelli che un tempo costituivano il fulcro del repertorio delle big band (Count Basie et similia).

Tra le prime si distacca per intensità Don’t Wait Too Long: violini a fiumi e una chitarra jazzy confezionano un tappeto sonoro dolcissimo. Un brano perfetto per la sveglia mattutina.

I Can’t You Give Anything but Love è un altro evergreen affidato alla voce di Lady Gaga che però non sfigura, grazie ad una misura e una sobrietà sino ad oggi sconosciuta.

Every time you say Goodbye è un brano che io amo particolarmente in quasi tutte le versioni che ho ascoltato. Qui il suono è quasi struggente, solo piano e voce (affidata a Lei) e il risultato finale è suggestivo.

Lush Life è francamente un po’ noiosa, ma Sophisticated lady è il solito capolavoro, tanto bella da far male, da dare quasi fastidio. Le sfumature della voce di lui sono incredibili e l’interpretazione perfetta.

Bang bang è una bonus track registrata dal vivo: se ne poteva fare a meno.

Nature Boy è affidata ancora, all’inizio, alla voce di Lei ed ancora una volta l’interpretazione è, almeno, volenterosa; certo è che quando entra Lui il brano decolla e la differenza si sente tutta. Forse la presenza dell’orchestra è un po’ troppo invadente ma quei trenta secondi di “solo” di flauto, valgono il prezzo di tutto l’album.

Tra i brani maggiormente influenzati dal jazz, spicca Anything Goes che gode di una perfetta amalgama sonora regalata da una sezione fiati poderosa e dai funambolismi della batteria mentre la versione dell’immortale Cheek To Cheek, ci presenta Lady Gaga e Tony Bennett, in versione smagliante i quali, con il loro gioco di rimando canori, danno al brano uno swing contagioso e dove piano e chitarra regalano suggestioni uniche; Goody Goody è poco più di uno scherzo mentre Firely ci riporta dritti agli anni Trenta.

I Won’t Dance è registrata per essere riprodotta dal vivo e ancora una vota la sezione fiati fa meraviglie. Qui Lady Gaga lascia il segno perché anche la sua interpretazione, per una vota, appare allo stesso livello rispetto a quella del maestro.

Sulla stessa lunghezza d’onda è They Laughed un brano swingante , dove oltre la solita sezione fiati emerge anche il suono di una deliziosa chitarra.

Let’s face the Music è cantata ancora in duetto: l’arrangiamento si basa su una sezione ritmica più ricca del solito grazie all’innesto di percussioni di diversa specie. Delizioso è anche il solo di sax.

I don’t Mean a Thing è pura energia, e per di più contagiosa con i fiati che rimbalzano liberi nella camera dove sto ascoltando il disco. Il solito solo fa capire che i musicisti utilizzati appartengono alla specie dei fuoriclasse.

Gran bel disco, nulla di nuovo, ma dategli un solo ascolto e poi ditemi.

Se non si vuole ascoltare tutto il disco:

Sophisticated lady

Se non ti basta ascolta anche:

The Faboulous Baker Boys – OST

Diana Krall – Live in Paris

Dusty Springfield – Dusty in Memphis

Duetti nella storia (belli, strani, improponibili)

Frank Sinatra e Barbra Streisand: I’ got a crush on You

Crissie Hynde e UB40: I got You babe

Mick Jagger and Peter Tosh: Don’t Look Back

David Bowie and Queen – Under Pressure

Stevie Nicks and Tom Petty – Stop Draggin’ My Heart Around

Patty Labelle and Michael McDonald – On My Own

Roberta Flack and Donny Hathaway – The Closer I get To You

Robbie Williams and Nicole Kidman – Something Stupid

Pet Shop Boys and Dusty Springfield – What I have done to Deserve this

Nick Cave and Kylie Minogue – Where the Wild Roses Grow

Amedeo Minghi e Mietta – Vattene amore

RECENSIONE DOPPIA QUESTA SETTIMANA!!!!

 

Giudizio:

* era meglio risparmiare i soldi e andare al cinema

** se non ho proprio altro da ascoltare…

*** in fin dei conti, poteva essere peggio

**** da tempo non sentivo niente del genere

***** aiuto! Non mi esce più dalla testa

ARTISTA : Lenny Kravitz

TITOLO: Strut

GIUDIZIO: ***

Lenny Kravitz è una delle mie debolezze e non so dirvi perché: antipatico è antipatico, i suoi atteggiamenti da macho indispongono perché oramai anche lui ha una certa età. Le sue frequentazioni con il jet set, con il mondo del cinema, oramai abituali, la dicono gran lunga sul fatto che forse, per lui, la musica non è più l’interesse principale.

Musicalmente non è un genio, il suo modo di comporre è fortemente derivativo: insomma copia un po’ da tutti.

Però copia bene e questo Strut ne è l’ennesima riprova. Ci troverete la solita musica di Lenny, le solite schitarrate, i ritmi sincopati, i temi che “pigliano” in egual misura da Prince, da Hendrix, dagli Stones.

Un misto di Funky ‘n’ Roll che però funziona. È forse musica per chi non va troppo per il sottile, che però ti “acchiappa” e ti diverte (e di questi tempi è già abbastanza).

Provate ad ascoltare il riff chitarristico di Sex, canzone che sin dal titolo appare trita e ritrita . Ma, ripeto, ascoltate il riff e ditemi se non è accattivante, se non vi obbliga a muovere il piedino a ritmo. Ditemi se i vari “bridge” all’interno del brano non sono costruiti perfettamente e se il ritornello non è quanto di più furbo si possa escogitare.

Sulla stessa lunghezza d’onda, seppur meno riuscito è Dirty White Boots, un altro brano in puro “kravitz style” dove a mancare è forse una melodia riuscita, mentre il ritmo funky di New York è in grado di descrivere bene la vita della grande mela e il coro femminile di dare profondità al brano che in definitiva convince. Il sax disperato che suona alla fine offre poi uno squarcio di inquietudine, ma è solo un momento perché poi il basso torna a pulsare inesorabilmente.

Cambio di atmosfera con The Peasure and the Pain, una ballad anni ’60, un mid tempo particolarmente piacevole all’ascolto, pur non potendosi considerare memorabile.

La title track non è certo il brano migliore della raccolta anche se beneficia di una melodia immediata che riscuoterà successo soprattutto dal vivo. Una canzone “facilotta” piena di effetti e di “soli”, buoni per scaldare il pubblico. Un quarto di James Brown, un quarto di Prince, uno di Red Hot Chilli Peppers e l’ultimo quarto di Sly and The family Stone e il gioco è fatto.

Un po’ troppo scontata anche per la mia naturale benevolenza è Frankestein, basata come è su un giro di basso ipnotico. Però anche in questo brano al primo ascolto banale, di rilievo è la presenza di un coro che avvicina il tutto alle migliori esperienze di Joe Cocker. Niente male neppure l’armonica anche se messa lì in modo (troppo) evidente per stupire.

She’s a Beast è calma e rilassata e ricorda alcune ballate di gruppi americani degli anni settanta. Buono il risultato finale, bella l’atmosfera..

I’m a Believer è ritmata e ricorda alcune cose degli Stones dei primi anni: il brano però a me è parso senza né capo né coda, meglio Happy Birthday, una ballata intrisa di soul, con sax in evidenza che ricorda un misconosciuto artista degli anni ’70, Billy Vera.

I never Let You Down è un brano lento, di quelli che lasciano il segno; ricorda vagamente Purple Rain di Prince anche se non ha il medesimo pathos. Ad ogni modo funziona e alla fine soddisfa.

Chiude il tutto Ooooo Baby baby, e siamo di nuovo negli anni Sessanta: ancora una ballata che paga pegno ai gruppi vocali di quegli anni, a Smockey Robinson e a tutta la Motown. Ma anche in questo caso, seppur il brano vi sembrerà di averlo ascoltato mille altre volte, il risultato finale è garantito.

Ah! mi sono dimenticato… una volta tanto il brano più bello è quello che fa da traino all’intero album: The Chamber è già un tormentone, ma questa volta mi allineo ai gusti del pubblico più ampio. Basata come è su un ritmo contagioso e su un giro di basso al fulmicotone, la canzone ti entra in testa e non ti esce più. Qui il pegno lo si paga a un sacco di persone, ma chissenenfrega … io nell’ultima settimana l’ho sentita sino a farmi venire la nausea.

Se non si vuole ascoltare tutto il disco:

The Chamber

Se non ti basta ascolta anche:

James Brown – Live at the Apollo

Prince – 1999

Sly and the Family Stone – Higher

Ispirazioni…

Lenny Kravitz verso James Brown

Southside Johnny verso Bruce Springsteen

Vonda Shepard verso Rickie Lee Jones

Rickie Lee Jones verso Joni Mitchell

Zucchero verso il mondo intero

Audio 2 verso Lucio Battisti

Loggins and Messina verso CSN&Y

Dave Matthews Band verso Phish e viceversa

Phish verso Grateful Dead

Jake Bugg verso Bob Dylan

Babyface verso Michael Jackson

Red Hot Chilli Peppers verso Rolling Stones

Commenti

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  1. Scritto da brixxon53

    Il valore di Tony Bennet è fuori discussione, tanto che riesce anche a farmi “digerire” Lady Gaga che, con tutto il rispetto, è lontana anni luce dai miei gusti. Nel disco, da sentire, è interessante il mix tra due personaggi e due voci che nulla hanno in comune. Piccola aggiunta ai duetti: Body & Soul TONY BENNET AMY WINHOUSE I’ve got you under my skin FRANK SINATRA BONO Don’t let the sun… ELTON JOHN GEORGE MICHAEL Elephant love medley NICOLE KIDMAN EWAN MCGREGOR JAMIE ALLEN (trio)

  2. Scritto da baz

    ah ah, “Zucchero verso il mondo intero”, grande Brother Giober!