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Economia

Galizzi: “L’articolo 18? Fermo a 40 anni fa Adeguiamoci al mondo”

Toglierebbe l'articolo 18 perché non c'è nei Paesi che sono i veri competitor dell'Italia, ma Ercole Galizzi, presidente di Confindustria Bergamo, annunciano la prossima assemblea dichiara: "I lavoratori sono la vera forza, sono il vero patrimonio di un'impresa. Non troverà mai un imprenditore ideologicamente contro i propri lavoratori. Dobbiamo uscire da questi schemi, è una situazione che va rivista perché non più attuale con un mondo globalizzato"

Lo scorso anno si presentò sul palco dall’assemblea generale di Confindustria con in mano il volume del codice del lavoro tedesco mentre a terra c’era una catasta di libri, il codice italiano. Fece scalpore, ma il messaggio era chiaro: “non possiamo competere per la troppa burocrazia che attanaglia il sistema Italia”.

Ercole Galizzi, presidente di Confindustria, alla prossima assemblea in calendario il 13 ottobre parla di riforme. Senza nessun attacco, nessuna polemica, anzi con tanta buona volontà di essere protagonista di un cambiamento. Non per niente all’interno dell’assemblea ci sarà una tavola rotonda dal titolo “Scegliere di cambiare”.

All’appuntamento di Confindustria sarà presente anche Matteo Renzi, che del cambiamento ha fatto un cavallo di battaglia.

Presidente Galizzi, proprio in questi giorni gli industriali francesi chiedono di inserire cambiamenti: rivedere le 35 ore settimanali, togliere alcune festività, ricalibrare altre limitazioni per l’orario notturno e festivo, e fanno il paragone con i vicini tedeschi che lavorano 1.843 ore all’anno contro le 1.650 dei francesi. Anche l’Italia ha bisogno di questi cambiamenti?

“Non è certo da oggi che Confindustria chiede all’Italia questo tipo di cambiamento. Il mondo delle imprese si è accorto tempo fa di questo scollamento, questa distanza tra il mondo produttivo che cambia rapidamente, e dopo la crisi ancora di più, in modo significativo a causa della globalizzazione. Dall’altra parte ci troviamo a dover competere con il mondo avendo dei regolamenti che sono degli Anni Settanta quando c’era stabilità, c’era la crescita, il mercato era diverso, diciamo c’erano delle condizioni che oggi non ci sono più. È chiaro che un ammodernamento complessivo del Paese sia necessario”.

A partire dalla riforma del lavoro?

“Non dobbiamo illuderci. La riforma del lavoro non è detto che crei occupazione, ma sicuramente favorirebbe la nuova occupazione, se accompagnata da una maggiore fiducia e da condizioni che spingano a nuovi investimenti. La riforma del lavoro e la modernizzazione in diversi campi soni essenziali, indispensabili all’Italia. Le riforme annunciate a diversi livelli da questo Governo toccano temi importanti e delicati che contribuiscono in modo significativo alla competitività di questo Paese”.

In piena sintonia con Renzi o c’è qualche tema delle riforme che la preoccupa?

“Non sono i temi che mi preoccupano. La vera leva di queste riforme è il tempo: quanto tempo ci impieghiamo a farle? Fossimo partiti dieci anni fa, ci saremmo potuti permettere un tempo più lungo per arrivare al traguardo. Purtroppo oggi partiamo in ritardo e quel tempo perso dobbiamo recuperarlo nei processi decisionali”.

Preoccupato che non si faccia in tempo?

“Sono spaventato quando osservo che per eleggere due membri del Consiglio superiore della Magistratura ci si impiega settimane o mesi. Non vorrei che, al di là delle buone intenzioni, all’interno del Parlamento poi si affossino le vere riforme. Negli ultimi sette anni abbiamo perso 30 punti di produttività, mentre la Germania corre con il suo livello di occupazione, la sua crescita”.

Tra le tante riforme invocate c’è l’abrogazione dell’articolo 18. Da imprenditore le è mai capitato di dover riassumere qualcuno a seguito di un ingiusto licenziamento?

“Mi permetta però di fare una precisazione: i lavoratori sono la vera forza, sono il vero patrimonio di un’impresa. Non troverà mai un imprenditore ideologicamente contro i propri lavoratori. Dobbiamo uscire da questi schemi, è una situazione che va rivista perché non più attuale con un mondo globalizzato che è più agile, che corre perché non è legato a certe contrapposizioni del passato”.

Toglierebbe quindi l’articolo 18?

“É un articolo che rientra in uno schema di oltre 40 anni fa, è fuori contesto. La riforma del lavoro sarà efficace se darà un contributo e se sarà capace di ridurre questa distanza legata alla produttività in cui il costo e le modalità di lavoro sono un elemento essenziale. Ma anche qui vorrei invitare a guardare oltre il nostro confine, non parlo di Cina o India, i nostri primi competitor sono in Europa. Io sono fiducioso, dopo l’unione monetaria credo sia fondamentale che l’Unione Europea abbia una fiscalità unica e regole del lavoro uguali per tutti i Paesi. Nel breve periodo dobbiamo fare delle riforme necessarie, il tempo stringe, ma possiamo essere avantaggiati e prendere quanto di buono è già stato fatto negli altri Paesi europei, non dobbiamo inventare cose nuove”.

Da imprenditore che lavora molto con l’estero, quando posa il suo sguardo sull’Italia che cosa vede?

“La prima cosa che noto è che la Bergamasca ha la fortuna di avere molte imprese che hanno un’esperienza simile alla mia di essere agganciati ai mercati mondiali. Osservo che è una fortuna, ma data dalla grande capacità di aver costruito questo rapporto con mercati differenti e competitivi, sapendo proporre prodotti di alta tecnologia e molto innovativi. Non è facile fare export. Però se osservo che negli ultimi sei mesi il manifatturiero bergamasco ha registrato un più 2,9% di produzione, più 4,6% di esportazione rispetto all’anno precedente, significa che questo territorio è agganciato al mondo. E il mondo cresce a grande velocità”.

Il mondo corre e noi?

“Noi siamo immersi un purtroppo in una cultura che non agevola l’impresa. Penso alla burocrazia, quando un imprenditore si trova a fare un rinnovo ambientale del proprio sito produttivo deve affrontare mille ostacoli, aspettare tempi biblici e pareri che non arrivano mai e questi sono costi per le imprese”.

Il direttore del Corriere della Sera ha bocciato il premier Renzi che ha fatto del cambiamento la sua bandiera. Come commenta questa posizione?

"Ognuno ha la propria opinione e il direttore De Bortoli l’ha espressa".

La condivide?

“Credo che la determinazione e il tentativo di rompere gli schemi presidente Renzi di cambiare questo Paese, dimostrano che la scelta che ha fatto è chiara. Credo che meriti una prova sul campo".

Un attacco simile, non dimostra che con un governo nato sette mesi fa, non siamo capaci di fare sistema?

"I ritmi e i tempi di questi tipi di cambiamenti li detta il Governo. Lo stile del primo ministro di aver in mente il suo traguardo, spingere in quella direzione senza farsi imbrigliare dai vari interessi, qualsiasi essi siano, credo sia figlio del fatto che non c’è tempo da perdere. Nel momento dell’implementazione poi ci sarà tempo per confrontarsi e ascoltare con le varie componenti della società".

La Bce ha aperto al credito, ma le imprese non hanno avanzato richieste a questa apertura. Che cosa è mancato?

“Un vecchio adagio recita: se il cavallo non beve è inutile dargli l’acqua. Siamo in una situazione in cui il Paese è senza fiducia, è in attesa di vedere quello che succederà. Al mercato italiano mancano investimenti e la ripresa dei consumi”.

La prossima assemblea di Confindustra si svolgerà alla Persico di Nembro dove si creano scafi favolosi di barche leggendarie. Ma la nave Italia di cambiare rotta?

“Io credo che il cambiamento non sia da intendere in una forma astratta. Il cambiamento di rotta avverrà quando ognuno di noi – che sia un imprenditore, uno studente, un docente, un politico, un libero professionista….- avrà capito che cosa dovrà cambiare nel proprio ruolo per essere moderno. Ecco, allora sarà il cambiamento vero”.

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