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Silvia Giordani sperimenta a Genova le nanoparticelle per diagnosticare il cancro

La ricercatrice bergamasca Silvia Giordani, dopo una vita tra Stati Uniti e Irlanda, è rientrata in Italia e a Genova sperimenta l'uso delle nanoparticelle come strumenti per la diagnosi dei tumori.

Le nanoparticelle come strumenti per la diagnosi dei tumori: è questa l’idea di Silvia Giordani, professoressa bergamasca che, dopo una vita all’estero tra Stati Uniti e Irlanda, è tornata in patria all’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova.

“Sono tornata in Italia perchè credo che questo Paese possa cambiare – ha confidato in un’intervista con il Secolo XIX – Giro molto nelle scuole e attraverso la formula del tirocinio cerco di offrire un’esperienza a giovani di valore. Era successo in Irlanda e sta succedendo anche qui dove abbiamo preso con uno stage di sei mesi uno studente universitario bergamasco molto bravo”.

A Genova Silvia Giordani lavora in particolare sul fullerene multistrato, una nanoparticella che per prima ha reso solubile e capace di disperdersi in un liquido biologico. In generale con il suo gruppo di lavoro modifica le nanoparticelle, rendendole fluorescenti: l’idea è che quando il pH dei liquidi biologici con cui entra in contatto è acido la particella si accenda, e si spenga quando il pH è basico. Questo favorirebbe la diagnosi di tumori in funzione dell’acidità del tessuto tumorale.

Oggi non è ancora possibile – ha ammesso la dottoressa bergamasca – ma ci stiamo lavorando”.

Il video (tratto dal Secolo XIX) del laboratorio di Silvia Giordani a Genova: 

 

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