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Lullaby and…: l’Africa di Robert Plant, ispirato percorso della memoria

Trent'anni di carriera solista per l'ex Led Zeppelin e un disco che non ha nulla di commerciale: difficile ed emozionate. E sulla scia del'ultimo Robert Plant, il nostro Brother Giober propone i cd dal "mal d'Africa", oltre alle 5 canzoni dei Led da far ascoltare "a forza" ai vostri figli.

Giudizio:

* era meglio risparmiare i soldi e andare al cinema

** se non ho proprio altro da ascoltare…

*** in fin dei conti, poteva essere peggio

**** da tempo non sentivo niente del genere

***** aiuto! Non mi esce più dalla testa

 

 

ARTISTA: Robert Plant

TITOLO: Lullaby and… the Ceaseless Roar

GIUDIZIO: ***1/2

Vecchio Robert, te ne freghi di tutto e di tutti!

Potresti ripetere all’infinito i riffs degli “Zep”, rinverdirne i fasti con i vari “never ending…” e i “farewell…” tour, fare dischi di duetti. Ne avresti diritto visto quello che hai fatto per il rock.

E invece “cheffai”? Pubblichi un disco che avrà poco riscontro commerciale, ma che è profondo, ispirato, che percorre sentieri angusti, che richiede ripetuti ascolti, neppure distratti.

Tutto il contrario di quello che oggi il mercato richiede.

Forse fai bene a infischiartene perché oramai i figli sono a posto, le mogli anche, problemi economici non ne hai certo.

Meglio così perché i primi a goderne sono i tuoi affezionati ascoltatori.

Lullaby and… è il decimo album della trentennale carriera solista di Plant, storica voce e leader dei Led Zeppelin e l’ultimo di una formidabile triade che comprende Band of Joy (del 2010) e Rising Sand (con Alison Krauss del 2007 ), quest’ultimo, in particolare, un grande successo di pubblico e di critica.

Con Lullaby and… Robert Plant spariglia nuovamente il banco e ci offre un lavoro ispirato, fatto di nuove sonorità, frutto di approfondita e raffinata ricerca, senza preoccuparsi più di tanto del riscontro, più per saziare la propria fame che non quella del pubblico.

Il disco è registrato negli studi di Peter Gabriel e che vi siano alcuni chiari riferimenti ai lavori dell’ex voce dei Genesis è lampante: l’uso di strumenti e il richiamo ad atmosfere etniche, con particolare riferimento ai suoni dell’Africa, sono frequenti.

La qualità della ricerca sonora è da attribuirsi soprattutto alla band che lo accompagna, i Sensational Space Shifters, un super gruppo fatto di musicisti che hanno già collaborato con Plant nel passato come il chitarrista Justin Adams e il tastierista John Baggot (entrambi già presenti su Dreamland del 2000), oppure come il bassista Billy Fuller e il chitarrista / banjoista Liam “Skin” Tyson (presenti alle session di Mighty Rearrenger del 2005), mentre volti nuovi sono quelli del batterista Dae Smith e di Juledh Camara, gambiano e virtuoso del “ritti” una sorta di violino a una corda.

Dimenticatevi i vocalizzi del nostro, le ottave impossibili da raggiungere, l’ugola d’acciaio perché qui le interpretazioni sono sempre misurate, sentite. È giusto parlare di soul, perché questa è vera musica dell’anima e d’altra parte non potrebbe essere che così perché basterebbe, per rendersene conto, guardare le fotografie di oggi dell’artista, che ritraggono un uomo consunto, solcato da rughe profonde come canyon ma tutto sommato felice, sereno, rilassato.

Lullaby è una sorta di percorso della memoria, un ripercorrere i luoghi e gli affetti del passato: da qui il riff dell’iniziale Little Maggie che ricorda quello di Nobody’ Fault, mentre in Turn It Up un verso recita “the road remains the same”, e la prima strofa di Pocketful of Golden rinvia direttamente a Thank You, e numerosi sono richiami alla storia conclusa con Patty Griffin.

Undici brani in tutto, nove originali e due no: Maggie May è un traditional mentre “Po’ Howard” una rilettura di Leadbelly.

Sin dalla prima canzone il rischio di rimanere spiazzati è grande: Maggie May è un vero e proprio puzzle sonoro costruito con l’ausilio di strumenti etnici, che rendono diretto il riferimento ai paesi del mediterraneo, alla loro cultura, alla loro storia. Il brano crea subito una suggestione magica benché non siano questi i suoni a cui le nostre orecchie sono abituate.

Sofferta è Rainbow, una ballad dove la chitarra detta il tema e dove Plant è meno misurato che in altre parti del disco. Il trasporto dell’interpretazione consente al brano di assumere i tratti del blues, anche se di blues non si può parlare. Il coro richiama suoni e suggestioni lontane nel tempo.

Di Pocket of Golden è difficile individuare la melodia, ma la sovrapposizione degli strumenti, la batteria in controtempo offrono un affresco sonoro nel quale è facile abbandonarsi. È un brano apparentemente senza capo né coda ma che alla fine ti avvolge e ti seduce.

Embrace Another Fall è la canzone in cui meglio che altrove è possibile percepire le influenze africane e dove la commistione di suoni elettronici con quelli etnici raggiunge il risultato più convincente mentre Turn It Up riconduce l’ascoltatore verso lidi più famigliari. Il brano, una sorta di blues, è straziato dal suono di una chitarra distorta che conduce l’ascoltatore verso sentieri tortuosi della mente. Il cantato è particolarmente sofferto e ricorda, in parte, quello di Robert Smith dei Cure.

Un’oasi di pace è A Stolen Kiss, una ballata meravigliosa, pianistica, rilassata, dove Plant si esibisce in un’interpretazione che è pura delizia per le orecchie.

Sono ancora suoni conosciuti quelli di Somebody there una ballad tipicamente english che ricorda i Kinks, e che è dotata di un ritornello perfettamente riuscito che ti entra immediatamente nella testa. Pure pop for People now diceva, se non sbaglio, Nick Lowe.

Poor Howard è un rifacimento di Leadbelly e ha un arrangiamento che rispetta in pieno lo spirito del tempo infarcito come è di violini e mandolini.

È la volta di House of Love ovvero il capolavoro che non t’aspetti: una ballata ancora dal gusto tipicamente anglosassone. Il ritornello è perfetto come l’arrangiamento. Una canzone semplicissima, al limite del banale ma che coglie nel segno, dolce com’è.

Up on the Hollow Hill è un brano ricco di suggestioni, basato sulla sovrapposizione di suoni elettronici in grado di creare un’atmosfera tesa e inquieta e che di fatto sfocia senza soluzione di continuità nell’ultimo brano della raccolta, Arbaden (Maggie’s Baby), una sorta di incubo sonoro, “à la Tom Waits”, nel quale gli strumenti si rincorrono tutti, senza un’apparente logica. So solo però che il tutto funziona ancora meravigliosamente.

Un gran bel disco, non perfetto, ma forse per questo ancor più emozionante.

È oramai una settimana che lo ascolto ripetutamente e non mi ha ancora stancato anzi, ogni volta, mi affascina di più. Sono certo che piacerà anche a voi.

Se non si vuole ascoltare tutto il disco:

House of Love

Se non ti basta ascolta anche:

David Crosby – Croz

Wilko Johnson e Roger Daltrey – Going Back Home

Badly Drawn Boy – About a Boy

Mal d’Africa:

Talking Heads – Fear of Music

Paul Simon – Gracelend

Peter Gabriel -So

Ry Cooder and Ali Farka Touré – Talking Timbuctu

Miles Davis – Bitches brew

5 canzoni dei Led Zeppelin da trasferire sull’Ipod dei vostri figli e costringerli ad ascoltarle almeno una volta al giorno:

Stairway to heaven

Black Dog

Whole Lotta Love

Kashmir

Immigrant Song

 

 

Commenti

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  1. Scritto da brixxon53

    Da storico fan dei Led ho continuato a seguire RP nel suo percorso solistico, per niente banale. Questo disco non è facile, ha ragione Umberto, ma vale la pena di averlo proprio perché completa la triade citata da BG. A proposito, mi permetto di segnalare i miei 5 titoli: Whole Lotta Love – Dazed and Confused – Babe I’m gonna leave you – That’s the way – Since I’ve been loving you (per me la canzone più bella di sempre). Buona musica a tutti.

  2. Scritto da umberto

    Disco un po’ difficile oggettivamente, l’ ho ascoltato 3 o 4 volte ma ancora non mi è entrato nella pelle, se cosi si puo’ dire. Vero è che non sono un amante della world music quindi. Di contro apprezzo molto R:Plant , non ha mai voluto riunirsi con i Led e di questo lo ammiro. Chi lo ha conoscito lo descrive come uomo affabile gentile ,che non se la “tira”…Chapeau…