BergamoNews.it - Bergamonews notizie in tempo reale da tutta Bergamo e provincia: cronaca, politica, eventi, sport ...

Mastrorocco, il film “La zuppa del demonio” e la falsa abbondanza

Intervista a Giorgio Mastrorocco, co-sceneggiatore dell’ultimo film di Davide Ferrario. Presentata alla Mostra del cinema di Venezia pochi giorni fa, la pellicola verrà proiettata in anteprima a Bergamo da Lab 80, martedì 16 settembre alle 21 all’Auditorium di piazza Libertà.

Intervista a Giorgio Mastrorocco, co-sceneggiatore dell’ultimo film di Davide Ferrario. Presentata alla Mostra del cinema di Venezia pochi giorni fa, la pellicola verrà proiettata in anteprima a Bergamo da Lab 80, martedì 16 settembre alle 21 all’Auditorium di piazza Libertà. La breve conversazione con Mastrorocco, a cui Ferrario ha affidato anche la ricerca storiografica e letteraria, evidenzia alcuni aspetti di questo documentario dedicato all’idea positiva di progresso che ha accompagnato lo sviluppo industriale e tecnologico del Novecento e la generazione stessa di Ferrario e Mastrorocco.

Partiamo dal titolo, “La zuppa del demonio”, espressione utilizzata da Buzzati nel commento a un documentario industriale del 1964, Il pianeta acciaio, per descrivere le lavorazioni nell’altoforno. Che ci fosse già allora in questa espressione una vena di critica ironica?

"Buzzati aveva uno spunto giocoso quando commentava i film di impresa e la vena critica sarebbe stata in contrasto con la committenza. Buzzati si riferiva in modo appunto divertito all’aspetto pantagruelico degli altoforni e siamo stati piuttosto Davide ed io a riscontrare l’ironia e l’ambiguità, a cinquant’anni di distanza, di questa espressione che ci ha subito colpito".

Dunque con gli occhi di oggi il Progresso vi appare maledetto e sospetto, un po’ come la pecunia nel Medio Evo era considerata “lo sterco del diavolo”?

"Niente affatto, è quell’idea di progresso, non il progresso in sé, che oggi mostra la sua ingenuità. Non avevamo alcuna tesi precostituita da dimostrare nel realizzare questo film, solo l’onesta intenzione di misurarci con il patrimonio strepitoso dell’Archivio Nazionale del Cinema d’Impresa di Ivrea, dove sono raccolti cento anni di documentari industriali di tutte le più importanti aziende italiane. L’Archivio di Ivrea, affidato a Sergio Toffetti, esprime una consapevolezza culturale attenta a salvaguardare e diffondere i film di impresa; ormai sono più di 2000 i documentari digitalizzati e messi in rete. Una vera miniera che ci è stata messa a disposizione e dove ci sono pellicole di altissima qualità che sono i lavori dei maggiori registi italiani: Olmi, Bertolucci, i Taviani, Emmer, Risi… I grandi maestri degli anni ’50 e ‘60 si sono misurati in questo tipo di cinematografia con una creatività e perizia che ci hanno affascinato ogni giorno durante la nostra analisi. Pensi che abbiamo trovato anche un carrello costruito apposta per consentire di filmare gli impianti di una fabbrica dal soffitto per almeno un kilometro…"

Tornando al progresso…

"Sì, dicevo che non si è voluto raccontare che quell’approccio ha prodotto quel che ha prodotto ed è oggi sotto gli occhi di tutti dal punto di vista ambientale. Piuttosto volevamo raccontare l’idea del progresso che c’era dietro a certe azioni e scelte e che tutti, badi bene, a destra come a sinistra, anche gli intellettuali, hanno condiviso perché l’idea che lo sviluppo industriale e tecnologico potesse fare il bene era assoluta".

Un esempio?

"Parliamo della rottamazione di centinaia di auto trasferite e gettate nel golfo di Varazze con la convinzione che potessero favorire il ripopolamento marino! E citiamo il commento apparso all’epoca su La Stampa che la considera un’azione legittima e buona. Lo stesso vale per gli ulivi rasi al suolo nella piana di Taranto per far posto agli impianti siderurgici. Nessuno si poneva troppe domande perchè la maggior parte era convinta che il fine fosse rendere il mondo migliore e questo giustificava il mezzo".

Ma raccontate l’ingenuità o la stupidità di questa idea? Ormai sappiamo tutti che l’oggettività del genere documentario non esiste.

"Eppure non ci interessa dare un giudizio, perché parlano le immagini. La nostra riflessione semmai filtra attraverso le brevi citazioni dei grandi scrittori di quegli anni. Una sorta di controcanto. Così le parole di Calvino da Marcovaldo sul consumismo, quelle di Gadda, Ottieri, fino a Giorgio Bocca nell’1980 che dice bene che negli anni ’50 e ‘60 eravamo tutti innamorati di questa improvvisa abbondanza (c’era anche una generazione che sfuggiva alla fame della guerra) fanno riflettere sul fatto che non proprio tutti erano allineati. Abbiamo dunque preferito lavorare su un contrappunto sincronico, di voci contemporanee agli eventi, piuttosto che su un nostro commento a posteriori. Ci fermiamo poi agli anni ’70 con la crisi energetica che è stata una doccia fredda su questo mito di progresso inarrestabile e benefico".

E dunque la riflessione/registrazione di eventi mostrata dal film non sfocia in una visione, uno spunto sul da farsi per andare in una direzione diversa?

"Figuriamoci, oggi il presente ci appare così disperante nell’assenza di futuro che è difficile entrare nel merito del cosa fare. E poi, da storico, devo dire che dal punto di vista critico e epistemologico non è corretto applicare ad allora i filtri di oggi. Personalmente, lavorando su questo ricchissimo e interessantissimo materiale, ho capito che non ci siamo fatti abbastanza domande. E già questo è un punto da cui partire, volendo".

Eppure in Piazza Garibaldi, nonostante fossero presentate molte negatività dell’Italia contemporanea, avevamo letto un monito positivo nell’incitare gli italiani ad avere anche oggi uno scatto – o si fa l’Italia o si muore – per non soccombere. Da questo documentario quale spunto si può trarre?

"Uno spunto che mi preme sottolineare -pensando ai miei studenti e alla crisi economica e di fiducia che ha colpito in questi cinque anni le loro famiglie e loro stessi- è quello di poter conoscere attraverso questo documentario un’Italia infaticabile e vitale come i giovani non si immaginano proprio. Invece che criticare quegli anni o averne nostalgia è utile mostrare ai giovani la carica e positiva dell’Italia di quegli anni, l’entusiasmo per il lavoro e la fiducia nello studio per elevarsi e crescere socialmente. Ottieri, scrittore e sociologo nonché collaboratore di Olivetti, racconta di schiere di segretarie “stenodattilo” che uscite dal lavoro frequentavano scuole serali per apprendere l’inglese. Lavorare e studiare con positiva alacrità, convinti del valore di queste attività".

L’idea stessa di quegli anni di realizzare cinema d’impresa si basa sulla convinzione di una positività del lavoro da celebrare. E’ così?

"Esattamente. Certo i film erano prodotti dalle aziende e quindi la retorica, il modo di esprimersi di quella committenza, è quella dell’epica imprenditoriale ai limiti della propaganda. Ma si comunica anche che senza i lavoratori nulla sarebbe stato possibile. L’autostrada del Sole costruita in sei anni, Olmi ci mostra operai che montano i tralicci dell’energia elettrica nelle nostre valli e si arrampicano a mani nude. L’energia e semplicità di questi lavoratori ha molto da insegnare rispetto al clima di disillusione di oggi. Per non parlare del tema della libertà legata al lavoro: Levi ne La chiave a stella dice che “il termine ‘libertà’ ha notoriamente molti sensi, ma forse il tipo di libertà più accessibile, più goduto soggettivamente, e più utile al consorzio umano, coincide con l’essere competenti nel proprio lavoro, e quindi nel provare piacere a svolgerlo”. Mi sembra ci sia nascosto un messaggio importante: se sarete padroni del vostro mestiere non ci saranno colleghi o superiori, clienti o fornitori o mercato a mettervi in croce e sarete liberi dentro. Se sarete fortunati capirete la gioia di Faussone, il protagonista del libro di Levi, nel tornare in cantiere, a lavoro finito, magari la domenica, per godersi la vista dell’opera ben fatta. So quanto peso diano i diciannovenni alla parola libertà, e mi piace pensare che anche questo possa arrivare attraverso il film di Ferrario".

Dunque La zuppa del demonio potrebbe avere un circuito didattico?

"Anche per Piazza Garibaldi si pensò di farlo circolare nelle scuole, poi non se ne fece nulla. Il distributore attuale pare convinto della ricaduta didattica soprattutto per le scuole superiori, degli stimoli storici, sociologici e letterari contenuti dal film, perciò speriamo che questa volta si concretizzi anche una distribuzione di questo tipo".

Paola Suardi

Commenti

L'email è richiesta ma non verrà mostrata ai visitatori. Il contenuto di questo commento esprime il pensiero dell'autore e non rappresenta la linea editoriale di BergamoNews.it, che rimane autonoma e indipendente. I messaggi inclusi nei commenti non sono testi giornalistici, ma post inviati dai singoli lettori che possono essere automaticamente pubblicati senza filtro preventivo. I commenti che includano uno o più link a siti esterni verranno rimossi in automatico dal sistema.

  1. Scritto da TT

    E la riapertura delle Miniere di Zinco e Piombo in Val del Riso,con quelle come la mettiamo…?