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Quei brandelli di carne, pieni di sangue e ferite dei ragazzi di Gaza video

Monsignor Luigi Ginami, che ha costituito l'associazione Onlus Amici di Santina Zucchinelli, sul volo di ritorno a Roma da Gaza scrive uno straziante resoconto di questo viaggio tra i feriti della guerra: "Devo decidere se fosse il caso di scrivere, o forse velare di rispettoso e sacro silenzio altre storie che chiedono dignità, che gridano, compassione e che invocano Misericordia e pretendono tanto, infinito amore..."

di Luigi Ginami

Volo Tel Aviv – Roma, Domenica 14 settembre 2014, ore 17,30

«È come se la guerra si appropriasse della nostra vita intima, la confiscasse, la nazionalizzasse. E quando ce la fa è come se gli esseri umani si accartocciassero su se stessi dalla paura, dall’odio, dal sospetto e cercassero di vivere al minimo, perché se per un momento ti concedi il lusso di provare un sentimento, sarai sopraffatto dalla violenza della realtà. Io invece voglio mostrare il potere e la forza della vita, come l’immaginazione possa cambiare la storia, come sia possibile non sentirsi sempre impotenti, dopotutto, ma riuscire anche a superare la paura della guerra, la paura costante di perdere i tuoi figli».

David Grossman, 4 dicembre 2008

 

Dal finestrino dell’ aereo osservo il tramonto del sole mentre stiamo volando sopra un tappeto di nuvole bianche sul Mar Mediterraneo. Sto ritornando a Roma da Israele dove mi sono recato in viaggio per cinque giorni. Il 12 settembre ho voluto incontrare i feriti della Guerra di Gaza ricoverati nell’ospedale San Giuseppe a Gerusalemme.

Vogliamo con la nostra Associazione ONLUS Amici di Santina Zucchinelli dare un aiuto a queste persone sofferenti. In verità desideravo un incontro, ma non pensavo fosse così impressionante! Sono stanco, gli occhi mi si chiudono, i piedi fanno male per il troppo cammino. Sono indolenzito, ma la volontà è quella di scrivere durante le ultime ore di questo meraviglioso viaggio gli istanti passati vicino a sei feriti della assurda guerra di Gaza.

La guerra sappiamo tutti che provoca feriti, è scontato: la televisione ed i film c’è lo raccontano…. Ma un conto è guardare da lontano, seduti in una comoda poltrona davanti al televisore, un conto è invece coinvolgerti con il dolore e farlo gridare nel cuore.

Questo ti mette i brividi, questo ti fa vomitare! Piedi amputati, mani maciullate, ventri squarciati e ricuciti. Ma soprattutto gli occhi, gli occhi del dolore, e gli occhi di una persona precisa che ha un nome e cognome e una età precisa.

Mohammed, Yussef, Imam… Sono alcuni dei nomi dei ragazzi, bambini e giovani che abbiamo incontrato. Mi ero preparato, mi ero predisposto, attendevo quel’ incontro, ma entrato nella prima camera, dove incontro un bambino di 13 anni di nome Mohammed, mi sono sentito totalmente inadeguato nel tentativo di leggere la sua vita.

L’ infermiera araba con grande gentilezza mi fa entrare… La camera è divisa in due da una tenda. Vedo un bimbo magro, magro. L’ essere così magro mette in evidenza ancora di più dei grandi occhi neri completamente… vuoti! Mi renderò conto solo dopo che la guerra provoca la più grande ferita nel cuore e nella testa prima che nel corpo. Respira a fatica e guarda con paura attorno a lui. È un bambino musulmano, il primo bombardamento ha squarciato a Gaza la sua casa, il rgazzo fugge in un’ altra abitazione per non essere ucciso. È spaventato, il fragore della bomba, il crollo della casa è impressionante.

Fugge il piccolo dalla morte e si rifugia nella casa accanto. Per alcuni brevi istanti si sente al sicuro, protetto da quelle solide pareti, senza ancora rendersi conto che la sua casa ora è solo un cumulo fumante di macerie. Sta per riprendere a respirare normalmente, il suo cuore si è calmato. Invoca Allah che lo protegga. Il silenzio di morte è ritornato, ma nei primi istanti regala una falsa quiete, dopo il fragore terrificante della bomba sganciata. Mohammed, si illude di essere in salvo, non è riuscito ancora a fare un preciso bilancio di quanto è avvenuto nella breve manciata di cinque veloci minuti fuggiti via regalando morte.

La sua testa non è ancora sufficientemente lucida nel chiedersi: e la mia famiglia? I miei fratelli, genitori, parenti: dove sono? Questi pensieri forse sono giunti nella sua consapevolezza ora, mentre accarezzo delicatamente la sua mano nella quale è infilata una flebo. A Gaza, nella casa in cui è stato accolto, Mohammed si guarda attorno, il sorriso confortante dei vicini che lo hanno accolto regala a lui per alcuni istanti sicurezza.

Si sente addirittura bene, sembra forse un brutto gioco appena finito, o un incubo da cui si è risvegliato. La martoriata strada della città è tutta un colabrodo surreale, le macerie delle case distrutte regalano visioni apocalittiche, Mohammed si affaccia e scorge volti sanguinanti o pieni di lacrime, urla di dolore lacerano il silenzio, ma il ragazzo non pensa minimamente che tra poco toccherà a lui! Quelle grida di dolore, quei volti insanguinati, e pieni di lacrime troncano come una cesoia dolorosa ogni sicurezza di Mohammed: gli occhi non riescono a sopportare quella vista, il bambino richiude come un fulmine la porta, quasi a sigillare fuori il dolore, ma più tenta di chiudere fuori da se il dolore e più l’angoscia entra nel cuore. Nell’aria si avverte quasi impercettibile un rumore che in brevi istanti diventa un frastuono assordante. “Sono tornati!” Grida qualcuno da fuori….

Il caccia israeliano sgancia una bomba, poi una ancora, le case vicine tremano e crollano, Mohammed apre la porta e si precipita nella dissestata strada di Gaza e coree, corre, corre: sembra impazzito, il ragazzo magro e leggero sembra una lince inseguita da un cacciatore. Improvvisamente un boato, una esplosione e il ragazzo si sente travolto da una violenta onda d’ urto piena di micidiali schegge dell’ordigno. Il ragazzo è scaraventato contro una lastra di cemento della strada e giace a terra in una pozza di sangue. Nel primo ricovero all’ospedale di Gaza subito subisce tre interventi eseguiti sommariamente. Un primo intervento chirurgico asporta la gamba destra, un secondo intervento cerca di suturare un orrendo squarcio nella spalla, ed il terzo intervento tenta di ricomporre l’addome devastato.

E poi la corsa verso l’ospedale di Gerusalemme. L’autoambulanza su cui il piccolo Mohammed è caricato viene bloccata al valico di frontiera di Erez, verso Israele. Cinicamente i giovani militari smontano le medicazioni alla ricerca di qualche ipotetico esplosivo nascosto nelle bende, a nulla vale il grido del medico e degli infermieri. Gli ordini sono inesorabili.

Mohammed è stordito da un dolore insopportabile e la sua testa è ipnotizzata dalle terribili immagini e le due cose insieme producono un effetto di inferno nel corpo e nella testa martoriata del piccolo musulmano. Con delicatezza scopro il ragazzo, mentre l’ infermiera mi continua a tradurre il pazzesco racconto dello zio di Mohammed che è al capezzale del ragazzo. E io mi ritrovo in una situazione paradossale in cui il racconto e la vista delle orrende ferite mi provoca il capogiro: non so se sia più forte la storia che odo dalla testimonianza dello zio, oppure le ferite che i miei occhi vedono! Comunque quello che provo è un profondo disagio, una grande sconfinata profonda amarezza. Non è una visita piacevole, e in questo aereo che mi conduce in Europa cerco con scrupolo di ricordare a me stesso cosa ho provato.

Lo scrivere mi aiuta, ma probabilmente devo ancora molto riflettere e sedimentare. Guardo Mohammed e mi rendo conto che il ragazzo necessita non solo di cure mediche e chirurgiche ma anche di una lunga e radicale cura psichiatrica.

Se in ospedale vedi un ragazzo di soli 13 anni al quale hanno amputato la gamba destra, con uno squarcio nella spalla nella quale il tuo pugno può entrare e nel ventre una ampio taglio che percorre l’addome; bene, se ti dicono che questo è per una caduta da una impalcatura o perché ha sofferto un incidente stradale stai male.. ma se ti dicono che a ridurlo così sono state delle bombe scagliate da un altro uomo allora quello che provi è sgomento e gridi con le lacrime agli occhi a te stesso perché questa assurdità. L’ infermiera ha finito di tradurre il concitato racconto dall’ arabo all’inglese. Ma io sono assente, il mio pensiero per proteggersi è passato dall’ inglese all’ italiano.

Con le mani accarezzo il bambino, ne ascolto attentamente il respiro affannato, che mi risuona nel cuore anche ora mentre scrivo in questo aereo. Con gli occhi guardo le ferite e la sua disabilità. Che infinito orrore, che incredibile nodo di perversità e sofferenza: un nodo demoniaco che imprigiona la vita innocente di un ragazzo che soffre senza sapere il perché. Ed il perché non lo trovo neppure io: non vedo luce, vedo solo buio, vedo solo disastro, vedo solo angoscia nel suo volto. Prendo delicatamente il braccio di Mohammed e lo accarezzo nel tentativo di far sentire vicino a lui una parvenza di affetto. Il ragazzo gira il suo viso scarno e dai suoi grandi occhi scende una grande lacrima che asciugo con le mie dita. Da qualche angolo del mio cervello appare un ombra che poi prende forma in una pensiero sempre più preciso e luminoso: la carne di Gesù: questa è la carne sacra di Gesù!

Lui è presente proprio qui e mi interroga. Se non riesco a vedere il Crocifisso nel piccolo ragazzo musulmano, come lo posso vedere in chiesa nell’Eucaristia? Papa Francesco mi insegna a vedere Cristo proprio qui. L’infermiera mi chiama dolcemente e mi scuote con il braccio: “Monsignore venga, gli altri cinque feriti che sono qui ricoverati la attendono…”

Guardo Mohammed, lo accarezzo lentamente nel’ impossibile desiderio di portarlo via con me, di portare via i suoi grandi occhi. Non posso, ma chiedo una fotografia con lui.

 

 

È proprio guardando questa fotografia che qui sull’aereo ha preso corpo questa prima stesura dell’incontro con i sei feriti di Gaza…

La tenda si apre ed è il turno di Yussef, un altro ferito di soli quattordici anni, ma mi voglio fermare ho scritto troppo in questa ora di aereo… Devo meditare, interiorizzare e soprattutto pregare prima di continuare a scrivere… Devo decidere se fosse il caso di scrivere, o forse velare di rispettoso e sacro silenzio altre storie che chiedono dignità, che gridano, compassione e che invocano Misericordia e pretendono tanto, infinito amore…

L’ aereo sta sorvolando lo spazio aereo italiano, ma il cuore è rimasto in quell’ ospedale attaccato a quei brandelli di carne pieni di sangue e ferite che sono quei ragazzi che mostrano a me la carne piagata sofferente purulenta di Gesù oggi crocifisso.

Adoramus te Christe et benedicimus tibi, quia per sancta crucem tua rende misti mundum!

Commenti

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  1. Scritto da Leonardo D'Ingianna

    C’ero anch’io con Don Gigi a far visita ai piccoli feriti dell’ospedale cattolico di Gerusalemme…ed è li che ho avuto la netta sensazione di trovarmi in una dimensione veramente nuova, tragica ed incredibilmente diversa dalla quella di mia provenienza…quasi irreale ed io cosa potevo fare, se non regalare a ciascuno di quei bambini una carezza che è partita dal cuore in tumulto ed è passata attraverso la mente piena di risentimento per tanta assurdità?