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Il Papa a Redipuglia prega per i caduti di tutte le guerre

Papa Francesco dal Sacrario militare di Redipuglia, in provincia di Gorizia, sabato 13 settembre prega "per i caduti di tutte le guerre. L’occasione è il centenario dell’inizio di quella enorme tragedia che è stata la prima guerra mondiale".

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«Bandire il sinistro fantasma del conflitto armato». È quanto chiede Papa Francesco dal Sacrario militare di Redipuglia (Gorizia) dove sabato 13 settembre prega « per i caduti di tutte le guerre. L’occasione è il centenario dell’inizio di quella enorme tragedia che è stata la prima guerra mondiale, della quale ho sentito tante storie dolorose da mio nonno, che l’ha fatta sul Piave», quella che Pio X (1903-1914) chiamava «il guerrone» e che Benedetto XV (1914-1922) definiva «l’inutile strage e il suicidio dell’Europa».

L’anniversario – aggiunge il Papa – «ci insegna che la guerra non è mai un mezzo soddisfacente a riparare le ingiustizie e a raggiungere soluzioni bilanciate alle discordie politiche e sociali». Cita l’immortale definizione di Benedetto XV nel 1917: ogni guerra «è una inutile strage» perché «trascina i popoli in una spirale di violenza difficile da controllare, demolisce ciò che generazioni hanno lavorato per costruire e prepara la strada a ingiustizie e conflitti ancora peggiori». Una visita lampo, poco più di quattro ore. Accolto dal presidente del Consiglio Matteo Renzi, dal presidente della Regione Debora Serracchiani, dall’arcivescovo di Gorizia mons. Carlo Roberto Maria Redaelli, il Papa prega nel cimitero austroungarico di Fogliano, dove sono tumulati 7 mila soldati ignoti. Poi a Redipuglia la Messa con gli ordinari militari ai quali consegna una lampada votiva che sarà accesa nelle commemorazioni nei vari Paesi e recita la «preghiera per i caduti e le vittime di tutte le guerre».

Il Sacrario di Redipuglia è un monumentale cimitero di guerra dedicato alla memoria di oltre 100 mila soldati italiani. Complessivamente i caduti italiani furono secondo i calcoli da 652 mila a 682 mila; 450 mila invalidi – di cui 27 mila riempirono i manicomi -; 600 mila prigionieri di guerra, dei quali centomila non ritornarono più a casa perché il generale Luigi Cadorna, unico in Europa, aveva vietato ogni intervento o aiuti della Croce Rossa. Infine un milione tra i colpiti da dissenteria cronica, tubercolosi, malattie venere, colera, tifo petecchiale e addominale, morbillo, difterite, scabbia, tigna, meningite, malaria e vaiolo.

La terribile «influenza spagnola» in sei mesi, dall’ottobre 1918 e l’aprile 1919, colpisce nel mondo un miliardo di persone e ne uccide 50 milioni, in Italia 650 mila morti. L’assassinio cento anni fa fra le bianche case di Sarajevo il 28 giugno 1914 dell’arciduca Francesco Ferdinando, nipote di Francesco Giuseppe I ed erede al trono austriaco, è la scintilla che scatena l’incendio. Il 28 luglio l’Austria dichiara guerra alla Serbia. Gli Imperi centrali (Austria-Ungheria, Germania, Impero ottomano, Bulgaria, Azerbaigjan) contro gli Alleati: Serbia, Russia, Francia, Gran Bretagna, Italia (dal 1915), Belgio, Montenegro, Giappone, Portogallo, Romania, Grecia e, dal 1917, Stati Uniti. Papa Pio X il 2 agosto 1914 nel documento «Dum Europa fere omnis» esorta alla pace: «Mentre quasi tutta l’Europa è trascinata nei vortici di una funestissima guerra, alle cui stragi nessuno può pensare senza sentirsi opprimere dal dolore e dallo spavento». Papa Sarto è talmente angosciato da non avere la forza di reagire ai malanni e spira il 20 agosto 1914. Il Conclave comincia il 31 agosto con 65 cardinali. Giovedì 3 settembre 1914 è eletto Papa il cardinale Giacomo Della Chiesa, 60 anni, genovese, arcivescovo di Bologna: Benedetto XV è incoronato il 6 settembre e subito pubblica un’accorata esortazione alla pace «Ubi primum in beati». Nelle previsioni la guerra doveva finire presto. Ma il Papa ha la sensazione che non sarà così e parla di «immane spettacolo di questa guerra, per la quale vediamo tan-ta parte d’Europa devastata dal ferro e dal fuoco, rosseggiare di sangue cristiano». Invita a implorare «Dio perché deponga questo “flagello dell’ira sua”. Basti il sangue che già è stato sparso».

Nel primo conflitto mondiale sono mobilitati 65 milioni di soldati; ne muoiono 10 milioni; 37 milioni sono feriti e mutilati, prigionieri e dispersi; incalcolabili le perdite civili. Gli otto anni del pontificato di Benedetto XV sono punteggiati da documenti in favore della pace. Scrive nella prima enciclica «Ad Beatissimi Apostolorum» (1° novembre 1914): «Il tremendo fantasma della guerra domina dappertutto, e non c’è quasi altro pensiero che occupi le menti. Nazioni grandi e fio-rentissime sono sui campi di battaglia. Quale meraviglia se, ben fornite di quegli orribili mezzi che il progres-so dell’arte militare ha inventati, si azzuffano in gigantesche carneficine? Nessun limite alle rovine e alle stragi: ogni gior-no la terra ridonda di nuovo sangue e si ricopre di morti e feriti». Il testo più alto e conosciuto è la «Nota ai capi dei popoli belligeranti» (1° agosto 1917) «Dès le début. La lutte terrible, qui apparaît de plus en plus comme un massacre inutile»; definisce la guerra una «inutile strage»; parla di «follia e suicidio dell’Europa. Il mondo civile dovrà ridursi a un campo di morte? E l’Europa correrà, quasi travolta da una follia universale, incontro a un vero e proprio suicidio?»; chiama la pace «grande dono di Dio»; condanna il libe-ralismo; scongiura i contendenti a comporre pacificamente le contese; si offre come mediato-re; indica sette «punti fissi per una pace giusta e duratura»: disarmo del-le parti; arbitrato internazionale; libertà dei mari; sen-tenza internazionale con l’elenco dei danni di guerra; sentenza internazionale con le spe-se di guerra; evacuazione dei territori occupati e indipendenza del Belgio.

Purtroppo, Benedetto XV non solo non fu ascoltato, ma fu dileggiato e accusato di parzialità. Nel 1915 il ministro degli Esteri italiano Sidney Costantino Sonnino, commise un gesto odioso: fece inserire nel Trattato (segreto) di Londra la clausola che la Santa Sede venisse esclusa dalla futura Conferenza della pace.

Pier Giuseppe Accornero

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