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Pillole di Grande Guerra 24 Avanzata tedesca in Belgio L’assedio di Namur fotogallery

Dopo la caduta di Liegi le due armate tedesche agli ordini di Von Bulow puntarono decisamente su Namur: la tattica del bombardamento pesante portò all'ennesimo brillante successo il 23 agosto 1914 con l'evacuazione della piazzaforte.

di Marco Cimmino

Anche la cittadina belga di Namur, come Liegi, era circondata da una cintura di fortezze corazzate: questa posizione fortificata veniva considerata, unitamente al dispiegamento delle fanterie, che su di essa avrebbero dovuto appoggiare la propria manovra, un efficace deterrente all’attraversamento dei fiumi Mosa e Sambre, in caso di invasione germanica.

Così, fin dal 1888, venne affidato all’ingegnere militare belga Brialmont il compito di cingere Namur con un sistema di nove fortezze, collegate tra loro da campi trincerati con sbarramenti in filo spinato. Questo sistema fortificato, apparentemente poderoso, aveva, in realtà, diversi punti deboli: il principale consisteva nella tecnica costruttiva dei forti, ultimati nei primi anni Novanta del XIX secolo e, quindi, non concepiti per resistere alle più moderne artiglierie pesanti.

Questo fattore si sarebbe rivelato decisivo, nel corso della battaglia. Dopo la caduta di Liegi, avvenuta il 16 agosto 1914, le due armate tedesche agli ordini di Von Bulow, la seconda e la terza, puntarono decisamente su Namur. Almeno sulla carta, la conquista della città fortificata doveva apparire più semplice di quella di Liegi: da una parte c’erano quasi 110.000 soldati germanici, galvanizzati dal successo e bene armati, mentre, dall’altra, c’era una guarnigione di circa 37.000 belgi, con poche munizioni ed un morale piuttosto a terra.

I belgi, comunque, erano ben decisi a resistere, fino all’arrivo della quinta armata francese (Lanrezac), che si trovava a sudovest della Sambre e che avrebbe dovuto intervenire a breve nello scontro. I tedeschi però, il 21 agosto, lanciarono un attacco, con la loro seconda armata in direzione di Charleroi, proprio per distogliere da Namur le forze francesi: la manovra ebbe successo e, di fatto, solo una brigata di fanteria francese, la 45a, si unì alla difesa di Namur.

Per questa ragione, l’assedio di Namur si può considerare parte integrante della cosiddetta “battaglia di Charleroi”, di cui ci occuperemo nel prossimo capitolo.

Nel frattempo, Bulow scatenò contro le fortificazioni di Namur, come già aveva fatto con successo a Liegi, le sue poderose artiglierie d’assedio, compresi gli spaventosi obici “Bertha”: dopo due giorni di pesantissimi bombardamenti, il 23 agosto, le fanterie germaniche passarono all’offensiva, rendendo estremamente precaria la situazione dei difensori. Non rimaneva, a questo punto, che ordinare l’evacuazione della piazzaforte, che avvenne la sera del 23 agosto: la tattica germanica del bombardamento pesante aveva ottenuto l’ennesimo brillante successo.

Il comandante francese, generale Lanrezac, dopo aver ricevuto la notizia della resa di Namur, ordinò ai suoi un arretramento generale, dalla Sambre a Charleroi, che, nel contesto generale, rappresentò un preambolo significativo alla sconfitta alleata in Belgio.

La curiosità

In queste pagine, dedicate alla battaglia delle frontiere, capita spesso di accennare a pesanti bombardamenti d’assedio o ad interventi campali di artiglierie celeri: i termini “granata”, “shrapnel”, proiettili perforanti, fanno inevitabilmente parte del vocabolario specifico di chi debba o voglia occuparsi di eventi militari moderni. Vediamo, dunque, di fare un po’ di chiarezza sull’argomento.

Cominciamo dalla classica distinzione che divide e distingue i pezzi d’artiglieria. Questa distinzione si basa, fondamentalmente, su tre diverse prerogative: il calibro, il rapporto tra calibro e lunghezza della canna e, infine, l’utilizzo pratico delle artiglierie. In base al proprio calibro, dunque, un pezzo d’artiglieria può essere leggero, medio, pesante e superpesante. Il calibro tipico delle artiglierie leggere era intorno ai 75 mm e fino ai 100 mm, quello delle medie intorno ai 150 e fino a 210mm, quello delle pesanti fino ai 305 mm e quello delle superpesanti dai 305 mm in su. Per la cronaca, il più grosso calibro prodotto nella prima guerra mondiale fu il superobice francese da 520 mm (mod. 1916), prodotto in due soli esemplari, che, però, non vennero mai utilizzati (uno esplose durante gli ultimi collaudi e l’altro non fece in tempo ad entrare in servizio). Per ciò che riguarda il rapporto tra calibro e lunghezza della canna, a seconda di quante volte il primo sia contenuto numericamente nella seconda, parliamo di mortai se il numero è inferiore a 12, di obici tra i 12 ed i 22 calibri e di cannoni oltre i 22. Ovviamente, maggiore è questo numero, che accompagna sempre quello che indica il calibro del cannone, più lunga sarà la canna e più tesa sarà la parabola dei suoi colpi e, per conseguenza, maggiore la sua gittata: a parità di calibro, un 149/9 sarà un mortaio, un 149/19 sarà un obice ed un 149/32 un cannone.

Infine, le artiglierie si dividevano in campali, se adatte ad un utilizzo in campo aperto, e d’assedio, se finalizzate alla distruzione di postazioni fisse, corazzate o fortificate: va da sé che, solitamente, i calibri maggiori fossero utilizzati per distruggere strutture fortificate, tuttavia, nel corso del conflitto, si prese ad utilizzarli anche come artiglieria campale.

Per quanto riguarda i proiettili, la principale distinzione era quella tra proiettili esplosivi (granata), perforanti e a frammentazione. Tra questi ultimi, bisogna distinguere tra gli shrapnel, ossia proiettili che, data una spoletta a tempo, esplodevano in volo, scaricando a terra una rosa di pallettoni o di cubetti metallici, e le spring-granate, a percussione, che scagliavano intorno micidiali dischi metallici: i primi erano un ottimo deterrente contro un attacco di fanteria in campo aperto, mentre le seconde erano più adatte a colpire obiettivi riparati o nascosti con parabola molto curva.

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