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Don Ciotti, da sempre prete di strada che sfida la mafia

Pier Giuseppe Accornero, che nella Chiesa torinese ha mosso i primi passi con don Luigi Ciotti, racconta l'impegno del sacerdote minacciato da Totò Riina perché, in nome del vangelo, da sempre sta con le vittime, i poveri, gli esclusi.

di Pier Giuseppe Accornero

"Contro la mafia seguo il Vangelo. Per me l’impegno contro la mafia è da sempre un atto di fedeltà al Vangelo, alla sua denuncia delle ingiustizie e delle violenze, al suo stare dalla parte delle vittime, dei poveri, degli esclusi. Al suo richiamarci a una ‘fame e sete di giustizia’ che va vissuta a partire da qui, da questo mondo". Il prete di strada don Luigi Ciotti non poteva che rispondere appellandosi al Vangelo – nel quale Gesù dice "Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi" (Giovanni 15,20) – alle proterve minacce del boss dei boss Totò Riina, rinchiuso nel carcere milanese di Opera e che, nonostante il regime duro del 41 bis, nelle ore d’aria manda in giro messaggi minacciosi.

Settanta anni fra un anno, Luigi Ciotti nasce il 10 settembre 1945 a Pieve di Cadore (Belluno) e dal 1950 si stabilisce con la famiglia a Torino dove nel 1965, insieme ad alcuni amici, fonda il Gruppo Abele impegnato tra "i ragazzi che fanno fatica", come ama dire: quelli reclusi nelle carceri minorili, quelli che si drogano, le prostitute-bambine.

Avverte la vocazione e studia nel Seminario di Torino.

È la stagione del Concilio Vaticano II, che spalanca porte e finestre della Chiesa, e del cardinale Michele Pellegrino: "il vescovo che ha fatto strada ai poveri" nel novembre 1972 ordina sacerdote Luigi, che è circondato dai suoi giovani amici, e l’arcivescovo gli affida come parrocchia la strada.

E sempre lo sostiene, come hanno fatto i suoi successori, contro le critiche dei benpensanti, il chiacchiericcio dei pusillanimi, gli attacchi dei conservatori, le minacce dei malviventi.

La lotta contro l’emarginazione e il malaffare lo porta inevitabilmente a impegnarsi contro la radice di questi mali.

Il 25 marzo 1995 fonda "Libera, 1.500 associazioni, nomi e numeri contro le mafie".

La ragione delle minacce al prete torinese è proprio l’attività di Libera: il boss è "preoccupato, con tutti questi sequestri di beni".

Sono agghiaccianti le minacce mormorate il 14 settembre 2013 dal capomafia di Corleone al boss pugliese della Sacra Corona Unita Alberto Lorusso: "Ciotti, Ciotti, putissimo (possiamo) pure ammazzarlo. È come don Puglisi. Questo prete è una stampa e una figura che somiglia a padre Puglisi".

Sotto i colpi della mafia cade don Giuseppe Puglisi, il sacerdote palermitano che strappava i giovani alle cosche a colpi di Vangelo. La mafia gli ha strappato la vita ma ha fallito nel tentativo di estirpare il seme di bene e di legalità che ha piantato nel cuore di Palermo, della Sicilia e dell’Italia.

Il 15 settembre 1993, giorno del suo 56° compleanno, un giovane killer gli ha sparato e lo ha ucciso.

Vent’anni dopo il 25 maggio 2013 a Palermo il martire siciliano, ucciso in odio alla fede, è stato proclamato beato dalla Chiesa per il suo impegno a servizio del Vangelo.

"Fedeltà al Vangelo" proclama don Ciotti. Per la sua fedeltà al Vangelo gli arriva la solidarietà dell’arcivescovo di Torino mons. Cesare Nosiglia: "La nostra Chiesa è orgogliosa e riconoscente di poter annoverare tra i suoi sacerdoti e figli don Luigi Ciotti e lo sosterrà in ogni modo nel suo importante e indefesso impegno di testimone del Vangelo che difende e accompagna nel nome di Cristo chiunque è soggetto a ingiustizie di ogni genere".

Le forti e chiare parola pronunciate da Papa Francesco il 21 giugno alla Messa nella visita alla diocesi calabrese di Cassano all’Jonio – "I mafiosi non sono in comunione con Dio: sono scomunicati!" – condannano e invitano alla conversione e al cambiamento di vita le persone coinvolte nelle attività mafiose, e risuonano ancora nel nostro cuore e devono scuotere la coscienza di tutti per un corale impegno civile, spirituale e sociale volto a educare e sostenere sempre in ogni ambito del vissuto personale, familiare e comunitario, la legalità, l’onestà e la giustizia.

Nosiglia chiede di sostenere sempre l’azione di don Luigi e di quanti con lui e come lui lottano ogni giorno per questi obiettivi, che devono essere di tutti coloro che vogliono vivere, come ci ricorda Don Bosco, da buoni cristiani e onesti cittadini.

È per "la fedeltà al Vangelo" che Ciotti ha promosso un percorso di educazione al bene contro ogni forma di ingiustizia e corruzione. La sua azione coraggiosa e intelligente si è allargata ai tanti volti del degrado e del disagio sociale: dalla lotta alla criminalità organizzata alla cura da varie forme di dipendenza da gioco e da usura.

Al prete anti-mafia giunge la solidarietà della Conferenza episcopale italiana nella sua più alta istanza, la presidenza, che è composta dal presidente cardinale Angelo Bagnasco e dai tre vicepresidenti per il Nord (Nosiglia), il Centro (il cardinale Gualtiero Bassetti, arcivescovo di Perugia), il Sud (il campano Angelo Spinillo) e dal segretario Nunzio Galantino, vescovo di Cassano e grande amico di Ciotti.

La solidarietà Cei porta l’evidente impronta del segretario generale: "Grazie alla crescente partecipazione l’illegalità non è stata solo una questione da esibire, ma un impegno da provare. I beni confiscati e il loro riutilizzo sociale sono un eloquente esercizio di legalità per riscoprire il senso del bene comune. La Chiesa italiana, che in questi anni non ha mancato di far sentire la sua voce per educare alla legalità, conferma la sua vicinanza e la sua stima per don Luigi e rinnova l’augurio che, sul suo esempio, si trasformino luoghi e situazioni di violenza e di morte in contesti e azioni di vita nuova e di speranza. La Chiesa continua a svolgere la sua missione seguendo la strada tracciata da Papa Francesco.

Il 21 marzo scorso Bergoglio incontrò in una chiesa vicino al Vaticano i familiari delle vittime innocenti delle mafie, radunati proprio da Libera. Il Papa, che abbracciò con trasporto don Luigi, parlò di una Chiesa che interferisce, denunciò senza remore l’incompatibilità tra Vangelo e mafie, disse che la Chiesa "non dimentica che la denuncia seria, attenta, documentata è annuncio di salvezza. Anche a costo della vita", come dimostrano il beato Puglisi e don Giuseppe Diana, assassinato dalla camorra a Casal di Principe (Caserta) il 19 marzo 1994 mentre stava per dire Messa.

Per don Ciotti la confisca dei beni "è un doppio affronto per la mafia, come le parole di Riina confermano. Quei beni restituiti a uso sociale segnano un meno nei bilanci delle mafie e un più in quelli della cultura, del lavoro, della dignità che non si piega alle prepotenze e alle scorciatoie. Le minacce sono la prova che l’impegno è incisivo, graffiante, gli toglie la terra da sotto i piedi. Siamo al fianco dei familiari delle vittime, di chi attende giustizia e verità, ma anche di chi vuole voltare pagina e scegliere la via dell’onestà e della dignità".

 

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