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Mura: “Il tocco dell’Unesco è letale, uccide le città” Attenta Bergamo

Marco d'Eramo mette in guardia le città che aspirano ad ottenere il riconoscimento di Patrimonio dell'umanità: “Un'etichetta che uccide le città... dove appone il suo label, letteralmente la città muore. Un urbanicidio commesso in perfetta buona volontà e buona fede”.

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“Ora dobbiamo far capire all’Unesco che le Mura non rappresentano solo una pagina storica, ma che sono ancora qualcosa di vivo e partecipato": parlava così il consigliere comunale di Bergamo Diego Amaddeo alla presentazione dell’ambizioso progetto della "Terra di san Marco", che ha l’obiettivo di costruire un sito "seriale" transnazionale che possa entrare a far parte del Patrimonio mondiale dell’Unesco. Un traguardo ambizioso per Bergamo, che da tempo l’ha messo in cima ai propri obiettivi in campo turistico: traguardo, però, dal quale mette in guardia Marco d’Eramo che, sul numero di luglio/agosto della rivista Domus, mette in mostra l’altra faccia della medaglia dell’etichetta di “patrimonio dell’umanità”, capace di far morire una città “imbalsamando” le opere d’arte: “Siamo terrorizzati dalla prospettiva del nostro Paese ridotto a un unico immenso museo, in cui dovremo camminare pagando il biglietto d’ingresso, cercando disperatamente una via d’uscita”.

di Marco d’Eramo per Domus

È straziante assistere all’agonia di tante città. Città gloriose, opulente, frenetiche, che per secoli, e a volte per millenni, erano sopravvissute alle peripezie della storia, a guerre, pestilenze, terremoti. E che ora, una dopo l’altra, avvizziscono, si svuotano, si riducono a fondali teatrali su cui si recita un’esangue pantomima. Ove un tempo ferveva la vita, e umani scorbutici e frettolosi si facevano largo a gomitate nel mondo e si calpestavano e spintonavano, ora fioriscono paninoteche, bancarelle – ovunque uguali – di prodotti tipici, di mussoline, batik, cotonine, parei e braccialetti.  

Quella che era una vicenda piena di grida, strepiti e furori, ora è tutta racchiusa in un prospetto d’agenzia di viaggio. A decretarne la morte basta un verdetto, al termine di una trafila burocratica, emesso da un edificio parigino. L’edificio si trova a Place Fontenoy, nel settimo arrondissement.  

Questo verdetto è un label indelebile, un brand che, come dice il termine, ti marchia (a fuoco) per sempre. Parlo dell’etichetta di “Patrimonio dell’umanità” (in inglese, World Heritage) rilasciata dall’UNESCO. Il tocco dell’UNESCO è letale: dove appone il suo label, letteralmente la città muore. È sottoposta a tassidermia. Questo vero e proprio urbanicidio (brutta parola, ma sempre meglio dell’orribile ‘femminicidio’) non è perpetrato di proposito, anzi, è commesso in perfetta buona volontà e buona fede, per preservare (appunto) un ‘patrimonio’ dell’umanità.  

Ma, come dice la parola, preservare vuol dire imbalsamare, o surgelare, risparmiare dall’usura e dalle cicatrici del tempo: vuol dire, letteralmente, fermare il tempo, fissarlo come in un’istantanea fotografica, sottrarlo quindi al cambiamento, al divenire. Il dilemma urbanistico offerto dall’UNESCO è ostico. Certo che vi sono beni che vanno tutelati e protetti, ma è anche vero che, se nel 450 a.C. avessero protetto l’Acropoli di Atene come era allora, non avremmo né i Propilei, né il Partenone, né l’Eretteo. L’UNESCO avrebbe starnazzato inorridito di fronte alla Roma del Cinquecento e del Seicento che ha prodotto quell’ammirabile pot-pourri di antichità, Manierismo e Barocco.  

Meno male che il Marais di Parigi non era stato dichiarato World Heritage, altrimenti il Beaubourg ce lo saremmo sognati. Va trovato un equilibrio tra costruire e preservare: noi volevamo vivere in città che includessero musei e opere d’arte, non in mausolei con annesso dormitorio: è condanna inumana spendere tutta la propria vita nella foresteria di uno sterminato museo.  

Sono tornato dopo trent’anni a San Gimignano: dentro le mura non c’è più un macellaio, un verduraio, un panettiere vero. D’altronde, in centro, dopo l’ora di chiusura di bar, ristoranti e negozi di souvenir, non resta più a dormire nessun sangimignanese: abitano tutti nei moderni condomini fuori mura, vicino ai centri commerciali. Dentro le mura, tutto è diventato un unico set cinematografico di un film medievale, in costume, con gli inevitabili prodotti di una “invenzione della tradizione” a uso commerciale. Più piccola è la città, più rapido l’urbanicidio.

E non solo in Italia. In Laos, Luang Prabang ha subito la stessa sorte e ormai il suo centro storico è un residence per turisti, le case tutte adibite ad alberghi e ristoranti, con il solito mercatino che vende – come ovunque nel mondo – collanine, borse di tela, cinture di cuoio. Per trovare dove vivono davvero i laotiani, bisogna pedalare in bicicletta per un paio di chilometri su Phothisalath Road, oltre Phu Vao Road.    

Se passeggiate a Porto, in Portogallo, percepite subito l’invisibile frontiera dell’area dichiarata World Heritage: la variegata, eterogenea umanità che compone il tessuto urbano d’incanto cede il posto a una monotona monocultura di locandieri, tavernieri, camerieri a caccia di clienti riconoscibili dagli scarponcini da trekking indossati in città, gli orribili pantaloncini corti a scoprire gambe pelose (chissà perché gli umani in missione turistica si sentono legittimati a vestirsi come mai farebbero a casa?). Così che il brand “Patrimonio dell’umanità” funziona come diploma ideologico dell’industria alberghiera, rappresenta il volto dotto e umanitario della planetaria macchina turistica. Con due aggravanti.  

La prima è quel che potremmo chiamare “integralismo cronologico”, o “fondamentalismo temporale”, per cui è più meritevole di conservazione ciò che risale a un tempo anteriore. Per il fatto d’interessare un manufatto di mille anni precedente, lo scavo di un muretto di epoca romana giustifica la manomissione di un magnifico chiostro medievale (come è avvenuto nella cattedrale di Lisbona).  

La seconda aggravante è di ordine filosofico generale: poiché l’UNESCO moltiplica i “Patrimoni dell’umanità” e poiché l’umanità continua a produrre opere d’arte (si spera), se dopo 2.000 anni già siamo immobilizzati da tanti ‘retaggi’, che cosa accadrà tra 1.000 o 2.000 anni? Andremo a vivere tutti sulla Luna e compreremo biglietti per una visita sulla Terra? Nei 759 patrimoni culturali sono incluse 254 città (intere o in parte, solo un quartiere o il centro storico).  

La maggioranza assoluta (138) di queste “città d’arte” è situata in Europa. Ricordiamo infatti come è andata: nel 1972, dopo parecchi anni di discussioni, la Conferenza generale dell’UNESCO adottò la “Convenzione sul patrimonio dell’umanità” che a tutt’oggi (2014) è stata adottata da 190 Paesi. Nel 1976, fu creato il Comitato del patrimonio dell’umanità che nel 1978 identificò il primo sito e, dopo 38 sessioni ordinarie e 10 straordinarie, nel 2014 ha definito 981 siti in 160 Paesi. Di questi “Patrimoni dell’umanità”, 759 sono culturali, 193 naturali e 29 misti. Nei 759 patrimoni culturali sono incluse 254 città (intere o in parte, solo un quartiere o il centro storico). La maggioranza assoluta (138) di queste “città d’arte” è situata in Europa. A sua volta, quasi la metà delle città d’arte europee si trova in quattro soli Paesi: Italia (29 città d’arte, comprese Città del Vaticano e Repubblica di San Marino), Spagna (17), Francia e Germania (11 ciascuna). Vista anche la sua superficie abbastanza ridotta, l’Italia è il Paese al mondo a più alta densità di “Patrimoni dell’umanità”. Il fatto è che la marchiatura non ha sosta.  

Uno direbbe che ormai quel che c’era da dichiarare ‘patrimonio’ in un Paese così pieno di storia come il nostro doveva essere già stato marchiato. E invece no: procedendo per decenni, negli anni Settanta in Italia un solo sito era stato dichiarato patrimonio dell’umanità; negli anni Ottanta se ne aggiunsero 5; negli anni Novanta ci fu la grande esplosione con 25 nuovi Heritages, ma anche nel primo decennio del nostro millennio ne sono stati etichettati altri 14, e ulteriori 6 nei primi quattro anni di questo decennio – per un totale di ben 51 siti, tra naturali e artistici. È tragico che città, paesi e regioni facciano la coda e brighino per farsi imbalsamare.  

Come quei Paesi che si candidano per ospitare le Olimpiadi, ignari di segnare la loro rovina che li trascinerà nel baratro (vedi Grecia), così i nostri sindaci, assessori e ProLoco si affannano per ottenere l’agognato marchio. Siamo terrorizzati dalla prospettiva del nostro Paese ridotto a un unico immenso museo, in cui dovremo camminare pagando il biglietto d’ingresso, cercando disperatamente una via d’uscita. Gireranno il film Fuga dal museo per respirare una boccata d’aria, una botta di vita, vedere città che cambiano, prima di tornare nella naftalina.

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Commenti

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  1. Scritto da Simona

    Non è colpa della marchiatura unesco ma di chi non sa sfruttare questa opportunità, Sighisoara ( Romania) ferve di turisti,commercio e soldi .Maramures le chiese di legno arrivano dal Giappone per visitarle, hanno ben 31 siti Unesco e li sanno ben proporre.E al solito da noi invece c’è gente che dice patrimonio Unesco congeli la città di Bg.Evidentemente qui non si capisce un ciufolo di business turistico,di opportunità di risollevare l’economia

  2. Scritto da antonius

    Voglio immaginare che l’autore voglia lanciare una provocazione. Se così non fosse devo pensare che gli manchino i “basilari” per procedere ad una seria disamina e peggio ad una critica sulla efficacia dell’azione dell’Unesco ed in particolare della funzione dell’inserimento dei siti nella world heritage list.

  3. Scritto da ilaria

    L’Unesco per quanto riguarda le proprietà dichiarate Patrimonio dell’Umanità propone delle Linee Guida di gestione, che parlano anche chiaramente della necessità di un integrazione tra sviluppo sostenibile e protezione e tutela dei beni, soprattutto per quanto riguarda i centri storici di città! Sta poi agli stati e alle amministrazioni competenti gestire i beni culturali e il turismo correlato, e tutte le conseguenze dello stesso!

  4. Scritto da giggi

    Paranoia apocalittica

  5. Scritto da Matteo

    L’autore potrebbe spiegare in che modo il rendere la citta patrimonio fa si che questa muoia. Forse l’ arrivo di troppi turisti? in che modo le regole dell’UNESCO imbalsamano la citta’ piu di quanto non lo facciano gia i nostri crteri urbanisitici?
    Secondo l’ autore San giminiano sarebbe rimasto un borgo cittadino con mestieri e mercati secondo l’ autore , come se la traiettoria del tempo non contasse? e quanti posti di lavoro in piu ci sono grazie al nuovo ruolo che il borgo ora ricopre?

  6. Scritto da Luciano

    Che polpettone ol sciùr d’Eramo! Non ho capito se stia facendo un elegante romanzo o un’attenta disamina. Forse solo un po di pubblicità per se stesso. Sono convinto che le mura venete fanno già parte del patrimonio dell’umanità, con o senza il riconoscimento dell’Unesco. Stia sereno caro d’Eramo, le mura di Bergamo non hanno subìto nessun “urbanicidio” nei secoli e non sarà certo l’Unesco ad ucciderle.

    1. Scritto da ru

      Sottoscrivo. Compreso il tono ironico, direi anche un filo troppo rispettoso. Ma chi è costui? Ma per che motivo se ne esce con questa?…probabilmente conosce interiorità dell’Unesco a noi sconosciute

  7. Scritto da Tuditanus

    Verissimo. Basti vedere che razza di città morta é diventata Crespi d’Adda. E non parliamo del rischio terrorismo che l’UNESCO attira, tipo la distruzione dei Buddah di Bamyan in Afghanistan. Sicuramente qualche integralista del cosiddetto Califfato quando Bergamo riceverà il riconoscimento penserà “Crociati maledetti” e verrà a far saltare le mura. Meglio, molto meglio, ammodernarle e trasformarle in parcheggi multi piani, così Città Alta sarà più vitale.

    1. Scritto da Pete

      Alzato col piede sbagliato oggi ?

  8. Scritto da al lupo?

    Che tregenda!!! Mi scusi, ma nelle mura, materialmente, chi ci vive, chi fa commercio? Così, senza pretese, direi proprio nessuno.