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Passa anche dallo sport la dignità per chi è escluso, carcerati o non solo

Fabio Canavesi, detenuto in semi libertà e promotore, con la Uisp presieduta da Milvo Ferrandi e con la ReteTerzoTempo, dell'iniziativa "Oltre il muro - Porte aperte allo sport", prova a capire se davvero lo sport possa restituire un ruolo sociale a chi è temporaneamente "escluso".

Fabio Canavesi, detenuto in semi libertà e promotore, con la Uisp presieduta da Milvo Ferrandi e con la ReteTerzoTempo, dell’iniziativa "Oltre il muro – Porte aperte allo sport", prova a capire se davvero lo sport possa restituire un ruolo sociale a chi è temporaneamente "escluso". 

Anni fa durante un Seminario tenutosi all’Università di Bergamo in cui ebbi modo di partecipare alcuni giovanissimi studenti universitari stimolarono veramente la discussione parlando della necessità di “agire sulle rappresentazioni”.

Ci trovammo immediatamente d’accordo!

Quei giovani segnalavano che se si vogliono veramente avviare progetti di interazione, inclusione, reinserimento dei soggetti esclusi è necessario andare oltre le rappresentazioni scontate, senza perciò ridurre tutto all’interno di categorie precostitutite. La loro sollecitazione ci ricorda che il tema carcere, le drammatiche condizioni di vita delle donne e degli uomini reclusi sono a tutti gli effetti “una questione di prepotente urgenza, sempre più prepotentemente urgente” verso la quale vanno indirizzate le sensibilità e la concretezza. Costruire sul territorio, ovunque, nuove e solidali relazioni sociali è cosa assolutamente non rimandabile.

Il carcere è, tra i non luoghi, il non luogo per eccellenza in cui il mascheramento è subcultura e pratica quotidiana, questo non certo e solamente per colpa di coloro che ci sono rinchiusi.

Francesco Viola, professore di filosofia del diritto nell’università degli Studi di Palermo, ha recentemente scritto che “il termine rieducazione, e ancor più quello di reinserimento sociale, è infelice e datato sia perché presuppone che vi sia stata una previa educazione che spesso è mancata (come palese nel caso degli immigrati) o è stata insufficiente, sia perché spesso è intesa in termini puramente paternalistici, sia perché non sempre la società stessa è in grado di fornire modelli educativi adeguati”.

Personalmente affermo che in galera il voler redimere (concetto peraltro poco rispondente ad una società laica) è atto fallimentare, atto che consacra, di fatto, un istituto alla diseducazione.

Il mio passaggio lavorativo in questi ultimi anni nel mondo delle cooperative (alle quali va chiesto di passare dalle borse lavoro a costo zero, per loro, alle assunzioni facilitate previste da diverse normative e leggi di tutela dei soggetti svantaggiati!) ed ora in quello di un ente di promozione sociale (lavoro presso l’Unione italiana sport per tutti – UISP) mi ha ancor più convinto che i punti nodali da cui si deve partire – se vogliamo realizzare e definire un nuovo contratto sociale in cui senso della responsabilità e diritti sono indiscutibili basi del vivere nella comunità di ogni cittadino – sono la dignità (fondamento di tutti i diritti fondamentali) ed il diritto alla cittadinanza.

Il progetto “Oltre il muro, porte aperte allo sport”, avviato nel carcere di Bergamo dalla Uisp in collaborazione con ReteTerzoTempo si prefiggeva alcune cose precise, tra queste:

• lavorare per una ridefinizione del tempo all’interno delle mura carcerarie, garantendo un’attività sportiva e formativa continuativa, non solo per riempire il vuoto di ore lasciate preda dell’ozio in spazi ristretti bensì per attivare capacità e curiosità che possono condurre ad un miglior rispetto e cura del proprio corpo;

• educare ad una cultura sportiva fondata sui valori della continuità di pratica, dell’autodisciplina, della convivenza e dell’aggregazione;

• creare contatti e confronto con la comunità “libera”, attraverso momenti di incontro e riflessione sul tema del valore sociale dello sport nei quali sono previsti anche interventi qualificati dall’esterno.

Il quadrangolare di calcio a 7, in esso inserito, svoltosi in tre diverse domeniche di luglio e che nell’ultima di queste ha visto dialogare serenamente detenuti, politici, giornalisti, rappresentanti della società civile e di associazioni per i diritti umani (penso a Rete Lenford, associazione che si batte contro l’omofobia e per i diritti degli omosessuali, dei transessuali) va perciò inserito a pieno titolo tra gli obiettivi che ci eravamo prefissi, obiettivi strettamente collegati tra loro a cui potremmo dare anche un secondo titolo: lo sport non deve avere confini, né deve essere confinato!

È stata un primo esperimento assai interessante, i promotori e gli operatori sportivi che entrano in carcere stanno grazie ad essa accumulando conoscenze sociali ed altre ne stanno offrendo a chi incontrano. È stata esperienza che ha permesso di raggruppare intorno al tavolo di lavoro più realtà ed ha portato in evidenza (ne abbiamo comunque sempre bisogno!) il valore aggiunto dell’intelligenza e della passione delle giovani e dei giovani che danno alla parola solidarietà un senso compiuto, cosa che troppo spesso tanti adulti non fanno perché occupati in una pratica deleteria quale il presenzialismo.

Le giornate che Milvo Ferrandi, il presidente Uisp Bergamo, ed io, detenuto in semilibertà, abbiamo trascorso a Cologno, presso la festa de Il Campino organizzata dalle associazioni C’Entra la solidarietà e Sguazzi (presentateci proprio da Nella Leuzzi, la giovane coordinatrice del progetto Uisp “Oltre il muro”) ce lo hanno nuovamente dimostrato.

Là hanno garantito la diffusione del progetto, gli hanno dato visibilità tra la gente, con una semplicità e serenità sconvolgenti.

Il coraggio e la sensibilità dei giovani non deludono, si mostrano, non si ostentano, sono il futuro, animano, incitano, altresì devono essere stimolo per il nostro agire davanti alla colpevole assenza della politica, perché, come mi ha scritto uno di loro, “la solidarietà la viviamo così, convinti che la qualità delle relazioni umane stia alla base di qualsiasi forma di rivoluzione e di riscatto personale e collettivo.

Trasformando progetti e desideri in occasioni concrete in cui sperimentare nuove forme di socialità e di benessere”.

Ascoltare il racconto emozionato dei bravissimi ragazzi entrati a giocare e fotografare, vedere altri giovani girare tra gli spazi ed i tavoli de Il Campino con addosso le magliette Made in Jail, le stesse indossate da tutti i partecipanti, detenuti e non, al torneo svoltosi in via Gleno, ci ha reso felici.

Riconsegnando allo sport l’energia che valorizza il senso civico, produce opinioni, forma i cittadini abbiamo scelto di affrontare il carcere, il tema dei diritti e della pena. Negli allenamenti e nel gioco si è sollecitato ed ottenuto il rispetto delle decisioni della coordinatrice, degli allenatori, in primo luogo dell’avversario.

Non ci sono stati allievi bocciati e gli allievi non ci hanno bocciato!

Abbiamo proposto tutto questo al fuori, lo abbiamo voluto documentare con foto e video, certi che è possibile – senza cadere nella consueta narrazione che parla di “vite bruciate”, di lacrime, pentimento, commiserazione – descrivere un pezzo del territorio, della città. Avvicinarsi, mostrare per interrogarci insieme sulle ragioni, sulle cause, sulle opportunità, sul daffarsi.

Lo sport può restituire un ruolo sociale? Lo sport può definire caratteri, può restituire il concetto di appartenenza solidale anche nella detenzione? Lo sport può riaccendere nella comunità libera l’attenzione critica e coraggiosa che nasce dai principi costituzionali che tutelano la dignità?

Eccome se può, lo sport è strumento di integrazione, deve essere presenza, deve sostenere il lavoro, deve saper costruire percorsi di ritorno. Basta non fermarsi!

Fabio Canavesi

Commenti

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  1. Scritto da Daniele Lussana

    Bella iniziativa, complimenti.