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Anonimo o firmato, ogni commento cerca il consenso del gruppo

Dopo una interessante descrizione introduttiva sui dibattiti che nascono online, sia sui giornali che sui blog e sui social network, Marco Cimmino propone una zoomata sulle dinamiche dei commenti. Prendendo spunto da un suo articolo dei mesi scorsi, analizza in modo psicologico il confronto e gli umori de lettori-attivi e trae alla fine qualche conclusione. Per poi rigettare la palla nel campo dei commentatori.

Dopo una interessante descrizione introduttiva sui dibattiti che nascono online, sia sui giornali che sui blog e sui social network (leggi), Marco Cimmino propone una zoomata sulle dinamiche dei commenti. Prendendo spunto da un suo articolo dei mesi scorsi, analizza in modo psicologico il confronto e gli umori de lettori-attivi e trae alla fine qualche conclusione. Per poi rigettare la palla nel campo dei commentatori.  

di Marco Cimmino

La prima distinzione che va operata nella casistica, di questo e di molti altri forum, è ovviamente quella tra anonimi e persone che si firmano col proprio nome e cognome.

Il valore metalinguistico dell’operazione è evidente: chi si firma non solo non ha alcuna ritrosia ad assumersi la responsabilità delle proprie affermazioni, ma, anzi, desidera che queste vengano ricondotte alla sua persona. In altre parole, vuole essere riconosciuto come autore del commento, che diviene, perciò, in alcuni casi, una sorta di contro­articolo o di contributo autografo.

Lo stesso meccanismo, ad esempio, scatta a convegni e conferenze che prevedano un dibattito finale o interventi da parte del pubblico: coloro i quali hanno (o ritengono di avere) una conclamata competenza circa il tema della manifestazione, per solito propongono una sorta di intervento aggiuntivo o alternativo, trasformandosi da pubblico a correlatori autoeletti.

Non si tratta solo di ipertrofia dell’ego, intendiamoci: costoro, spesso, ritengono di avere il dovere di dire la propria opinione, per il bene della cultura e della verità.

Lo stesso accade, spesso, in quella grande conferenza onnicomprensiva che è il web: difficile dire fino a dove arrivi l’autostima, che è fenomeno privato, e dove il senso del ruolo sociale, che, invece, agisce sulla propria immagine pubblica.

Chi, invece, si nasconde dietro sigle, acronimi, nomi di fantasia o altro, intende ottenere un doppio risultato: quello di poter dire impunemente (nei confini della policy, cioè) qualsiasi cosa e, contemporaneamente, di porsi al di fuori del sistema.

Dunque, questa divisione tra anonimi e gente che si firma col proprio nome non indica necessariamente un maggior coraggio individuale da parte degli autografi, ma, più semplicemente, una maggiore autostima o una certa autorevolezza all’interno del forum o della comunità umana di riferimento.

Se prendiamo l’esempio dei primi due interventi del forum che usiamo come esperimento (Il Sarpi a Casa Suardi: liceo demodè? Ma merita il prestigio della bellezza, del 7 luglio 2014), entrambi improntati a civiltà nei modi, notiamo due forme diverse, ma affini di atteggiamento onnisciente, rispetto alla provocazione rappresentata dall’articolo.

In quello anonimo, il tono è prescrittivo, piuttosto sentenzioso, e il contenuto mira a sottolineare come sia sbagliata la prospettiva generale dell’articolo stesso, accusato di passatismo. Si tratta di un’accusa ricorrente nei forum, luoghi in cui si tende a semplificare le analisi e a radicalizzare le posizioni, dividendo l’universo in poli contrapposti: modernista­passatista, democratico­reazionario eccetera.

Il secondo, autografo, dal tono più conciliante ed inclusivo, sottintende un’antiveggenza rispetto all’articolo, il cui estensore, si sottintende, non conosce alcuni elementi del quadro generale, che verranno svelati a tutti solo in seguito, ma che il commentatore conosce già.

Insomma, fin dall’inizio i commentatori si pongono in una posizione deuteragonistica ed onnisciente rispetto all’autore: questo, però, lo davamo quasi per scontato.

Cerchiamo di individuare fenomeni più specifici, all’interno di questa dialettica di tipo teatrale.

Ogni volta che un intervento, dal tono ultimativo e conclusivo, riceva risposta in qualche modo mirata a colpire nell’amor proprio il commentatore, questi, esautorato dal proprio ruolo, autoindotto, di censore assoluto, si trova costretto a mostrare un altro volto, forse il vero volto.

Perciò, ogniqualvolta ci si trovi dinnanzi ad un intervento sentenzioso e che non ammetta repliche, basta andare a cogliere il lato debole del deuteragonista per provocarne la reazione stizzita.

La cosa più semplice è agire sull’amor proprio: in questo caso, di fronte al tono lapidario di alcuni interventi, è bastato assumere il ruolo (volutamente odioso) del semplice maestro elementare, sottolineando le lacune linguistiche, appunto elementari, degli interventi. Operando, dunque, sul semplice concetto del “re nudo”.

Nello specifico, questo atteggiamento ha prodotto uno dei batti e ribatti (in teatro, sticomitia) più prolungati dell’intero forum, in un calando razionale, fino al semplice nonsense della conclusione.

La discussione si apre con un intervento tipico di certa retorica scolastica (“la cultura non la fanno i muri”) un po’ passata di moda, ma è certamente improntato a civiltà di modi ed è firmato.

Immediatamente, un anonimo, che già dalla scelta del nickname si dichiara come colui che chiuderà la questione (“amen”), interviene, non richiesto, a conforto del primo intervento, ma con tutt’altri toni: il gioco di ruoli parrebbe quello del poliziotto buono e di quello cattivo, o di chi infligga il colpo di grazia.

Il commentatore postula l’esistenza di “una certa idea del liceo classico”, ovviamente del tutto sbagliata e nociva all’istituzione stessa, cui si contrappone la sua, peraltro non dichiarata, che dev’essere, però, giusta e benefica.

Nell’enfasi, il commentatore si lascia andare a qualche svarione ortografico, in evidente contrasto con la pretesa di dotto monito dell’intervento, e di cui, naturalmente, viene colta la palla al balzo, per provocare un’ulteriore reazione: viene sottolineato lo iato tra tono e forma, cosa che non manca mai di sortire il proprio effetto, in casi come questo.

Come prevedibile, la logica del branco prevale e tutti coloro i quali si erano astenuti dall’intervenire, adesso lo fanno, in difesa del sodale a mal partito: è possibile anche l’eventualità di una sola persona con più nickname, ma la escluderei, vuoi per la differenza di tono, vuoi per l’aspetto emotivo, che tende, comunemente, a prevalere in casi come questi.

In ogni caso il concetto è: l’unione fa la forza.

A questo punto, per solito, si passa all’attacco personale: in un certo senso, il bersaglio si sposta dai concetti alla persona che li esprime.

Questa personalizzazione rappresenta uno degli elementi deleteri di un forum: non mi pare, tuttavia, che esistano contromisure per limitarlo, se non quella, evidente, di non replicare ai commenti da parte del giornalista: ma così l’interattività, ossia la novità eclatante dell’informazione online, scomparirebbe del tutto.

Le mie risposte sono volutamente molto sarcastiche e provocatorie: queste causano una sorta di spostamento anche del baricentro della discussione, dal tema originario ad aspetti marginali, come il carattere, l’impostazione, il significato stesso degli interventi.

Alla fine, il dato che emerge è che, volendo, si può distogliere facilmente un dibattito telematico su di un argomento di pubblico interesse, semplicemente provocando reazioni indotte nei commentatori e facendo leva su quello che pare essere un elemento chiave di ogni discussione del genere, ossia l’avere l’ultima parola a qualunque costo.

Si crea, dunque, una specie di catena, che porta la discussione lontano dalla propria origine. Naturalmente, questo permette una certa manipolazione del pubblico, fondata sull’uso spregiudicato di un’elementare psicologia del web.

Questo appare ancora più evidentemente nella successiva tranche di interventi, in cui un commentatore, in particolare (enrico), tiene botta ad oltranza, fino a concludere il battibecco con due successivi post, quasi a confermare la sua vittoria sul campo.

Il personaggio di enrico è interessante, perché raccoglie caratteristiche diverse e sintomatiche di un certo tipo di utente. E’ aggressivo in partenza: ha già valutato la collocazione dell’autore, ne ha giudicato gusti e pensieri aprioristicamente e si muove su modelli prestabiliti.

Qualcosa, nei commenti precedenti, deve averlo infastidito.

Proviene dalla stessa scuola, materia del contendere, e ne deve aver tratto un’esperienza radicalmente opposta, rispetto a quella che attribuisce all’autore: qui entrano in gioco due nuovi elementi, ossia la comune origine e la diversa percezione della stessa. Come dire: siccome eravamo lì entrambi e tu non hai capito nulla, adesso ti spiego come stanno le cose.

Il commentatore, però cade in un errore tattico, sostenendo che, se la frequentazione fosse avvenuta nel medesimo periodo, l’autore e lui si sarebbero detestati.

Facile colpirlo proprio su questo: il commentatore sottintende una sorta di coincidentia oppositorum, che l’autore nega.

Il sostenere che, probabilmente, pur nella coabitazione, l’autore, spocchiosamente, non si sarebbe nemmeno accorto dell’esistenza di ‘enrico’ (dandogli, implicitamente, del mediocre o della nullità), vuole confermare l’immagine elitaria e classista che gli viene rimproverata: la cosa ottiene un certo successo, infatti la reazione dei commentatori appare ancora più scomposta.

Si delinea, così, quello che mi pare il dato essenziale di questo piccolo esperimento, effettuato sulla pelle di ignari utenti, di cui mi sono già scusato: esasperando la caricatura dell’autore e permettendo ai commentatori di confrontarsi direttamente con lui, nessuno infrange la dimensione caricaturale, ma, anzi, essi tendono a loro volta ad accentuare il carattere della propria maschera, perdendo, progressivamente,contatto con la realtà del contendere, con il contesto e, perfino, con la pochezza dell’argomento.

Come dire che l’effetto del dibattito diventa, ad un certo punto, ipnotico: funziona in maniera quasi psicotropa.

Esagero volutamente, per rendere l’idea di come una discussione su di un argomento, tutto sommato, futile, come quello sulla possibile sede di una vecchia scuola, possa trasformarsi in un esempio patente di intolleranza e maleducazione web, se sufficientemente pilotata in questa direzione.

Sono certo che le persone che si sono lasciate andare a commenti salaci o, addirittura, tranchants, nei confronti dell’autore (ossia io, o, almeno, il mio alter ego più odioso), siano, nella realtà, individui gentili e ragionevoli, che proprio le dinamiche specifiche del forum abbiano indotto a questo cambio radicale di atteggiamento.

Se così non fosse, assisteremmo a scontri di piazza e feroci risse ogniqualvolta ci si trovasse in disaccordo su qualche tema, seppur minimo, di pubblico interesse, il che, evidentemente, non accade.

Questo ci porta alla conclusione di questo breve ed inesaustivo tentativo di analizzare o, meglio, di autoanalizzare, il ruolo di Bergamonews e delle altre pubblicazioni online che prevedano un forum di commento alle notizie.

Il pubblico dei lettori non si identifica con quello dei commentatori.

Non perchè il lettore ed il commentatore non possano essere la stessa persona fisica, ma perchè tra i due ruoli avviene un inconsapevole sdoppiamento, i cui meccanismi psicologici principali spero di avere indicato con sufficiente chiarezza.

Insomma, se quello del lettore è un compito passivo, che permette un’analisi ed un giudizio più sereni e distaccati, quello del commentatore, non sempre ma certo spesso, obbedisce a regole diverse, che sovrintendono sia al tono che al contenuto degli interventi e che sono dettate da elementi, in un certo senso, estranei all’azione informativa redazionale.

Potremmo quasi postulare che un’eventuale manipolazione dell’opinione passi non tanto attraverso l’informazione, quanto attraverso il commento dell’informazione stessa: lo spostamento dei dibattiti su politica, sport o spettacolo, dal Sentierone o dai bar ai forum su internet, pur mantenendo le loro caratteristiche di qualunquismo provinciale, li ha caricati di nuove dinamiche e di nuovissime regole, che andrebbero, come si diceva, studiate con maggiore attenzione di quanto non avvenga.

Non ho, naturalmente, la pretesa di esaurire in queste poche note l’argomento nè, tampoco, di possedere dignità scientifica sull’argomento: si tratta di considerazioni alla buona, buttate giù per curiosità e grazie alla comprensione del Direttore, che tollera cortesemente i miei ghiribizzi.

Però, spero possa essere un sassolino lanciato nello stagno: l’invito ad una riflessione su certi meccanismi che, prima o poi, dovrà essere fatta: magari col patrocinio di BGnews e di altre pubblicazioni online analoghe.

Concludo con un’ultima testimonianza, tratta proprio dall’articolo incriminato: quello che si chiama, comunemente, ‘fulmen in clausola’, ma che qui un vecchio sarpino come me definirebbe, piuttosto, ‘venenum in cauda’.

Una commentatrice, avendo, evidentemente, superato perfino il ruolo dell’onnisciente, per giungere direttamente a quello olimpico (mi perdonerà Pirandello), alle mie scuse agli utenti, per averli usati come inconsapevoli strumenti di questo giochino innocente (peraltro fatto con le migliori intenzioni), ha commentato lapidaria: “Traduzione: mi avete preso a pedate nel sedere, ma faccio finta che fosse uno scherzo. Sono simpatico, vero?”.

L’intervento è più significativo di quanto non appaia a prima vista: le dinamiche dei ruoli, l’idea del forum come torneo, come giostra o come luogo di scontro e non di confronto, è talmente radicata nei precordi da impedire di accettare che, in questo caso, la regola sia stata infranta fin dall’inizio, ossia che le cose virtuali (ossia la solita gara a chi è più bravo, a chi ha l’ultima parola) fossero del tutto diverse, nella loro apparenza, dalla realtà, che è quella dell’esperimento psicologico.

Invece, la realtà, come si diceva all’inizio è una cosa ontologicamente diversa da internet, e questo apre implicazioni decisive e, se mi è concesso, anche un pochino inquietanti.

La prova patente di come il mondo reale sia, a volte, affatto diverso da quello percepito come vero in un forum è proprio questo articolo: io credo che dovremmo rivedere non tanto la policy dei forum, quanto la nostra policy personale, il nostro modo di approcciarci al medium, tenendo conto delle nuove variabili che questo ambiente virtuale ha introdotto nella nostra vita relazionale.

A voi la palla….

Commenti

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  1. Scritto da aldo

    preferisco i commenti anonimi, sono un po’ come il voto segreto in Parlamento, chi si firma in fondo e’ un narciso, gli anonimi vogliono solo che passi il loro pensiero, naturalmente si sta parlando, in ogni caso, di commenti civili ed educati.

    1. Scritto da MAURIZIO

      Giusto commento.

    2. Scritto da Vito

      Concordo,se il saggio (anonimo) indica la luna, lo stolto guarda di chi è’ il dito…

  2. Scritto da Carlo Pezzotta

    Chi scrive usando il nik name, o ha la coda di paglia o ha poco coraggio delle proprie azioni. E’ questa l’interpretazione che io do all’art. di Cimmino. Vorrei un tuo parere, profe., anche se sono di opposta apparteneza ideologica.

    1. Scritto da Nick Carter

      Assecondando uno degli esempi del prof. Cimmino, dico: non si scrive nik name, ma nickname tutto attaccato.

    2. Scritto da Piercarlo Giovanardi

      Perché, di che appartenenza ideologica è il profe?

      1. Scritto da el che

        un sano conservatore

    3. Scritto da Marco Cimmino

      Secondo me, si mescolano varie pulsioni, perfino in contraddizione tra loro: senso d’impunità (immotivato dati gli id registrati), sindrome di Robin Hood, malintesa goliardia, complottismo e altro ancora. Io mi firmo perché come firmo articoli e libri, mi sembra giusto farlo nel web. Ma non sarei così reciso verso gli anonimi: lo ripeto, il fenomeno andrebbe studiato seriamente e a 360 gradi.

  3. Scritto da Alpenstock

    Dopo aver scoperto di essere in una posizione deuteragonistica mi sono guardato in giro con sospetto ed ho fatto qualche saltello in scioltezza. Non si sa mai .
    Scherzo ….. buon pomeriggio Cimmino

    1. Scritto da amen

      =)

  4. Scritto da sticopsico

    Ricordo uno degli ultimi post all’articolo di Cimmino dedicato a Sarpi e Casa Suardi. Questo lungo (anche se l’autore lo definisce “poche note”) contributo di Cimmino sa parecchio di (dis)conferma di chi commentò impietoso, dicendo che la prova non era stata… delle migliori.

  5. Scritto da MAURIZIO

    Se un nickname commette reati online, il suo nome vero può essere facilissimamente scoperto. Il nickname non protegge affatto. Il punto è che in questo stramaledetto paese, chi indaga e chi giudica, ancorché onesto, lavora in un sistema opaco, lento, stupido e corrotto. Quasi sempre, il sistema o non fa nulla o esagera creando enormi danni a chi, in fondo, non ha fatto niente di male. Inquirenti e giudicanti si dividono quindi in schiavi onesti (la esigua minoranza) o servi del sistema.

  6. Scritto da paolo pagg

    Un altro articolo per motivare un’articolo e ribadire che era (in) felice? Ma no! E’ questione di nick…

  7. Scritto da MAURIZIO

    In un paese di paranoici querulomani (personalità patologiche che vivono, e godono, accusando gli altri in tribunale), di professionisti al servizio del più forte, non delle Legge e di pavidi uomini delle istituzioni forti con i deboli e deboli con i forti, il nickname è assolutamente necessario. In Italia, i suoi limiti e i suoi rischi reali creano infinitamente meno problemi che il nome reale.

    1. Scritto da wiw

      Condivido e aggiungo: di quanto uno scrive nel web chi sa che fine fa negli anni?….piccoli grandi fratelli. La carta è una cosa il web è altro, of course.

    2. Scritto da Narno Pinotti

      Mi cita un caso di persona, a lei nota (non valgono «mi ha detto mio cugino» né il Fatto quotidiano), che sia finita in tribunale per un commento pubblicato con nome e cognome? Io non ne conosco, né a me è mai capitato. E soprattutto: se io volessi querelarla per un suo commento, nick o no, mi basterebbe chiamare la polizia postale: a lei BgNews sarebbe obbligata a fornire la sua email e il suo IP, e con questi dati lei sarebbe identificato.

      1. Scritto da Onnar Ittoni

        …e perché il Fatto no? Stranamente a me (e non solo) sembra uno dei pochi quotidiani che fa un’informazione alternativa, anche rischiosa, ma molto più interessante di tantissima altra, più o meno omologata… (Anche BgNws, mi sembra, più di una volta ne ha ripreso news…)

  8. Scritto da Rocco Patanò

    Si, ma se uno si firma Rocco Patanò al posto del nick, come fai a sapere che si tratti effettivamente di Rocco Patanò? Ogni nome può essere un nick…

  9. Scritto da Mirco Ardenghi

    più che PALLA che PALLE, difficile arrivare alla fine….

  10. Scritto da nik name

    d’accordo!

  11. Scritto da sansone

    Che personaggi su Bgblog, eh CIM?

    1. Scritto da Marco Cimmino

      Quelli non erano personaggi: erano personacce.

  12. Scritto da nino cortesi

    Vedo un nome e cognome ogni 100 nick name.
    Lo specchio lampante di quello che sono gli Italiani.
    Bravo Cimmino, l’Eco non ci arriverà mai.

  13. Scritto da marco abbastanza cimmino

    condivido il dotto commento del “marco cimmino” che prima di me ha posto il dilemma della veridicità del nome.

  14. Scritto da marco cimmino

    nick name o nome e cognome…e chi stabilisce che il nome e cognome siano realmente della persona che scrive e non siano fittizi?

    1. Scritto da Marco Cimmino

      Ahahahah, caro omonimo, e io che credevo bastasse il mio stile formidabile a rendermi inconfondibile: bravo, vada avanti lei a nome mio. L’autorizzo senz’altro.

    2. Scritto da Narno Pinotti

      Nel mio caso è facile: nome e cognome compaiono identici nell’indirizzo e-mail che uso, per comunicazioni private e pubbliche, almeno dal 2002. Inoltre la corrispondenza con una persona reale è facilmente verificabile. Infine, il nome è rarissimo.

      1. Scritto da marco cimmino

        e come si fa a sapere che non sei un millantatore che usa credeziali altrui? che differenza c’è tra mettere nick name o un nome e cognome,se non si conosce realmente la persona che commenta?

        1. Scritto da Marco Cimmino

          In questo caso sarebbe semplicissimo distinguere il Marco Cimmino vero da un Carneade qualsiasi: io do sempre del lei ai miei interlocutori…se ne rammenti, se vuole risultare un Cimmino verosimile. A parte che, millantato per millantato, non le converrebbe firmarsi Brad Pitt? Che gusto c’è ad essere un Cimmino?

          1. Scritto da marco cimmino

            vede,non basta una firma per essere o considerarsi migliori di chi non si firma,quindi il suo discorso trova il tempo che trova,e comunque se guardava meglio,ho sempre usato le minuscole al contrario di lei,mio caro omonimo

          2. Scritto da Marco Cimmino

            Mi scusi ma lei mostra (purtroppo, perchè speravo si trattasse di un ragionamento neutro) perfettamente in linea con quanto sostengo nell’articolo: perchè mai dovrei ritenermi migliore di chi non si firma? Lo ripeto, qui non si tratta di avere l’ultima parola: ho notato perfettamente la sua minuscola: cosa avrei dovuto fare? Encomiarla per l’originalità e la sottigliezza? Lei aspettava con ansia una mia risposta che le permettesse di fare il suo pistolotto: un’occasione perduta, insomma.

      2. Scritto da Carlo Pezzotta

        Completamente d’accordo!!!! Io non pubblicherei i commenti firmati solo con nik name!!!!