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Bossetti è il killer? I dubbi e le prove: Dna, calce, cellulare

Massimo Giuseppe Bossetti è davvero il presunto assassino di Yara Gambirasio? Le prove e gli indizi che hanno portato al fermo potrebbero rivelarsi più deboli di quanto appaia oggi. Intanto nella mattinata di giovedì 19 giugno il gip Ezia Maccora lo interrogherà per l’udienza di convalida.

Massimo Giuseppe Bossetti non parla. Il presunto killer di Yara Gambirasio si avvale della facoltà di non rispondere per la seconda volta davanti al pm Letizia Ruggeri.

“È scosso, sta affrontando una situazione difficile” afferma Silvia Gazzetti, l’avvocato che difende il muratore 43enne originario di Clusone ma residente a Mapello, sposato e padre di tre figli è accusato di “omicidio con l’aggravante di aver adoperato sevizie e di aver agito con crudeltà”.

Nel provvedimento di fermo firmato dal pm Letizia Ruggeri, Yara è stata colpita da Bossetti “con tre colpi al capo e con plurime coltellate in diverse regioni del corpo” e “abbandonandola agonizzante in un campo isolato ne cagionava la morte”.

C’è poi il Dna di Bossetti, prelevato nella sera di domenica 15 giugno con l’etilometro durante un controllo stradale. Il profilo genetico del muratore di Mapello – secondo il pm Ruggeri – mostra una “sostanziale assoluta compatibilità” con quello trovato sui leggings e gli slip di Yara.

Nella mattina di giovedì 19 giugno, davanti al giudice per le indagini preliminari Ezia Maccora, si terrà l’udienza di convalida del fermo di Bossetti.

Questo è il punto della situazione a tre giorni dall’arresto, ma davvero Massimo Giuseppe Bossetti è il presunto killer? Ed è qui che bisogna ritornare alle prove.

LE PROVE E I DUBBI: IL DNA

La prova regina è quella scientifica: il Dna. Secondo il test, il profilo genetico di Bossetti coincide al 99,99998% al profilo di Ignoto l’assassino di Yara Gambirasio, la tredicenne di Brembate di Sopra rapita, seviziata e lasciata morire in campo di Chignolo d’Isola. Prova regina. Utilissima ed indispensabile per incastrare il presunto killer, ma se la difesa di Bossetti chiedesse l’accertamento della prova, e quindi si tornasse ad analizzare i resti degli indumenti di Yara, quante possibilità ci sono che ci siano ancora tracce di Dna su quei frammenti lacerati dal tempo e dalle analisi? La prova regina rischia di trasformarsi così nell’anello debole dell’impianto accusatorio?

LA VICINANZA AI LUOGHI

La seconda prova che esibisce la Procura della Repubblica di Bergamo è la vicinanza di Bossetti ai luoghi del delitto. È vero. Bossetti abita a Mapello, frequentava e bazzicava Brembate di Sopra: lo dimostrano proprio in questi giorni i commercianti che si ricordano di quell’uomo dal pizzetto ossigenato.

Davvero un killer ammazza una tredicenne e torna regolarmente sui luoghi del delitto: il salone di bellezza, il bar, il fotografo, il distributore di benzina? O siamo davvero di fronte ad un mostro oppure quelle testimonianze rischiano di essere lette sotto un’altra luce che scagionerebbe Bossetti.

Ci sarebbe il cantiere del centro commerciale di Mapello dove i cani molecolari indicarono il passaggio di Yara. Ma su questo fronte chi indagò decise che non valeva la pena di soffermarsi. Eppure sotto le scarpe di Yara sono stati rinvenuti piccoli tondini come quelli usati nell’edilizia. Quindi Yara era stata in un cantiere? Se sì, quale? E un altro dettaglio: Yara è stata colpita e le fu tentata violenza in un cantiere e poi, in un secondo momento, venne scaricata nel campo sperduto di Chignolo d’Isola dove morì? Bossetti ha mai lavorato nel cantiere di Mapello? Lo conosceva?

IL CELLULARE

Per gli inquirenti il cellulare di Bossetti agganciò la cella di Brembate la sera di venerdì 26 novembre, quando appunto scomparve Yara. Il telefonino fu spento poco prima della scomparsa della ragazzina e riacceso solamente alle 7 del mattino del giorno seguente.

Ma anche qui si apre il dubbio: come mai su 18mila prelievi del Dna, a Bossetti il cui cellulare era agganciato alla cella di Brembate proprio quella sera, non venne mai richiesto? Fu una svista o c’erano ragioni precise perché quell’uomo che viveva così vicino e frequentava Brembate fosse escluso dalla lista?

LA CALCE

Un ulteriore indizio che gli inquirenti esibiscono è la calce rivenuta nei polmoni di Yara. Ma si dimentica che il cadavere della 13enne rimase esposto per tre mesi, dal 26 novembre 2010 al 26 febbraio 2011, alle intemperie in una zona altamente industrializzata. Gli indizi della calce, del cellulare, la vicinanza ai luoghi non sono schiaccianti prove per incastrare il presunto killer di Yara. Rimane il Dna, prova scientifica inconfutabile. Ma un po’ debole, fino a quando gli inquirenti non svelino altri particolari che possano confermare con sostanza l’accusa di omicidio.

Questa vicenda ha sempre mostrato colpi di scena. E potrebbe riservarne ancora altri.

Magari il complice che aiutò Bossetti a caricare sul furgoncino bianco Yara durante il rapimento, lo aiutò a metterla a tacere e a spegnere quel cellulare nel giro di pochi minuti per poi portarla in un cantiere.

Ecco allora compreso il quadro che spalanca il questore di Bergamo, Fortunato Finolli, quando annuncia ulteriori accertamenti.