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Il procuratore Nobili: “Mafia dal profilo basso, ma più pericolosa, parliamone”

Cavernago ha invitato il Procuratore della Repubblica di Milano Alberto Nobili. “Mafia e corruzione, cancro del nostro Paese. La disinformazione e il depistaggio culturale minano la nostra Democrazia”. Il procuratore ha incontrato i bambini dell'elementare “ Prima di chiedere a questi bambini un loro impegno, è bene prima chiedergli scusa per il mondo nel quale li stiamo facendo vivere, dove i valori sono colati a picco”.

Giovedì 29 maggio si è conclusa la lunga e ricca serie di incontri nell’ambito del progetto “I love legalità” organizzata dal Comune di Cavernago, con la collaborazione della Commissione Cultura, dell’Oratorio Don Bosco e dell’Istituto comprensivo statale A. Moro.

Ospite d’eccezione Alberto Nobili, Procuratore della Repubblica di Milano che nel pomeriggio ha incontrato i ragazzi delle scuole elementari introducendo loro un problema complesso come quello del fenomeno mafioso.

Confessa il procuratore Nobili : “Ho incontrato questi bambini per chiedere loro di impegnarsi a trovare il gusto della legalità e del rispetto delle regole e per la prima volta ho provato un senso di imbarazzo nel vedere questi sguardi limpidi, ingenui e meravigliati mentre ascoltavano me parlare di mafia; imbarazzo che deriva dal fatto che forse, prima di chiedere a questi bambini un loro impegno, è bene chiedergli scusa, senza retorica, per il mondo nel quale li stiamo facendo vivere dove i valori sono colati a picco. Non siamo stati capaci di dare loro un mondo pulito e accogliente. Qui sta la contraddizione, chiedere l’aiuto dei bambini quando nelle loro vite dovrebbe regnare solo la spensieratezza. Purtroppo anche i più piccoli devono capire fin da subito a capire quale sia la realtà che li circonda. Certi problemi non possono essere delegati solo alla magistratura o alle forze dell’ordine. Tutti siamo coinvolti, nessuno escluso.”

“Mafia e corruzione sono un cancro che si diffonde come delle metastasi. Come tutte le malattie, vanno conosciute, il primo passo è la consapevolezza del fenomeno. Poi si passa al farmaco, che è la legalità, il rispetto delle regole. In Lombardia stiamo pagando a un prezzo molto alto la disinformazione e il depistaggio culturale, la ‘distrazione’ di chi per tanti anni ha voluto farci credere che la mafia non esistesse al nord. Se pensiamo solo al fatto che la Lombarda è la terza regione d’Italia per quantità di aziende confiscate alla mafia, capiamo subito che la realtà è ben diversa”.  

Mafia al nord fa rima con EXPO? “La ‘ndrangheta si sta leccando i baffi per spartirsi la torta, si occupa di edilizia, figuriamoci se grazie alla sua fitta rete di corruzione non proverà a prendersene una fetta. Ci sono molti segnali in questo senso, gli arresti dei giorni scorsi ne sono un esempio. Lavoro a Milano dal 1980, periodo noto per i numerosi sequestri di persona a scopo di estorsione. Nel 1977 solo a Milano e hinterland furono sequestrate 33 persone. Era chiaro che dietro c’era un’organizzazione criminale, militarmente attrezzata. Però la parola mafia disturbava. Dalla loro bestiale determinazione capimmo che sono persone di fronte alle quali il dio denaro fa si che non esista alcuna forma di sentimento, di manifestazione di stati d’animo. I sequestratori, i mafiosi, erano forti anche del fatto di poter contare su un consenso collettivo totale. In quegli anni si percepì la forza della mafia nel suo luogo di origine che poi si è radicata al nord dove c’è possibilità di business, il nord è una terra di conquista per le mafie. Si capiva che c’era la mafia ma ci davano degli allarmisti. Alla fine degli anni 70 con il business della droga, che rappresenta il 75% del capitale dei mafiosi, abbiamo visto crescere questi gruppi criminali. Su questa scia il rischio Expo era assolutamente prevedibile".

Quali sono la forza e le paure del mafioso? “La forza del mafioso non è rappresentata solo dal potere intimidatorio che esercita, ma soprattutto dal consenso che riesce a creare. Il mafioso è generoso, poi ti prende la vita. Oggi, soprattutto in tempo di crisi, non è più mafioso che cerca l’imprenditore , ma è l’imprenditore che cerca il mafioso. Se siete in crisi meglio fallire, non chiedete soldi alla mafia, vi strozzano! Il secondo punto di forza della mafia è l’illegalità diffusa nel nostro Paese. Questo è un grande regalo che facciamo alla mafia che così cresce, con droga, con il traffico di armi e rifiuti tossici. Siamo arrivati al punto da essere l’unico dei paesi occidentali che salta in aria con il tritolo delle mafie solo perchè ha osato contestarle. L’indifferenza collettiva è sfociata nella stagione delle stragi degli anni ‘90. Una vergogna enorme. L’epoca delle stragi è stato però il momento in cui la mafia ha fatto il suo più grave errore, con il tritolo ha svegliato le istituzioni. C’è voluto tutto quel sangue per ottenere dei risultati. Tra il ‘93 e il ‘95 abbiamo arrestato 2500 mafiosi a Milano e hinterland. Abbiamo vissuto una grande illusione, forse c’eravamo, forse le persone uccise erano servite a qualche cosa, a un risveglio collettivo e sociale. Pensavamo di essere sulla strada giusta".

Ma allora perché parliamo ancora di mafia? "Perché la mafia ha cambiato strategia, ha scelto la strategia del profilo basso. Si è nascosta forse anche più di prima in una crescente indifferenza collettiva; purtroppo esiste solo quello che vediamo e se certe realtà non si fanno vedere, ce le dimentichiamo. Questo ha portato alla disgregazione dei gruppi specializzati di antimafia perché la mafia è apparentemente scomparsa, non ci sono più i morti e lo Stato ha fatto un passo indietro. Oggi si parla poco di mafia, le campagne elettorali in tema di sicurezza non nominano mai le mafie come il primo problema in tema di sicurezza del nostro Paese. Questo è depistaggio, è disinformazione. Allora c’è bisogno di far rumore di fronte al silenzio della mafia. Al mafioso piace chi non vede, non parla e non sente, chi non ha il gusto della legalità, dell’appartenenza, della solidarietà".

E allora cosa dobbiamo fare? "Ognuno di noi deve fare il proprio lavoro al meglio, nel rispetto delle regole, rispettando il dialogo e avendo il coraggio e la fiducia nella denuncia. Non è il carcere ciò che fa paura al mafioso, perché il mafioso lo mette in conto, anzi è addirittura un titolo d’onore. Sono due le cose che lo terrorizzano veramente: la confisca dei patrimoni perché senza i suoi averi il mafioso è perdente e umiliato agli occhi dei picciotti, e l’aver a che fare con persone colte, preparate che hanno il coraggio, la dignità e l’orgoglio di non piegare la testa, che hanno il gusto della legalità e dell’appartenenza alla collettività e al gruppo. Persone che sanno socializzare e creare solidarietà. Il nostro compito è racchiuso nei primi 12 articoli della Costituzione tra cui l’articolo 4 secondo comma che dice testualmente che ogni cittadini, nessuno escluso, ha il dovere secondo le proprie capacità e possibilità di contribuire allo sviluppo morale e materiale del Paese. L’indifferenza, quindi, è incostituzionale”.

Giorgia Latini

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