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Brasile, mondiali di calcio La Chiesa in campo contro la tratta di persone

Fermare la tratta delle persone durante i Mondiali di calcio della Fifa in Brasile, da giovedì 12 giugno a domenica 13 luglio, è l’obiettivo della campagna lanciata dalla Rete internazionale della vita consacrata «Tàlitha Kum».

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Fermare la tratta delle persone durante i Mondiali di calcio della Fifa in Brasile, da giovedì 12 giugno a domenica 13 luglio, è l’obiettivo della campagna lanciata dalla Rete internazionale della vita consacrata «Tàlitha Kum»: questa è un’espressione dell’aramaico parlato da Gesù che significa: «Fanciulla, io ti dico: alzati» (Marco 5,41) e si riferisce al miracolo della risurrezione della figlia di Giàro, raccontato dagli evangelisti Matteo, Marco e Luca. Nella campagna contro la tratta sono impegnati oltre 250 religiose/religiosi e i collaboratori laici. Durante i Mondiali molte persone lavorano in vari settori dell’industria e del turismo: alberghi, bar, ristoranti, trasporti di merci, trasporti di persone. Le offerte di lavoro sono tante e purtroppo coloro che le accettano spesso sono ingannati e diventano vittime dello sfruttamento.

Papa Francesco ha definito più volte questo crimine «una piaga nel corpo dell’umanità contemporanea, una piaga nella carne di Cristo». Il cardinale brasiliano Joao Braz de Aviz, prefetto della Congregazione per la vita consacrata, spiega: «I religiosi e le religiose si impegnano in tutto il mondo, secondo la loro missione, in mezzo a tante forme di povertà e toccano con mano l’umiliazione, la sofferenza, il trattamento disumano e degradante inflitto a donne, uomini e bambini da questa schiavitù moderna».

La campagna nacque come «Religiose contro la tratta di persone» e nel 2009 è diventata «Rete internazionale di vita consacrata contro la tratta di persone». Promossa dall’Unione internazionale delle superiore generali (Uisg) e dall’Organizzazione internazionale per i migranti (Oim), è finanziata dal governo statunitense, rappresentato da Antoinette C. Hurtado, ambasciatrice Usa presso la Santa Sede. In cinque anni di lotta e di impegno la campagna ha raggiunto 24 reti che rappresentano 79 Paesi con oltre 800 religiose/religiosi di 240 Congregazioni.

Ora stanno per iniziare i Mondiali di calcio in Brasile, dove il governo, le organizzazioni governative e non governative e le forze dell’ordine si impegnano contro la tratta, grazie anche alla nuova legge, approvata la scorsa settimana, che criminalizza lo sfruttamento della prostituzione minorile, favorita da connivenze ad alto livello. Suor Gabriella Bottani è un missionaria comboniana italiana in Brasile ed è la coordinatrice della campagna «Gioca per la vita, denuncia la tratta», che promuove azioni preventive di presa di coscienza e di formazione; sostiene le persone che denunciano la tratta; segue il reinserimento psico-sociale delle vittime; partecipa alla definizione di linee politiche e di progetti sociali. In concreto la campagna usa media e social network per informare e sensibilizzare la popolazione e sarà presente nelle 12 città brasiliane che ospitano le partite del Mondiale. Racconta suor Bottani: «Le persone “trafficate” in Brasile sono per la maggior parte donne giovani, originarie di famiglie povere, con bassi livelli di studio.

Lo scopo è lo sfruttamento sessuale.

Il Brasile ha un’alta percentuale di turismo sessuale e questo incide sullo sfruttamento della prostituzione soprattutto minorile e spesso apre le porte al traffico interno o internazionale, un fenomeno poco visibile e quasi impercettibile. Nelle campagne pubblicitarie le donne vengono prevalentemente presentate come oggetti di piacere sessuale e di consumo in un sistema incentrato sul mercato, dove il guadagno passa sopra tutto e tutti. Questo favorisce chi, offrendo false promesse di lavoro e di vita migliore, alimenta il commercio di persone».

L’esperienza del passato prossimo dice che la tratta per lo sfruttamento sessuale e lo sfruttamento del lavoro aumentano in occasione dei grandi eventi, come è successo ai Mondiali in Germania nel 2006 e in Sudafrica nel 2010, quando c’è stato un incremento del 30 e del 40 per cento. Dell’attività svolta dalla Rete in questi cinque anni parla la coordinatrice, suor Estrella Castalone: «Mettiamo insieme le molte risorse della vita religiosa con altri settori della società. La tratta è in mano a una rete criminale molto ben organizzata e ben collegata da una parte all’altra del mondo. Solo attraverso una rete di salvezza e speranza possiamo impedire che i più deboli e i più vulnerabili diventino una merce umana». Suor Carmen Sammut, presidente dell’Unione internazionale delle superiore generali (Uisg), spiega le ragioni di «Tàlitha Kum»: «Dobbiamo rendere tutti consapevoli di quanto accade ai margini dei grandi eventi come i Mondiali perché senza questa consapevolezza e senza un’azione comune, questi eventi diventano una terribile vergogna invece che una festa».

Questo impegno si scontra con non poche difficoltà, non escluse alcune connivenze di alto livello. Non diverso è l’impegno in Italia. «Liberiamole tutte» proclama Giovanni Ramonda, responsabile dell’associazione «Comunità Papa Giovanni XXIII», fondata da don Oreste Benzi. Si riferisce alle 200 studentesse cristiane di 12-17 anni della scuola di Chibok in Nigeria, rapite dal gruppo estremista islamico Boko Haram, crimine che ha sollevato lo sdegno planetario. Ma si riferisce anche alle centinaia di migliaia di ragazze, spesso giovanissime – nigeriane, albanesi, rumene, brasiliane – costrette a vendere il proprio corpo e a subire violenze indicibili, torture, umiliazioni, bestialità. L’Associazione ormai da decenni lotta per sconfiggere la piaga della schiavitù delle migliaia di ragazze che arrivano dall’Africa: sono le nuove schiave portate in Italia e nei Paesi europei perché c’è una grande e forte domanda.

Una tratta che dura da 30-40 anni ed è organizzata da gruppi criminali che si incrociano e costruiscono alleanze. Un fenomeno complesso che la polizia conosce bene. Finché non si agisce sul fronte della domanda, l’offerta non diminuirà. Bisogna eliminare questa turpe domanda, questa turpe mercificazione. Bisogna combattere la tratta con un rigoroso contrasto e non legalizzarla, come piacerebbe a qualcuno.

Pier Giuseppe Accornero

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