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Pillole di Grande Guerra 8 I giochi delle alleanze: l’Italia nella “Triplice”

Una delle ragioni dello scoppio della Grande Guerra consiste certamente nel sistema di alleanze ad incastro che costrinsero all'impegno bellico i vari contendenti: il nostro Marco Cimmino parte dall'esame della coalizione di cui l'Italia faceva parte, la Triplice Alleanza.

di Marco Cimmino

Una delle ragioni dello scoppio della Grande Guerra, all’indomani dell’attentato di Sarajevo, consiste certamente nel sistema di alleanze ad incastro che, in qualche modo, costrinsero all’impegno bellico i vari contendenti. In realtà, per tutto l’Ottocento e nei primi anni del Novecento, in Europa si andarono tessendo delle reti di relazioni diplomatiche, probabilmente retaggio del sistema di coalizioni dell’età napoleonica, e che si basavano sia su affinità di tipo culturale ed etnico che su ragioni di semplice realismo politico.

Nel 1914, erano in vigore due blocchi di alleanze militari, che riunivano uno Francia, Gran Bretagna e Russia e l’altro Germania, Austria-Ungheria ed Italia.

Noi, in questa sede, partiremo dall’esame della coalizione militare di cui l’Italia faceva parte, e che prese il nome di “Triplice Alleanza” o, più semplicemente di “Triplice”, da cui l’aggettivo “triplicisti”, che designava coloro i quali parteggiassero per la Germania e l’Austria-Ungheria alla vigilia della guerra.

Un’alleanza difensiva a due, tra Germania ed Impero, esisteva già, quando, nel maggio del 1882, anche l’Italia umbertina decise di aderirvi: si trattava di un accordo militare, che prevedeva un impegno reciproco di intervento in caso di aggressione subita da uno dei firmatari. Il regno d’Italia giunse a questa svolta in chiave antifrancese e l’alleanza proseguì sempre con l’evidente intenzione di marginalizzare politicamente la Francia e, soprattutto, il suo espansionismo africano, dall’occupazione della Tunisia (1882) fino alla crisi marocchina del 1911 e all’incidente di Agadir. Il trattato venne ratificato a più riprese, con modifiche e conferme, nel 1887, 1891, 1896, 1902 e 1912.

Molto spesso, nel corso di conferenze ed incontri pubblici, mi viene domandato se l’Italia avesse avuto ragione o torto nel mantenersi neutrale nel 1914, quando i suoi alleati scesero in campo: ancora oggi, questo episodio è materia di discussione e rappresenta, evidentemente, una questione in parte aperta. Negli anni cruciali prima dello scoppio della Grande Guerra, ministro degli esteri italiano era San Giuliano, che, per quanto triplicista, indirizzò l’Italia su posizioni defilate, se non filo-intesa, tanto che, in occasione della fine della seconda guerra balcanica, ammonì l’Austria circa un eventuale intervento contro la Serbia.

Dopo qualche giravolta, nell’agosto del ’14, a guerra ormai iniziata, San Giuliano dichiarò la neutralità italiana, in virtù degli articoli 4 (dichiarazione di guerra ad una quarta potenza) e 7 (comunicazione preventiva agli alleati delle proprie decisioni) del trattato. Dunque, formalmente, se non eticamente, l’Italia aveva tutte le ragioni di non avallare le scelte austro-tedesche. L’aspetto imbarazzante della politica estera italiana fu, semmai, il mercato delle vacche che si verificò dopo la morte di San Giuliano, nell’ottobre del ’14, in cui l’Italia, rappresentata da Sidney Sonnino e da Salandra, mise all’asta al miglior offerente la propria neutralità o il proprio intervento al fianco dell’Intesa.

Va detto che, nonostante le numerose ratifiche della Triplice, Italia ed Austria si guardarono sempre con un po’ di sospetto, fortificando le frontiere e sfruttando cinicamente le situazioni a proprio vantaggio.

Ma questo, in fondo, lo facevano un po’ tutti: anche l’Intesa, di cui ci occuperemo nel prossimo capitolo.

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