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The Black Keys: Turn Blue il nuovo album sul “camino” del capolavoro

Se il singolo Fever proprio non l'aveva convinto, l'intero cd dei Black Keys invece è piaciuto al nostro Brother Giober: è certamente riuscito, meno di El Camino, non ci sono le stesse vette compositive ma, in genere, la qualità è più che buona. La sensazione è che possano dare ancor di più e che abbiano nelle “canne” la possibilità del capolavoro che credo, prima o poi arriverà.

Giudizio:

* era meglio risparmiare i soldi ed andare al cinema

** se non ho proprio altro da ascoltare…

*** in fin dei conti, poteva essere peggio

**** da tempo non sentivo niente del genere

***** aiuto! Non mi esce più dalla testa

 

 

ARTISTA: The Black Keys

TITOLO: Turn Blue

GIUDIZIO: ***1/2

I Black Keys sono tra i miei preferiti anche se li frequento da poco. Li ho incontrati grazie a Brothers mi hanno entusiasmato con El Camino. Per un nostalgico come me, ancorato (ahimè!) agli anni ‘70, ascoltare i suoni di quest’ultimo album è stato come tornare diritto a quell’epoca e riprovare le medesime emozioni, lo stesso stupore che allora suscitavano in me le più importanti uscite discografiche.

I Black Keys sono un duo, ovvero Dan Auerbach (chitarre ) e Patrick Carney (tamburi) e vengono da Akron, la stessa città dei Devo, di Jim Jarmush, di Joseph Arthur, artisti che, in campi diversi, hanno lasciato un segno importante nel mondo della cultura.

Il loro ultimo album, El Camino appunto, ha vinto nel 2012 il Grammy quale miglior album rock dell’anno e ha venduto una spataffiata di copie in tutto il mondo elevando i Black Keys al rango di star internazionali.

Difficile quindi bissarne il successo.

Qualche giorno fa, in un pomeriggio domenicale, in auto, sulle frequenze di radio Capital ascolto, in anteprima, il nuovo singolo, Fever, che trovo francamente deludente: troppo facile, troppo ruffiano, distante anni luce dalla genialità di un brano come Lonely Boy, o dall’epicità di Little Black Submarines.

L’insistente organetto farfisa che mi ricorda Commander Cody (che non era poi così male) o, peggio, qualche artista elettrobeat nostrano degli anni 80 è quanto di più indigesto per le mie orecchie.

Ma poi sabato scorso vado nell’unico negozio oramai rimasto della citta: la mia consulente preferita mi dice “compri l’ultimo dei Black Keys, merita veramente”. Con fare stupito le rispondo che il singolo non mi è proprio piaciuto ma lei mi risponde che invece il disco è bello.

Oramai Lei (maiuscolo) si è conquistata la mia fiducia assoluta, non mi ha mai tirato bidoni e, anzi, mi ha fatto scoprire numerosi artisti che poi mi sono entrati nel cuore.

Decido così di acquistare il disco, dalle note in copertina vedo che il produttore è lo stesso del precedente lavoro, Danger Mouse che oramai può essere considerato l’elemento aggiunto del gruppo, suonando nel lavoro tutte le tastiere, contribuendo alla scrittura di tutte le canzoni e arrangiandole pure (a parte due).

Arrivato a casa, lo scarico subito sul computer e lo faccio partire “a manetta” con diffusione in tutta le stanze.

Le prime note di Weight of Love, sgomberano ogni mio dubbio. Il brano è in puro Black Keys Style: con un intro acustico un po’ morriconiano, si sviluppa poi in modo etereo con una chitarra fluida che ricorda alcune delle più belle cose dei Pink Floyd. Riconosco da subito che quello che mi piace di più dei Black Keys è la loro capacità di stupirmi, di rispolverare suoni che oggi nessuno è più capace di riprodurre. Certo, sono irrimediabilmente legati agli anni ’70, ai Pink Floyd, al prog inglese (ma anche a quello italiano), alla psichedelia, al soul, la loro musica è puramente derivativa ma chissenefrega, funziona, e funziona a meraviglia. E quando entra la voce ti rendi conto che sono anche in grado di elaborare melodie memorabili.

In time è introdotta dai coretti oramai riconoscibilissimi, così come anche lo è l’arrangiamento, con l’aggiunta di un inusuale trombone o così mi è parso di riconoscere. La voce in falsetto è quella solita, in più c’è un andare sincopato, pieno di tempi e controtempi, assolutamente coinvolgente, con un assolo di chitarra nel mezzo devastante. L’amore per il soul seppur filtrato da suoni che nulla hanno a che fare con lo stesso è evidente e così è impossibile non riconoscere alcuni fraseggi che rimandano a Marvin Gaye, a Smockey Robinson, a Sly and the Family Stone a Prince.

Ma il capolavoro arriva con il brano successivo: Turn Blue, la title track, è una ballata in sospeso, pervasa da un filo di tensione, con il riff ripetuto di chitarra. È un brano che non riesci a capire dove va a parare ma poi arriva il ritornello, subdolo, di quelli che ti entrano in testa e non ti escono più. Un brano sottopelle, dai ritmi e le melodie appena accennati. In una parola perfetto!

Fever è il singolo di cui vi dicevo, ha una tastierina francamente, almeno per me, insopportabile e mi è parso troppo, ma veramente troppo, scontato. Ha forse un suo “perché” che va ricercato nel ritmo, nell’insistenza dei giri di basso e in un’atmosfera in generale beat che riporta diritti alla fine degli anni ’60.

Year in Review ha ancora all’inizio i coretti noti dei B.K.; questa volta la voce è leggermente più distante, in sottofondo un variegato gioco di batteria dà al brano una stratificazione che insieme ad una bella interpretazione vocale elevano il pezzo a un rango nobile.

Bullet in the Rain ha ancora suoni psichedelici e parti strumentali avvolgenti sino a quando il ritmo accelera a far da sfondo alle parti cantate. Bello tutto, molto d’atmosfera.

Una intro di tamburi è quella che annuncia It’s Up to You Now, un brano che all’inizio sembra non troppo riuscito, senza guizzi particolari, come se ne sono sentiti tanti; poi però parte una coda strumentale più lenta basata sul suono di una chitarra distorta e penso, ascoltandolo, che erano anni che non sentivo più nulla di così lisergico. Qualcuno l’ha definito un hard-blues, mi pare che la definizione calzi a pennello.

Waiting on Words ha i suoni, all’inizio, degli Style Council (???!!!), poi l’atmosfera cambia repentinamente, il brano rallenta e diventa una ballata quasi eterea, rarefatta e riuscita. Si assiste ad una sorta di processo per sottrazione, arrangiamenti e suoni sono quelli essenziali e necessari ad evidenziare la bellezza della melodia.

Nonostante l’inizio delle tastiere, che non incontra il mio gusto, è invece proprio bella 10 lovers, una ballata che ha un bell’incedere, e variazioni di temi che danno un senso ancor più dinamico al brano. L’abbondante uso delle tastiere ricorda in alcuni momenti certi arrangiamenti di Prince (non i suoi ritmi) mentre l’assolo di chitarra finale è particolarmente riuscito. Il brano riesce a calare l’ascoltatore in certe atmosfere synto – pop degli anni ’80 che temo, con questo lavoro, troveranno il loro sdoganamento in nome di una nostalgia vintage che, ad oggi, si era limitata, almeno per quanto mi riguarda, alla riscoperta dei soli anni ’60 e ’70.

In In our Prime l’arrangiamento è ridotto all’osso, le “pennate” della chitarra sono secche sino a quando la melodia diventa beatlesiana, quanto meno tipicamente british, mentre i suoni ricordano, in alcuni passaggi, la leggendaria Electric Light Orchestra. Ma è l’intermezzo strumentale ad elevare il brano fino al canto ultimo più partecipe ed accorato del solito. Chiude il tutto un solo di chitarra come non se ne sentivano da tempo.

È poi la volta di Gotta Get Away, un brano trash che mi ricorda i Bay City Rollers, gli Slade (e quelle “robe lì”) , ma anche il southern rock più facile ed immediato, che però alla fine risulta fresco e dà un tocco di leggerezza al disco.

Questo è Turn Blue, un lavoro serio e meditato, per nulla commerciale, dove a partire dal titolo è presente, nei testi così come nei suoni, un senso di inquietudine, di angoscia che probabilmente trovano il loro sollievo nella debordante liberta stilistica che accomuna, senza alcun limite, generi musicali diversi.

Ho letto sul web che è presente persino il campionamento di un vecchio brano di Nico Fidenco, Star, colonna sonora di un b-movie erotico italiano degli anni ’60. Francamente non ho avuto il coraggio di andare a verificare…..

I testi tendono al triste, per Auerbach il periodo trascorso da El Camino, pare sia stato particolarmente travagliato, complici, immagino in misura diversa, una separazione dolorosa e la controversa produzione di un lavoro di Lana Del Rey.

In conclusione l’opera è certamente riuscita, meno di El Camino, non ci sono le stesse vette compositive ma, in genere, la qualità è più che buona. La sensazione è che possano dare ancor di più e che abbiano nelle “canne” la possibilità del capolavoro che credo, prima o poi arriverà. Restano comunque un grande gruppo e Turn Blue ne è la lampante conferma.

Se non si vuole ascoltare tutto il disco: Weight of Love

Se non ti basta ascolta anche:

Pink Floyd – Echoes The Best of P.F.

Led Zeppelin – II

The Black Keys – El Camino

Commenti

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  1. Scritto da brixxon53

    Gran bel disco, concordo!! Visto che piace il genere mi permetto ancora di consigliarvi l’ascolto di Atlas dei Real Estate, sempre se non l’avete già fatto. Per Umberto: mi devo ricredere sul disco tributo ai Doors, l’avevo giudicato troppo frettolosamente. Praticamente adesso sto sentendo quasi solo quello, veramente bello, mi ha conquistato. Grazie e buona musica a tutti.

    1. Scritto da umberto

      Ciao Brixton, mi fa piacere che il disco ti sia piaciuto. Ora andro’ a cercarmi il disco dei Real Estate, a me sconosciuto…..Ciao

    2. Scritto da B.G.

      ciao Brixxon 53. ho comprato il disco dei Real Estate e l’ho trovato molto bello. questa settimana no, ma non è escluso che la prossima riesca a recensirlo. grazie della segnalazione. B.G.

      1. Scritto da brixxon53

        Ciao B.G. grazie a te per tutta la bella musica che ci proponi, sono contento che i Real Estate ti siano piaciuti e sono curioso di sentire il parere di Umberto. Buon week end e buona musica a tutti…

        1. Scritto da Giovanni

          Se ti interessa ti posso dare il mio!

          1. Scritto da brixxon53

            Ciao Giovanni, ben venga anche il tuo parere.

          2. Scritto da Giovanni

            Un bel disco che mi dà serenità e un pò di malinconia.

          3. Scritto da brixxon53

            La pensiamo uguale, in più a me da un’aria di… fresco e pulito… qualcosa di simile.

          4. Scritto da brixxon53

            Siamo sulla stessa linea di pensiero, e in più mi da anche una sensazione… come dire… di fresco e pulito… Ciao e grazie.

          5. Scritto da umberto

            Ciao brixton. I Real Estate non li conoscevo, grazie della segnalazione, mi sono piaciuti, sono gradevoli e in più, cosa rara, é piaciuto anche a mia moglie!!!! Ciao a presto

  2. Scritto da milvo

    Grazie GB ancora una volta siamo in perfetta sintonia, ti aspetto a Bilbao al BBK Festival per sentirli dal vivo.
    MF

  3. Scritto da Diego Perini

    Non so, i duo chitarra-batteria li ho dismessi anni fa con i White Stripes di Elephant. La copertina è uguale al secondo dei Deerhunter! Perplesso.

    1. Scritto da Diego Perini

      Ho scritto male, non frequento più i Black Keys dai tempi di Elephant. Nemmeno gli amatissimi 20Miles di Judah Bauer che non so più che fine abbiano fatto.

      1. Scritto da mauro

        Black Keys dai tempi di Elephant??? in che senso?

        1. Scritto da Diego Perini

          Volevo dire dai tempi di Elephant dei WS, poi ho visto che Magic Potion è del 2006. Uno degli ultimi cd acquistati.

  4. Scritto da brixxon53

    Anche questi mai sentiti!! Ma ormai sono abituato ai regali di B.G. e finora non mi posso certo lamentare. Oltretutto, se metti i miei adorati Led Zeppelin come completamento, non posso non andarmeli a scaricare e ascoltare. Da come ne parli, credo che darò precedenza a El Camino. Grazie e buona musica a tutti.

  5. Scritto da umberto

    L’ho sentito solo una volta ma l’impressione e’ buona. Devo riascoltarlo ancora ma i Black keys sono uno dei pochi gruppi odierni che meritano attenzione.