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Papa Francesco ai vescovi “Siate semplici, poveri e vicini alla gente”

Cinquant’anni fa con il discorso del 14 aprile 1964, in pieno Concilio Vaticano II (1962-1965), Papa Paolo VI istituiva di fatto la Conferenza episcopale italiana. Con la prolusione alla 66ª assemblea, il 19 maggio pomeriggio, Papa Francesco di fatto «rifonda» la Conferenza episcopale su basi ancora più spirituali.

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di Piergiuseppe Accornero

Cinquant’anni fa con il discorso del 14 aprile 1964, in pieno Concilio Vaticano II (1962-1965), Papa Paolo VI istituiva di fatto la Conferenza episcopale italiana. Con la prolusione alla 66ª assemblea, il 19 maggio pomeriggio, Papa Francesco di fatto «rifonda» la Conferenza episcopale su basi ancora più spirituali. Papa Bergoglio chiede ai vescovi di non confidare nell’«abbondanza di risorse e strutture» o su «strategie organizzative» e di non lasciarsi andare al catastrofismo; parla di «legioni delle tentazioni, dal carrierismo all’ambizione che generano correnti, consorterie e settarismi»; come Paolo VI si appella all’unità dell’episcopato; invita i vescovi a essere «semplici nello stile di vita, distaccati, poveri, misericordiosi, vicini alla gente»; indica tre priorità: la famiglia, il lavoro, gli immigrati.

A VOLTE LA STAMPA INVENTA

L’assemblea fino a giovedì 22 discute anche l’eventuale cambio dello statuto nel modo di designare i vertici. Dopo il discorso dirompente del 2013, Francesco offre «alcune riflessioni» venendo incontro «a quanti si domandano quali siano le attese del Vescovo di Roma sull’episcopato italiano». A braccio dice che l’unico messaggio da seguire è il comando di Gesù a Pietro: «Seguimi!». Con spirito osserva: «Un giornale ha fatto i nomi della presidenza della Cei dicendo: questo è uomo del Papa, questo non è uomo del Papa. Vorrei dirvi che tutti sono uomini del Papa! Il nostro è un linguaggio comunionale, non politico. A volte la stampa inventa». Pone domande essenziali: «Chi è per me Gesù Cristo? Come ha segnato la verità della mia storia? Che dice di Lui la mia vita?».

UNA SERIE DI TENTAZIONI

Elenca una serie di «legioni delle tentazioni: la tiepidezza che scade nella mediocrità; la ricerca del quieto vivere che schiva rinunce e sacrificio; la fretta pastorale, al pari della sua sorellastra, l’accidia che porta all’insofferenza, quasi che tutto fosse solo un peso; la presunzione di chi si illude di poter far conto solo sulle proprie forze; «l’abbondanza di risorse e di strutture e le strategie organizzative». Di fronte a una delle conferenze episcopali più strutturate e più ricche dice che tentazione è anche «accomodarsi nella tristezza, che spegne ogni attesa e creatività, lascia insoddisfatti e incapaci di entrare nel vissuto della gente».

Conclude la prima parte: «Se ci allontaniamo da Gesù, se l’incontro con Lui perde la sua freschezza finiamo per toccare con mano solo la sterilità delle nostre parole e delle nostre iniziative. I piani pastorali servono, ma la nostra fiducia è riposta nello Spirito del Signore, che ci spalanca continuamente gli orizzonti della missione».

MANCANZA DI COMUNIONE L’ERESIA PIU’ GRAVE

Cita spesso Paolo VI, che non si stancava di ripetere, come nella prima enciclica «Ecclesiam suam» (6 agosto 1964), che il dialogo e il servizio all’unità è «questione vitale per la Chiesa». La missione del pastore «richiede un cuore spogliato di ogni interesse mondano, lontano dalla vanità e dalla discordia; un cuore accogliente, capace di sentire con gli altri. La mancanza o la povertà di comunione è lo scandalo più grande, l’eresia che deturpa il volto del Signore e dilania la Chiesa. Nulla giustifica la divisione: meglio cedere e rinunciare piuttosto che lacerare la tunica e scandalizzare il popolo di Dio». Perciò i pastori devono «rifuggire dalla gestione personalistica del tempo; dalle chiacchiere e le mezze verità che diventano bugie; dalla litania delle lamentele che tradisce intime delusioni». Una delle piaghe della vita ecclesiale è «il rodersi della gelosia, l’accecamento indotto dall’invidia, l’ambizione che genera correnti, consorterie e settarismi». Sottolinea la necessità di partecipazione, collegialità e dialogo: «La nota dominante è la libera e ampia possibilità d’indagine, di discussione e di espressione. Questo è importante in un’assemblea: ognuno dica quello che sente. La Cei dia spazio alla comunione, all’unità, alla valorizzazione delle diocesi, anche delle più piccole e a partire dalle conferenze regionali».

NON DISTINGUERE TRA «I NOSTRI» E «GLI ALTRI»

Una delle lacune più gravi della Chiesa italiana nel dopo-Concilio è stata la sostanziale non valorizzazione dei laici. Di qui l’invito ad accompagnare «con larghezza la crescita di una corresponsabilità laicale; riconoscete spazi di pensiero, di progettazione e di azione alle donne e ai giovani: con le loro intuizioni e il loro aiuto riuscirete a non attardarvi su una pastorale di conservazione generica, dispersiva, frammentata e poco influente".

Ai vescovi indica come pietra di paragone le parole di Gesù nel capitolo 25 del Vangelo di Matteo: «Ho avuto fame…, ho avuto sete, ero straniero, ero in carcere». Allora non bisogna cedere alla «distinzione tra "i nostri" e "gli altri"» ma bisogna vivere «decentrati, protesi all’incontro, annunciatori della verità di Cristo», verità e misericordia che non vanno mai disgiunte perché «un Cristianesimo di carità senza verità può venire scambiato per una riserva di buoni sentimenti». Sollecita «l’eloquenza dei gesti: semplici nello stile di vita, distaccati, poveri e misericordiosi, e interiormente liberi per essere vicini alla gente, attenti ad accostare ognuno con carità, affiancando le persone lungo le notti delle solitudini, delle inquietudini e dei fallimenti».

FAMIGLIA, LAVORO, IMMIGRATI

Tre «luoghi» in cui la presenza appare «maggiormente necessaria e significativa». La famiglia: «Fortemente penalizzata da una cultura che privilegia i diritti individuali e trasmette una logica del provvisorio. Fatevi voce convinta della prima cellula di ogni società, promuovete la vita del concepito come quella dell’anziano, sostenete i genitori, chinatevi con la compassione del samaritano su chi è ferito». Il lavoro: «La sala d’attesa affollata di disoccupati, cassintegrati, precari, dove il dramma di chi non sa come portare a casa il pane si incontra con quello di chi non sa come mandare avanti l’azienda. È un’emergenza storica che interpella tutti: aiutiamo a non cedere al catastrofismo e alla rassegnazione».

Gli immigrati: «La scialuppa che si deve calare è l’abbraccio accogliente ai migranti, fuggiti da intolleranza, persecuzione, mancanza di futuro. Nessuno volga lo sguardo altrove». In generale «le difficili situazioni vi trovino attenti e partecipi, pronti a ridiscutere un modello di sviluppo che sfrutta il creato, sacrifica le persone sull’altare del profitto e crea nuove forme di emarginazione e di esclusione».

VESCOVI MESSICANI

È sbagliato pensare che le attese di Francesco sui vescovi riguardino solo gli italiani. Ricevendo i vescovi messicani, il 19 maggio mattina, confida: «Mi lasciate preoccupazioni serie, problemi seri e dolorosi, problemi delle migrazioni, quelli che non arrivano dall’altra parte del muro…figli che muoiono uccisi per mano di sicari ingaggiati. La droga: quando un contadino ti dice: “Che cosa vuoi che faccia? Se coltivo mais vivo un mese, se invece coltivo oppio vivo tutto l’anno!”». Anche a loro raccomanda: «Voi, con il vostro popolo, sempre!».

RICORDO DI DON NOVARESE

A 5 mila tra malati, disabili e volontari ricorda che «la sofferenza non è un valore in sé, ma una realtà che Gesù ci insegna a vivere con l’atteggiamento giusto. Ci sono modi giusti e modi sbagliati». È la lezione di don Luigi Novarese, nato cento anni fa a Casale Monferrato il 29 luglio 1914 e beatificato un anno fa l’11 maggio 2013. Ricevendo i Silenziosi operai della croce e il Centro volontari della sofferenza commenta la beatitudine «Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati»: «Gesù si riferisce a una condizione della vita che non manca a nessuno. Gesù ha sperimentato afflizione e umiliazione, ha assunto le sofferenze umane nella sua carne, ha provato fame, fatica e incomprensione. Non intende dichiarare felice una condizione sfavorevole e gravosa della vita. La sofferenza è una realtà che Gesù ci insegna a vivere con l’atteggiamento giusto. Un atteggiamento sbagliato è quello di vivere il dolore in maniera passiva, con inerzia e rassegnandosi».

Definisce don Novarese «sacerdote innamorato di Cristo e della Chiesa e zelante apostolo dei malati. La sua personale esperienza di sofferenza lo rese molto sensibile al dolore». Diceva sempre: «Gli ammalati devono sentirsi gli autori del proprio apostolato» e «con questo carisma voi siete un dono per la Chiesa».

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Commenti

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  1. Scritto da don marcello fumagalli

    25 anni fa (!) 63 teologi scrissero una Lettera ai Cristiani. Di quella Lettera i più ignorano l’esistenza! Oggi papa Francesco dice cose che a fine anni ’80 da più parti si levavano!Dichiarazione di Colonia, ecc.ecc.
    MEGLIO TARDI CHE MAI!
    Per documentarsi rimando a:
    http://www.culturacattolica.it/detail.asp?c=1&p=0&id=7374

    don marcello fumagalli 64° firmatario

  2. Scritto da Luigi

    Pare che il cardinal Bertone abbia messo in pratica anticipatamente rispetto ai consigli del Papa certi comportamenti: bravissimo. E non sono bruscolini, ma milioni di euro. Ma come fa la chiesa a non sentirsi ipocrita parlando ai poveri e maneggiando certi poteri materiali di lusso e di ricchezza?

  3. Scritto da Alex

    …..va beh dai scherzavo!!!!

  4. Scritto da mario59

    …e seguite l’esemio del cardinal Bertone!