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Potente e possente il “Mr. Turner” di Leigh” è quasi un capolavoro

Il regista Mike Leigh narra la vita del pittore Turner. Un film riuscito secondo la nostra Paola Suardi che lo ha visto in concorso per Bergamonews al Festival di Cannes. Ottima la prova dell'attore protagonista Timothy Spall, raffinata la sceneggiatura e la recitazione efficace di tutti gli interpreti.

Da Cannes – Paola Suardi

Titolo: Mr. Turner;

Regia: Mike Leigh;

Genere: biografico;

Durata: 149 minuti;

Anno : 2014;

Cast: Timothy Spall (JMW Turner), Dorothy Atkinson (Hannah Danby), Marion Bailey (Sophia Booth), Paul Jesson (il padre); 

Voto: ****

 

“Mr. Turner" di Mike Leigh è potente e possente. Potente la capacità del regista di avvicinarci al grande pittore romantico inglese, alla sua quotidianità domestica e mondana (con una ricostruzione di ambienti e costumi mirabile), al suo sentire. Alla sua ricerca spasmodica del modo per catturare la luce (“il sole è Dio dirà prima di morire”), per fondere storia dell’uomo (dipinge la battaglia navale di Trafalgar ma anche imbarcazioni di schiavi e negrieri) e natura, per trasfigurare quest’ultima rarefacendola, o meglio disfacendola, nel colore.

Possente il personaggio di Turner, interpretato benissimo da Timothy Spall (uno dei caratteristi più ricordati di Harry Potter, ricordate?): corpulento, impulsivo, eccentrico, a tratti animalesco.

Non a caso in una delle prime scene il film ci mostra il padre del pittore che rasa i peli di una testa di maiale da cucinare e subito dopo compie la stessa operazione sul figlio, la cui espressione verbale è spesso corredata – o addirittura sostanziata – di grugniti.

E’ dunque un Turner di intensa fisicità quello ritratto da Leigh e questa cifra si estende a tutto il film.

Fisicità nella ricerca di un contatto vero con la natura (arriva a farsi legare all’albero maestro di una nave durante una tempesta) e con la luce (viaggia molto al Nord per trarre ispirazione dai paesaggi, invita nel suo studio una scienziata per studiare le caratteristiche della luce scomposta dal prisma).

Questo si traduce per Turner in tele straordinarie e innovative, dove i colori sono “ingredienti” impastati, diluiti con lo sputo, soffiati, stesi col pennello o manipolati sulla tela I suoi detrattori avvicinano i suoi quadri al mondo culinario e non sanno che colgono invece un aspetto importante della sua pittura. Fisicità del suo corpo massiccio (egli stesso si definisce “gargoyle”), del viso marcato che non nasconde i sentimenti, di un’espressività diretta e anticonformista, di una carnalità un po’ nevrotica, di una sensibilità intensa. Fisicità di un pianto irrefrenabile quando sfoga il dolore per la morte del padre davanti a una giovane prostituta che posa per lui.

Sul fronte di Leigh la fisicità è nella resa pittorica che il regista stesso raggiunge con una fotografia magistrale, ma anche nell’autenticità dei rapporti quotidiani tra le persone (terreno assai noto per Leigh), resi con una sceneggiatura raffinata e la recitazione efficace di tutti gli interpreti, nessuno escluso.

La fisicità, da ultimo, risiede nell’interesse dell’artista per la nuova tecnologia che avanza – il treno, il dagherrotipo- che lo affascina e forse lo preoccupa. Il biopic di Leigh, per nulla oleografico, si concentra sugli ultimi venticinque anni della vita di Turner e ci conquista consegnandoci piuttosto il ritratto eloquente di un uomo appassionato e tenace, incapace forse di amare in modo convenzionale, ma che si fa amare suscitando sia come artista che come uomo sentimenti contrastanti. Come la disperata desolazione della cameriera e la gioiosa solitudine della vedova Booth, le due donne che lo hanno amato per anni.

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