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Pillole di Grande Guerra 7 I Balcani ribollono: trialismo e Panjugoslavismo

Tra boemi, slovacchi, moravi, ruteni, sloveni, croati, serbi di Kraijna e bosniaci i Balcani formavano un universo ribollente in cui, in opposizione alla linea massimalista sostenuta dalla Serbia, nacque il trialismo: una svolta riformista e moderata che permettesse la sopravvivenza dell'Impero.

di Marco Cimmino

Il trialismo non fu un movimento nato da tensioni libertarie o riformiste: fu una scelta dettata dalla necessità e dalla Realpolitik. Le energie scatenate dai nazionalismi europei, nel corso dell’ultimo scampolo del XIX secolo, all’interno dell’impero divennero forze centrifughe: quello che altrove si trasformava in sciovinismo, sotto gli Asburgo diveniva irredentismo e minacciava la struttura stessa dello stato.

Boemi, slovacchi, moravi, ruteni, sloveni, croati, serbi di Kraijna, bosniaci, formavano un universo ribollente, in cui la dottrina panslava e il movimento nazionale “Sokol”(Falco) fungevano da catalizzatori del malcontento slavo.

In opposizione alla linea massimalista sostenuta dalla Serbia, che mirava all’indipendenza degli slavi da Vienna (naturalmente, per far passare gli slavi del sud sotto ad un’egemonia serba), nacque il trialismo: una svolta riformista e moderata, che permettesse, attraverso la concessione della parità agli slavi, la sopravvivenza dell’impero. Non dunque un’ideologia progressista, ma una sorta di extrema ratio, per difendere il trono di Franz Josef.

Non a caso, il campione della causa trialista, l’erede imperiale Franz Ferdinand, era tutt’altro che un pacifista: egli era, anzi, in ottimi rapporti con il comando supremo di Baden, che spesso considerava troppo arrendevole la politica estera dell’imperatore. Tuttavia, agli occhi del Karageorgevic, Franz Ferdinand era un minaccioso antagonista: se il trialismo avesse vinto, questo avrebbe disinnescato il malcontento slavo all’interno dell’impero, rendendo impossibili i progetti annessionistici della Serbia e l’idea della Jugoslavia unita.

La proclamazione della Bosnia, già di fatto occupata dall’Austria-Ungheria fin dal 1878, come regione dell’impero, avvenuta nel 1908, in un certo senso aveva rappresentato un punto di non ritorno: era evidente che, nei Balcani, non potevano esserci due padroni e che, presto, si sarebbe arrivati ai ferri corti. Anche per questo, le grandi manovre imperiali del 1914, all’indomani del trattato di Bucarest e della fine delle guerre balcaniche, si tennero proprio in Bosnia: fu in questa occasione che l’erede al trono, insieme alla moglie Sophia, decise di recarsi a far visita alle truppe, impegnate nelle esercitazioni.

Come vedremo, per i servizi segreti di Belgrado, per la società segreta “Ĉrna Ruka” e per Pietro I questa dovette sembrare un’occasione da non farsi scappare: probabilmente, dunque, l’attentato di Serajevo non fu opera di un gruppo di giovanissimi patrioti serbo-bosniaci, ma venne architettato dal solito Dragutin Dimitrijevic, il famigerato colonnello “Apis”, che fornì ai congiurati bombe e pistole browning.

Una di queste, il 28 giugno 1914, avrebbe sparato i primi colpi della Grande Guerra.

Commenti

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  1. Scritto da andrea

    Ringrazio il Sig Cimmino per questi articoli di storia del ‘900 che trovo davvero interessanti e lo sprono a continuare in questa direzione

    1. Scritto da Abramo

      CONCORDO PIENAMENTE CON ANDREA

  2. Scritto da Abramo

    Leggendo il passato, davvero si riesce a percepirele ragioni degli eventi che hanno caratterizzato i Balcani negli ultimi 20/30 anni. Grazie a chi con passione riportas all’attualità la Storia, preziosa risorsa per il futuro dell’umanità. Abramo