BergamoNews.it - Bergamonews notizie in tempo reale da tutta Bergamo e provincia: cronaca, politica, eventi, sport ...

“Timbuktu”: contrasti e tensioni d’un mondo non così lontano

In concorso al Festival di canne "Timbuktu", che la nostra inviata Paola Suardi definisce "memorabile, merita cioè di essere ricordato da chi lo vede, perché con sensibilità ed equilibrio di contenuti e di forma ritrae in modo efficacissimo una realtà tanto lontana quanto tragica".

Titolo: Timbuktu

Regia: Abderrahmane Sissako

Genere: Drammatico

Durata: 100 minuti

Anno: 2014

Cast: Ibrahim Ahmed (Kidane), Toulou Kiki (Satima), Abel Jafri (Abdelkrim), Fatou Diawara (la cantante Fatou), Hicham Yacoubi (fondamentalista isamico)

Produzione: Francia, Mauritania

Voto: *** memorabile (*Brutto – **Mediocre – ***Bello – ***Eccellente *Da dimenticare – **non verrà ricordato – ***memorabile – ****indimenticabile)

da Cannes Paola Suardi

Inauguriamo per i film in Concorso al Festival di Cannes una classificazione più netta di quella seguita finora: da una a quattro stelle per valutare una pellicola Brutta, Mediocre, Bella, Eccellente, oppure Da dimenticare, Non verrà ricordata, Degno di memoria, Indimenticabile.

“Timbuktu” è un film che merita di essere ricordato da chi lo vede, perché con sensibilità ed equilibrio di contenuti e di forma ritrae in modo efficacissimo una realtà tanto lontana quanto tragica.

Se il nome Timbuctù evoca ancora nell’immaginario collettivo un luogo esotico e distante, il regista Sissako ci porta invece dentro la Timbuktu attuale, la cità del Mali dove i fondamentalisti islamici che vengono dal nord Africa oggi impongono la sharia e incontrano la resistenza dei locali.

Il fim si apre con la corsa di un impala, minacciato da una raffica di mitra della polizia islamica a bordo di un pick up battente bandiera nera. Il pensiero corre ai pirati, la tensione sale immediatamente e non fa presagire nulla di buono.

Invece la storia si allarga in “scenette” che ritraggono il modo a volte grottesco dei fondamentalisti di proibire la musica, le sigarette, il gioco del calcio (la scena della partita senza pallone vale la visione del film), ci fa sorridere di alcune imposizioni (pantaloni al polpaccio per gli uomini per esempio, e il pensiero corre al “Dittatore dello stato libero di Bananas” di Woody Allen con la regola di indossare i pantaloni a rovescio, ma l’imposizione del velo non è altrettanto bizzarra?), rivela con garbo le perplessità e l’impaccio di alcuni militanti.

Ci mostra al contempo come reagiscono gli abitanti di Timbuktu, l’insofferenza di giovani e meno giovani, a volte la loro trasgressione e le punizioni che arrivano inesorabili e violente, sostenute da capziose interpretazioni della parola di Dio.

Si inserisce in questo quadro la storia di un giovane uomo, Kidane, che possiede otto vacche e qualche capra, e vive tra le dune fuori Timbuktu, con la moglie e la figlia di dieci anni e il giovane pastorello che lo aiuta. C’è armonia sotto la loro tenda. Nonostante si avverta un senso di solitudine e di minaccia, l’uomo è fiducioso sul futuro e la sua donna è determinata.

Invece una lite con un pescatore degenererà e Kidane verrà condannato a morte.

Non è però la violenza a restare impressa in chi vede questo film, nonostante serpeggi ed esploda in alcuni momenti. Sono i tempi distesi della vita degli abitanti di Timbuktu, la serena genuinità che li rende saggi (“perché devo portare i guanti per vendere il pesce?” Chiede furiosa una donna ai miliziani), il dilatarsi delle comunicazioni attraverso gli interpreti che traducono le diverse lingue degli interlocutori – lingua tuareg, bambara, francese, arabo – e perciò il rimbalzo delle parole nelle conversazioni che sembra dare più peso a quel che si dice.

Colpisce la coesistenza di riflessioni lente e repentini contraccolpi, di lunghe camminate a piedi scalzi e di motociclette che scoppiettano tra le dune.

A Timbuktu, in questo lembo di pianeta “sperduto”, si ripropone piuttosto la quintessenza di conflitti attualissimi e tipici del mondo globalizzato.

In questo mondo apparentemente antico, dove le case si costruiscono ancora come mille anni fa ma affiorano da sotto le vesti i cellulari, l’unico vero anacronismo è l’imposizione di una legge antica e soprattutto interpretata in modo ottuso.

La sceneggiatura riesce a rendere con o senza parole gli stati d’animo di bambini, giovani e adulti, di uomini e donne, di fondamentalisti e religiosi. Le certezze e le perplessità, gli ardori e i pentimenti, il desiderio di evadere (intensa la danza silenziosa dell’uomo, quasi un uccello che non riesce a staccarsi da terra).

L’ultima inquadratura è ancora per un impala in corsa, questa volta senza spari, accompagnato dalle immagini della figlia di Kidane che cammina sola. Entrambi ci appaiono innocenti, liberi e in serio pericolo.

Commenti

L'email è richiesta ma non verrà mostrata ai visitatori. Il contenuto di questo commento esprime il pensiero dell'autore e non rappresenta la linea editoriale di BergamoNews.it, che rimane autonoma e indipendente. I messaggi inclusi nei commenti non sono testi giornalistici, ma post inviati dai singoli lettori che possono essere automaticamente pubblicati senza filtro preventivo. I commenti che includano uno o più link a siti esterni verranno rimossi in automatico dal sistema.