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Disoccupati e poveri Reddito d’inclusione contro l’emarginazione

Un reddito minimo d'inclusione a Bergamo? E' la proposta che è stata discussa venerdì 9 maggio al circolo Minardi di Borgo Santa Caterina con l’onorevole Elena Carnevali, l’onorevole Cecilia Maria Guerra, Savino Pezzotta, il docente dell’Università Cattolica di Milano Egidio Riva e il candidato sindaco del centrosinistra alle prossime amministrative Giorgio Gori.

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Un tema delicato e complesso, ma decisamente urgente: sono 37mila i disoccupati della provincia di Bergamo (una percentuale salita dal 3 al 7 percento dall’inizio della crisi), molti dei quali giovani. Una situazione che si riverbera sia in ambito familiare che sociale.

L’osservatorio della Caritas diocesana ha rilevato che, dal 2009 al 2013, un numero di 3241 famiglie (di cui il 29 percento italiane) si è rivolta al fondo Famiglia Lavoro, istituito il 26 marzo 2009 dalla giunta Bruni del Comune di Bergamo, la Caritas Diocesana, la Fondazione Mia, la Fondazione Banca Popolare e l’Università di Bergamo. Il 97% delle richieste di aiuto al fondo hanno avuto come motivazione l’affitto, il 32% il far fronte alle bollette, il 46% le spese scolastiche e di trasporto per i figli (di contro la Regione Lombardia ha chiuso la dote scuola per i bambini delle elementari), il 13% il proseguire nel pagamento del mutuo, il 12 percento debiti contratti in precedenza. Il perdurare della crisi porta a considerare l’attuale situazione come strutturale: da qui nasce la necessità di chiarire il ruolo dell’amministrazione comunale.

“Parlare di reddito minimo d’inclusione – spiega Elena Carnevali, deputato Pd ed ex assessore ai servizi sociali del Comune di Bergamo – a Bergamo può sembrare ambizioso e temerario: una misura di tipo universalistico a livello nazionale ancora non c’è, ma un ragionamento va fatto, nel tentativo di contrastare la povertà in una prospettiva di sussidiarietà attivante. Nel aprile 2009 venne istituito un fondo come misura di sostegno a persone in condizioni di perdita di lavoro: erano stati messi sul piatto 950mila euro, una cifra importante per un comune capoluogo. La nostra nel 2012 è stata la seconda città italiana per reddito medio pro capite, quindi non si è parlato approfonditamente di questo tema. Il perdurare della crisi e la situazione attuale richiedono un intervento: il governo sta costruendo una proposta universale per la lotta alla povertà, un intervento di inclusione attiva in cui i nuclei familiari stipulano un patto con i servizi sociali. Siamo convinti che, a livello territoriale, l’esperienza del fondo Famiglia Lavoro, prodotta dal centrosinistra a Bergamo e che non ha avuto un rilancio da parte dell’amministrazione attuale, deve riformarsi, superare gli elementi critici attuali, rispondendo a principi di selettività (ovvero riconoscere la platea di persone da sostenere), integrando lo strumento di natura economica, ma mettendo a sistema il nostro welfare community, favorendo così un circuito virtuoso che sia risorsa che genera lavoro. La volontà è quella che Bergamo non lasci indietro nessuno”.

“Quando diciamo crisi – dichiara Savino Pezzotta, ex segretario nazionale Cisl ed ex deputato – usiamo una parola di ambiguità tremenda, facendo pensare che possa essere superata e che tutto torni come prima: non torneremo come prima. Quindi le strade sono la disperazione o il darsi da fare, che significa modificare i nostri paradigmi di comportamento, pena l’essere tagliati fuori. La povertà è una violazione dei diritti delle persone, ma bisogna partire da lì, altrimenti non sarà possibile ripristinare il diritto di una persona a vivere decentemente. Lo stato non è in grado di sconfiggere la povertà, può contenerla e aiutarla, ma la povertà è una questione più complessa di una mera questione economica. La città capoluogo assume allora un ruolo ancor più importante, soprattutto vista dell’abolizione delle province: “cambiare” a Bergamo significa sapere che la città capoluogo deve dare l’identità al proprio territorio. Abbiamo una città che ha come obiettivo quello di sconfiggere la povertà: lo deve fare lavorando su elementi comunitari di accompagnamento e di relazione con persone che hanno possibilità di guardare oltre”.

“I poveri non hanno una voce, non si costituiscono in lobby. – dice l’on. Cecilia Maria Guerra, senatrice Pd – Una politica che vuole intervenire sulla povertà deve comprendere le persone e mettere ciascuno nella possibilità di prendere in mano la propria vita. La povertà in Italia è soprattutto minorile, persone incolpevoli per definizione e segnate in modo specifico nella costruzione di una vita futura a pari dei soggetti non disagiati. L’idea di inclusione attiva significa una misura di carattere nazionale che possa poi arrivare su tutti i territori e tutte le persone in stato di povertà. Cosa fare? Innanzitutto sostegno economico, ma anche presa in carico delle persone. Contrastare la povertà non significa ammortizzatore sociale: le persone non possono essere lasciate sole attraverso interventi di natura sociale. I parametri devono essere chiari e i controlli che stabiliscono il grado di povertà rigorosi, altrimenti lo strumento sarà destinato a disgregarsi rapidamente. I governi di centrodestra hanno allontanato il nostro welfare da questo ruolo di inclusione attiva. Per ricordare l’urgenza di questo tema uso l’indicatore europeo della “grave deprivazione materiale”, ovvero la difficoltà di permettersi un pasto adeguato, ma anche due giorni di ferie: nel 2009 in Italia era del 5,5 percento, nel 2012 al 14,2 percento”.

“La vera sfida è impedire che si trasmetta il divario alle nuove generazioni: ora è possibile stabilire già alla nascita i soggetti a rischio povertà. Sappiamo chi sono i soggetti più fragili, ora dobbiamo intervenire. Il Comune di Bergamo deve assumersi la responsabilità, una responsabilità collettiva, ribaltando la sussidiarietà alla lombarda introdotta da Formigoni, in cui l’attore pubblico si tira indietro”.

“Un gesto rozzo come quello di impedire a persone povere di sdraiarsi su una panchina – conclude Giorgio Gori, candidato sindaco di Bergamo per il centrosinistra – ha rappresentato uno dei tanti segni di scarsa sensibilità di questa amministrazione, segni che però sono importanti. Noi ci presentiamo con un progetto di rilancio di Bergamo: siamo convinti che Bergamo abbia potenzialità non espresse e che possa ambire a creare posti di lavoro e contrastare gli andamenti demografici degli ultimi anni. Vogliamo contrastare le cause che hanno determinato l’allargamento della cerchia della povertà. L’emergenza è però così viva che non possiamo aspettare che la macchina dello sviluppo economico si rimetta in moto: dobbiamo preoccuparci oggi di chi è povero. La sperimentazione del sostegno all’inclusione attiva mi piace molto, soprattutto la parola attiva, che rende evidente che non è sufficiente riconoscere solo dei fondi. Il Fondo Famiglia Lavoro è lo strumento più efficace messo in campo a partire dal 2009 per il contrasto alla povertà: ma so che i soldi del fondo, a maggio, sono già praticamente finiti. Il problema è quello del rifinanziamento: richiamiamo le forze produttive e sociali alle proprie responsabilità, abbiamo bisogno che dal mondo del lavoro debbano arrivare della risorse, anche in piccola parte, per un fondo di welfare territoriale integrativo a quello Famiglia Lavoro. Basterebbero 3 euro al mese per lavoratore attivo per garantire alla fine dell’anno una cifra di alcuni milioni di euro”.

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