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Pillole di Grande Guerra 6 Dall’eccidio di Belgrado ai conflitti balcanici

Dopo l’eccidio di Belgrado, che portò alla morte di re Alessandro I Obrenovic e della regina Draga, nei Balcani scoppiarono due guerre (1912 e 1913) che rivestirono enorme importanza per i successivi sviluppi storici: Pietro I si trovò infatti tra le mani un esercito mobilitato, addestrato e già esperto del moderno combattimento.

di Marco Cimmino

La Serbia, nel corso del XIX secolo, aveva ottenuto la propria indipendenza dall’impero ottomano. Fu governata da una famiglia principesca, quella degli Obrenovic, a partire dal riconoscimento del principato, nel 1878: nel 1903 era Alessandro I Obrenovic a regnare sulla Serbia.

Un complotto, organizzato da un ex primo ministro, il radicale Nicola Pasic, con l’aiuto del capitano dei servizi segreti Dimitrijevic, di cui sentiremo ancora parlare, portò all’eccidio di Belgrado, in cui il re e la regina Draga furono assassinati: salì al trono Peter Karageorgevic, esponente della dinastia principesca da sempre rivale degli Obrenovic, con il nome di Pietro I e diede subito inizio ad una politica molto più ostile all’impero asburgico, suo scomodo dirimpettaio, rispetto al suo predecessore.

La dottrina Karageorgevic (dove c’è un Serbo è Serbia), insieme ad una forma specifica di panslavismo, il panjugoslavismo (Jugo-Slavi= Slavi del sud), portò ben presto lo stato balcanico ad una rotta di collisione con l’impero austroungarico.

Nel 1912 e nel 1913, nei Balcani scoppiarono due guerre che rivestirono enorme importanza per i successivi sviluppi storici: nella prima, la Turchia venne sconfitta ed estromessa definitivamente dalla regione balcanica, mentre la seconda vide l’affermazione dell’egemonia serba su tutta la penisola, dopo che i Serbi ebbero battuto la Bulgaria, che ambiva al medesimo ruolo dominante e da cui la Serbia era stata sconfitta in un conflitto precedente, nel 1885.

In seguito alle due vittoriose guerre balcaniche, Pietro I si trovò con un esercito mobilitato, addestrato e già esperto del moderno combattimento e, probabilmente, questo lo invogliò a raddoppiare la posta, puntando a Bosnia, Croazia e Slovenia, che erano regioni dell’impero.

L’impero asburgico, fin dalla prima metà del XIX secolo, era percorso da tensioni nazionaliste ed irredentiste: Magiari, Slavi ed Italiani mal sopportavano la supremazia tedesca e cercavano, ad ogni occasione utile, di ottenere autonomie, se non addirittura l’indipendenza.

Nel 1867, l’Ungheria aveva finalmente ottenuto il sospirato “Ausgleich”, l’atto di parificazione: naturalmente, anche le altre nazionalità desideravano un simile trattamento e queste forme più meno sotterranee di irredentismo indebolivano il già traballante impero e facevano il gioco della Serbia, che, in nome della fratellanza slava, soffiava sulla brace.

All’interno dell’impero si andava affermando una nuova dottrina riformista, che prese il nome di “Trialismo” e che mirava alla concessione dell’“Ausgleich” anche agli Slavi: la Serbia, ovviamente, non poteva permetterlo, perchè questo avrebbe vanificato i suoi progetti panjugoslavi.

Fu questa necessità, come vedremo, ad armare la pistola di Gavrilo Princip a Sarajevo.

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