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Innovazione tecnologica: valore strategico per imprese competitive fotogallery

All'Assemblea Sit (Servizi Innovativi e Tecnologici ) di Confindustria Bergamo si è discusso della tecnologia del futuro per 225 aziende che in Bergamasca contano 10.500 dipendenti.

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Sono le aziende innovative per definizione, quelle che sostengono la manifattura e la fanno progredire, unite sotto il cappello comune dei Servizi Innovativi e Tecnologici, questa la denominazione del gruppo attivo all’interno di Confindustria Bergamo, a cui fanno riferimento aziende dell’information & communication technology, della comunicazione e marketing, della consulenza aziendale, dei servizi tecnici in campo ambientale e dell’energia, ma anche sanitari, del turismo, della logistica e trasporti e dell’ingegneria.

In tutto 225 aziende, circa 10.500 dipendenti, con una tendenza alla crescita che li ha portati ad essere il secondo gruppo dopo quello metalmeccanico. E’ il segno dei tempi, il simbolo di un cambiamento che caratterizza anche una provincia manifatturiera come quella bergamasca.

Un’evoluzione necessaria, perché, come ha sottolineato il presidente uscente Pierluigi Rizzi, che ha lasciato il testimone a Giovanna Ricuperati, “sempre più i servizi innovativi, che le aziende tendono ad esternalizzare, diventano elemento fondamentale per la costruzione della catena del valore e per la competitività”.

L’obiettivo della neo-presidente, che continuerà il lavoro già svolto come vice, sarà anche quello di trovare un minimo comun denominatore in un gruppo vitale ma eterogeneo, che ha promosso in questi ultimi anni moltissime occasioni di incontro alla scoperta delle realtà significative del nostro territorio e delle tematiche di frontiera, come le nanotecnologie, anticipando anche proposte e problematiche legate a Expo 2015.

Anche per questo Pierluigi Rizzi, durante l’assemblea-convegno, ha lanciato l’idea di una nuova denominazione, quella di “Business Service”, per un gruppo caratterizzato, appunto, dall’offerta di servizi per il mondo del business e in particolare dell’industria e votato a una visione europea del settore, da dove giungono precise indicazioni sull’importanza dell’innovazione.

Spunti raccolti direttamente da Elio Catania, neo-presidente di Confindustria Digitale, che ha sottolineato l’esigenza di “mettere ordine in casa nostra”, perché tra federazione e associazioni si fanno confusione e sovrapposizioni.

“Il recente rapporto Assinform – ha sottolineato Catania – mostra un quadro preoccupante, visto che nel 2013 il settore è tornato ai livelli di 12 anni fa. Si fa un gran parlare, ma la verità è che l’innovazione tecnologica non è fra le priorità della leadership. Investiamo il 4,5% del Pil, la media europea è del 6%, abbiamo 25 miliardi di euro di gap rispetto alla media. Questo influisce pesantemente su produttività e crescita”.

Le cause? Molte piccole industrie, troppa presenza dello stato, mancanza di cultura manageriale. Ma il gap viene da lontano, almeno dagli anni ’90, con l’esplosione di Internet che ha rivoluzionato l’organizzazione, ma non in Italia dove “c’è una resistenza straordinaria e persistono modelli organizzativi arretrati”.

Di qui la mancata svolta di flessibilità e dinamismo e il mancato sfruttamento dell’immenso patrimonio di dati in rete.

“Le agende digitali – ha concluso – vanno bene, ma dobbiamo avere cronoprogrammi . La colpa è anche nostra, perché siamo noi che forniamo i servizi e non abbiamo dato il nostro contributo per razionalizzare la pubblica amministrazione”.

“Il mondo corre, noi siamo lentissimi – gli ha fatto eco Vittorio Feltri, editorialista de Il Giornale, che ha ricordato il paradossale passaggio alle nuove tecnologie del quotidiano nel 1994, quando, per sua iniziativa, furono introdotti i computer, utilizzati, però, come semplici macchine per scrivere.

“La resistenza all’innovazione in Italia è “storica” – ha sottolineato Feltri – e si unisce all’ostilità verso chiunque intraprenda, un conservatorismo sostanziale che blocca il futuro, tipico di un paese immobile, terrorizzato”.

Rossana Pecchi

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Commenti

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  1. Scritto da Carlo Zerlottini

    Che a parlarci dello stato di arretratezza e dissoluzione del Paese (vedansi le molteplici classifiche mondiali/europee) e delle ragioni e/o concause (cooptazione, nepotismo, etc inclusi), sia la classe dirigente che le ha generate/adottate è davvero degno dell’Italia che viviamo.
    D’altro canto si sa:
    1 – “perchè il male trionfi, basta che il bene non faccia nulla”;
    2 – “quando sei in difetto, divieni il capo degli accusatori”.
    Parafrasando: è l’Italia, bellezza: