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“Dare casa” nella Bergamo della crisi: domanda, offerta e povertà

Il mercato “schizofrenico” di Bergamo e della Lombardia. Casa: quando domanda e offerta non si incontrano. “Nuove povertà alla ricerca di un tetto” secondo i dati presentati al convegno di Cisl Bergamo, Acli e Confartigianato.

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Anche in provincia di Bergamo, come in tutta la regione, si costruiscono case e si prevede ancora di costruirne per una domanda che non c’è. Con un eccesso di edilizia libera contro una offerta di edilizia sociale e convenzionata insufficiente. Secondo i dati presentati mercoledì 16 aprile al convegno “Dare Casa”, organizzato da Cisl, Acli e Confartigianato di Bergamo, infatti emerge chiaramente la differenza tra domanda e offerta in un periodo di crisi forte e estesa come quello che si sta vivendo. C’è, tra provincia e città, un fabbisogno crescente di abitazioni convenzionate o sociali di circa 100.000 vani calcolato fino al 2018 e un’offerta di poco più di 47.000 stanze.

Di contro, a fronte di un fabbisogno di circa 40.000 ambienti, esiste un’offerta di edilizia privata di quasi 130.000 locali.

E’ questo, in estrema sintesi, il risultato dell’indagine sull’offerta e il fabbisogno d’abitazioni realizzata da Antonello Boatti del Politecnico di Milano.

Il dato essenziale è costituito da un fabbisogno forte e crescente dal 2008 al 2018 di edilizia sociale intesa come edilizia pubblica residenziale o edilizia realizzata da privati e ceduta all’amministrazione pubblica da destinare all’affitto. La domanda di abitazioni, peraltro prevalentemente sociale, proviene per circa il 40% da cittadini stranieri che risiedono o sono presenti nella città. Riguardo a una domanda così rilevante è necessario innanzitutto chiedersi se la legislazione nazionale e le norme regionali siano in grado di offrire risposte adeguate o se invece come in realtà è, siano fortemente penalizzanti nei confronti dei cittadini stranieri.

Inoltre, nuove povertà si affacciano sulla scena della città (anziani soli, disoccupati, cassintegrati), che richiedono edilizia a basso costo e in affitto. Accanto a questi picchi così critici, esiste nella città una domanda fisiologica (matrimoni, nuove unioni, convivenze) che rappresenta un nuovo aspetto cui rispondere soprattutto con edilizia sociale e convenzionata, e solo parzialmente con edilizia libera.

“Bisogna pensare all’ipotesi di una grande campagna di recupero e riuso del patrimonio edilizio esistente – , è stato il leit–motiv degli interventi che si sono susseguiti nel salone Riformisti della Cisl di via Carnovali – anche aiutando le imprese ad attrezzarsi per questi nuovi tipi di lavorazioni in modo intelligente ed economicamente sostenibile, con la certezza che la specificità delle operazioni di recupero comportano anche una maggiore quantità di lavoratori impegnati. È necessario creare politiche anticicliche (dalle case popolari si sviluppa un indotto formidabile) che ricerchino nuove forme di occupazione e lavoro che insieme siano nuovi modi per pensare al benessere economico sociale e anche alla bellezza delle città. Bisogna occuparsi scientificamente di questo tema dell’edilizia popolare perché non possiamo pensare di produrre abitazioni da vendere a 4000 e talvolta 6000 euro al metro quadrato, mentre una parte sempre più importante della società si affaccia alle soglie della povertà”.

Per questo, nelle sue conclusioni, Ferdinando Piccinini, segretario generale della Cisl di Bergamo, ha detto che “sarebbe importante che dalle banche del territorio, così come dalle imprese e dalle amministrazioni, nascesse la volontà di dare vita a una solida joint venture finalizzata a dare un tetto a quanti lo richiedano, magari anche lanciando appositi bond territoriali legati all’edilizia e alla ristrutturazione di un patrimonio immobiliare particolarmente importante e destinato a un costante impoverimento e deprezzamento, se non si decidesse di intervenire al più presto”.

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