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Giallo, brio, antichi fasti… e un cast di big: è Grand Budapest Hotel

Immaginate un’atmosfera da favola (lo stato di Zubrowska è appunto un Paese che non esiste), dove si dipana un giallo (chi ha ucciso l’anziana e ricca vedova?) che si dispiega in un film d’azione (inseguimenti che sembrano uscire da una pellicola 007 ante litteram) ma ha l’anima della commedia surreale...

Titolo: Grand Budapest Hotel

Regia: Wes Anderson

Genere: Commedia

Durata: 100 minuti

Cast: Ralph Fiennes, F. Murray Abraham, Mathieu Amalric, Adrien Brody, Willem Dafoe, Jeff Goldblum, Harvey Keitel, Jude Law, Bill Murray, Saoirse Ronan, Tilda Swinton, Owen Wilson, Tony Revolori

Voto: 8

Attualmente in visione: Cinema Capitol, Bergamo

Immaginate un giocattolo a molla d’altri tempi verniciato a colori vivaci e caricato lentamente, non un semplice tamburino però, bensì una vera e propria miniatura con tanti personaggi, e treni, e teleferiche, e porte che si aprono e chiudono, tutto con un movimento che scatta preciso e va in crescendo.

Immaginate un dolce a più strati con glasse color pastello in equilibrio.

Immaginate, come scatole cinesi, uno scrittore che oggi narra per capitoli quel che un ospite di un grande hotel in decadenza gli ha raccontato negli Anni ’60 a proposito di quel che accadde in quell’hotel, allora fastoso, negli anni ’30.

Immaginate un’atmosfera da favola (lo stato di Zubrowska è appunto un Paese che non esiste), dove si dipana un giallo (chi ha ucciso l’anziana e ricca vedova?) che si dispiega in un film d’azione (inseguimenti che sembrano uscire da una pellicola 007 ante litteram) ma ha l’anima della commedia surreale. Eppure allude a fatti storici drammaticamente reali, perciò la violenza latente che emerge inaspettata in pochi momenti (una decapitazione, uno strangolamento, dita mozzate…) tradisce la serietà dell’autore.

Al centro della storia c’è il Grand Budapest Hotel e quel mondo di eleganza e frivolezza ormai scomparso dopo la Seconda Guerra Mondiale e travolto dalle ideologie (sarà la vecchia Europa? Anch’essa “ricca, vecchia, insicura, vanesia, superficiale e… bionda” come le vispamente anziane ospiti dell’hotel??), ma al centro del Grand Hotel c’è il singolare personaggio del concierge Gustave H., efficiente e bon vivant, che viene accusato di aver assassinato un’anziana ricchissima cliente e per questo è imprigionato.

Sarà Zero Moustafa, il suo fedele apprendista “lobby boy” e protegé, un giovane immigrato senza famiglia né passato, ad aiutarlo in questo difficile frangente, seguendolo e assistendolo in una serie di gustose peripezie dalle quali nascerà tra loro una vera amicizia.

Poiché non si tratta di un guazzabuglio, ma di un’altamente godibile narrazione messa a punto dal regista Wes Anderson, ci troviamo inequivocabilmente di fronte a una pellicola raffinata e di pregio. Pregevoli sono infatti la sceneggiatura e le continue inaspettate invenzioni narrative, la scenografia (anche trompe l’oeil) e i costumi (by Milena Canonero, tre Oscar al suo attivo), la scelta ricercata di tre diversi formati di proiezione (il panoramico per le scene ambientate nel presente, il wide screen per quelle negli anni ’60 e l’Academy classico per il periodo Anni ’30), e l’inserimento di sequenze in bianco e nero in accostamento a colori saturi.

Accorgimenti che rivelano la cura del regista nel narrare “le storie” anche se un leggero eccessivo compiacimento formale rischia di renderli una distrazione rispetto ai contenuti.

Alla fine resta impresso nello spettatore soprattutto il brio dello stile narrativo, merito dell’emblematico profumo – “Air de panache” appunto- usato e abusato proprio da Gustave H.

Un grande cast, in cui ognuno è al posto suo e fa il suo dovere, completa alla grande la riflessione fra fantasia e realtà, sorriso e smorfia, di “Grand Budapest Hotel”.

Paola Suardi

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