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“Tutti uniti per Di Matteo” Presidio con fiaccolata davanti alla Prefettura

Il Movimento Agende Rosse, Collettivo Bee 3 e Tavola della Pace Valle Brembana aderiscono all'appello di Salvatore Borsellino e promuovono giovedì 3 aprile un presidio con fiaccolata davanti alla Prefettura di Bergamo per chiedere il bomb jammer a tutela del pm antimafia Nino Di Matteo e per esprimere solidarietà ai magistrati che si battono contro le mafie.

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Giovedì 3 aprile alle 18 davanti alla prefettura di Bergamo il Movimento Agende Rosse, Collettivo Bee 3 e Tavola della Pace Valle Brembana organizzano un presidio con fiaccolata per chiedere il bomb jammer a tutela del pm antimafia Nino Di Matteo e per esprimere solidarietà ai magistrati che si battono contro le mafie.

L’iniziativa è nata dall’adesione all’appello di Salvatore Borsellino “Tutti uniti per Nino Di Matteo: vogliamo il bomb jammer subito! Le parole non servono”. Intervenendo a un incontro, organizzato dal Movimento Agende Rosse, Collettivo Bee 3 e Tavola della Pace Valbrembana e tenuto mercoledì 26 marzo al liceo scientifico Mascheroni, il caposcorta di Nino Di Matteo, Saverio Masi ha spiegato: “A Palermo e in molte città italiane è nata la scorta civica, costituita da cittadini che vogliono manifestare la propria vicinanza ai magistrati che si battono contro le mafie. Il coinvolgimento della cittadinanza, soprattutto dei giovani, su questo tema è molto importante, c’è una sensibilità cresciuta parecchio negli anni: se ci fosse stata questa partecipazione in solidarietà ai magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino probabilmente non sarebbero morti”.

L’informazione e la formazione della cittadinanza sono fondamentali. Il giornalista di Antimafia Duemila Aaron Pettinari, che ha preso parte all’incontro al Mascheroni, ha affermato: “I mezzi di comunicazione, purtroppo, spesso non danno informazioni o non le forniscono adeguatamente su mafia e antimafia. È molto importante organizzare momenti di conoscenza e di partecipazione come questi perché consentono di fare informazione e di sensibilizzare la cittadinanza. Sono già stati fatti molti passi in avanti: fino a qualche anno fa, per esempio, era difficilmente pensabile tenere un incontro in Lombardia sulla criminalità organizzata, mentre ora ci si è resi conto che è un argomento che non riguarda solamente il sud".

Ecco l’appello di Salvatore Borsellino.

Era il 3 dicembre 2013 quando il ministro Alfano chiese di ricevermi in privato, in presenza del prefetto di Palermo, Francesca Cannizzo, in margine alla riunione del Comitato per l’Ordine e la Sicurezza, per assicurarmi, testualmente, che era stato reso disponibile per la scorta del magistrato Nino Di Matteo, destinatario della minacce di morte lanciate dal carcere di Totò Riina, l’uso del ‘bomb jammer’. Con questo nome vengono chiamati dei dispositivi, di diversa sofisticazione tecnologica, complessità e potenza, in grado comunque di impedire l’uso di telecomandi quali quelli adoperati per innescare l’attivazione di cariche esplosive come quelle usate nelle staggi di Capaci e di Via D’Amelio per massacrare i magistrati Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e Paolo Borsellino insieme alle loro scorte. La stessa affermazione venne reiterata, qualche minuto dopo, a fronte di una precisa domanda posta da Giorgio Bongiovanni, direttore di Antimafia Duemila, nel corso della successiva conferenza stampa. In realtà che queste assicurazioni non fossero veritiere lo appresi, alla fine della riunione del comitato, quando alcune delle persone che vi avevano partecipato mi dissero che le affermazioni fatte dal ministro in quel contesto erano sostanzialmente diverse nella sostanza. Era stato cioè comunicato che, prima di disporre l’adozione del dispositivo, sarebbe stato commissionato uno studio per valutare gli eventuali problemi causati dalle emissioni di onde radio da parte del dispositivo stesso nei confronti di quelle persone che si trovassero a passare nel suo raggio d’azione.

Dovettero passare quasi tre mesi prima che, attraverso indiscrezioni trapelate negli ambienti giornalistici, si venisse a sapere che, dai rapporti redatti da non meglio precisati ‘esperti’, era stata sconsigliata l’adozione del dispositivo perchè in grado di provocare non meglio precisati ‘danni’ ai portatori di pace maker ed alle donne in stato di gravidanza. Il rapporto però sembra non contenesse alcuna indicazione sul modello e sulla casa costruttrice del dispositivo testato e questo costituirebbe già di per se un elemento che ne invaliderebbe completamente l’attendibilità, dato che di ‘bomb jammer’ come si può evincere da una semplice ricerca sulla rete, ne esistono e ne sono commercializzati svariate decine di modelli di diversa potenza e sofisticazione, con la possibilità anche di modularne la potenza e le bande di emissione, e tutti dovranno, prima di essere messi in commercio, essere sottoposti a prove e certificazioni per valutarne l’eventuale impatto nelle condizioni in cui devono essere adoperati. Rimarchiamo poi che di possibili impatti sulla salute pubblica non si è mai avuta notizia in margine alla notizie dall’uso di questi dispositivi da parte di personalità pubbliche, italiane e no, come ad esempio in relazione alle visite di Capi di Stato, ad esempio quella recente del presidente Putin per il quale notizie giornalistiche riferivano della impossibilità di usare i cellulari a Roma nel raggio di 300 metri dalle strade percorse dal corteo presidenziale. In quel caso nessuno aveva emanato disposizioni per tenere i portatori di pace maker e le donne incinte lontane dal corteo ma non si sono avute notizie di infarti o aborti causati dal passaggio di questo o di altri cortei di personalità pubbliche più o meno necessarie di protezione.

Lo stesso vale per l’ultimo conclave per quale le stesse notizie giornalistiche riportavano l’adozione di questi dispositivi per assicurare l’impossibilità di fare trapelare attraverso i telefoni cellulari premature indiscrezioni all’esterno ma che non hanno mai invece riportato notizie di possibili problemi paventati per prelati e cardinali spesso avanti negli anni e non sempre in floride condizioni di salute. Tralasciando la facile anche se amara ironia su questioni che sono purtroppo maledettamente serie, devo invece riferire che oggi mi è giunta notizia del fatto che il prefetto di Palermo ha convocato alcuni esponenti della Scorta Civica di Palermo per affermare che è stato fatto tutto il possibile per la sicurezza del magistrato Di Matteo, ne è stata potenziata al livello massimo la scorta ma non è stata possibile, per motivi, appunto, di salute pubblica, l’adozione del bomb jammer. Di questo sarebbe stato informato lo stesso Procuratore Generale, Dott. Roberto Scarpinato, che si sarebbe dichiarato soddisfatto dei provvedimenti adottati. Io non so, perchè non l’ho personalmente sentito, se questo corrisponde al vero, ed anzi ne dubito fortemente, ma in ogni caso queste assicurazioni, queste parole, non ci bastano, non ci servono.

Noi vogliamo, pretendiamo fatti e i fatti dicono che si sta ancora una volta ripetendo la vergognosa sequenza di provvedimenti che potrebbero e dovrebbero essere presi immediatamente ed invece vengono procrastinati fino a quando non servono più. perchè intanto il peggio è avvenuto. La storia si ripete, a qualcuno la storia non insegna nulla. Il decreto per il divieto di sosta in via D’Amelio, pure se ripetutamente richiesto dalla scorta di Paolo, non era stato attuato, era atto lasciato in un cassetto. Il giorno dopo la strage il prefetto e il questore di Palermo dissero che via D’Amelio non era considerato un obiettivo a rischio, ma a noi non interessa che dopo qualcuno si dimetta o venga destituito, che qualcuno paghi per la sua incapacità o la sua inefficienza. Non ci interessa, non serve, che la scorta sia potenziata, sia portata a 10 a 20 uomini, significa soltanto far morire 10 o 20 uomini invece di cinque. Basta con le parole, servono i fatti. Serve che la scorta di Nino Di Matteo e degli altri magistrati in pericolo di vita sia immediatamente dotata di un bomb jammer di modello e sofisticazione adeguata ad impedire una ennesima strage. Non ci serve che il ministro Alfano, preoccupato della ricaduta di possibili contestazioni sulle sue riunioni per la prossima competizioni elettorali, cerchi di rassicurarci con un’altra serie di parole se queste parole sono soltanto menzogne.

Il 12 aprile andremo a Roma a dimostrare la nostra solidarietà a questi magistrati fin davanti al Viminale e intanto il 3 Aprile andremo davanti alla sede delle prefetture di tutte le province italiane per ricordare ancora una volta ai rappresentanti di questo Stato dalla memoria troppo corta che il bomb jammer deve essere dato prima non dopo un possibile attentato.

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