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Ida, film in bianco e nero Ma dalle emozioni a tinte forti

"Ida" del regista polacco Pawel Pawlikowski incanta per la sceneggiatura, avvince per la trama e interroga lo spettatore attraverso i suoi protagonisti. In visione al Conca Verde, il film ha conquistato anche la nostra critica d'arte Paola Suardi che lo promuove con un 9.

Titolo: Ida;

Regia: Pawel Pawlikowski;

Genere: Drammatico;

Durata: 80 minuti;

Cast: Agata Kulesza (la zia Wanda), Agata Trzebuchowska (Ida);

Voto: 9;

Attualmente in visione: Cinema Conca Verde.

 

Un bianco e nero potentissimo, fatto di delicate sfumature di grigio, e una fotografia squisita, fatta di inquadrature mai scontate ma neppure compiaciute, catturano immediatamente lo spettatore e lo pongono di fronte a un film diretto, che affronta però con sensibilità estrema tematiche intime e essenziali. Drammi senza tempo, anche se legati a momenti storici precisi, raccontati col nitore del bianco e nero – che esclude la distrazione del colore e promuove l’astrazione – e attraverso una sceneggiatura essenziale che va dritta al punto senza giri di parole. Domande e provocazioni mirate punteggiano il film e ne provocano l’azione.

“Così sei la suora ebrea” rivela la zia Wanda – disincantato magistrato militante nella Polonia comunista anni ’60 con passato antinazista – quando incontra la nipote novizia.

“Chi sei?” chiede la nipote Ida alla zia dopo aver passato con lei qualche ora e averne osservato la sofferenza, la determinazione e la sfrontatezza, la sincerità, la libertà sessuale e l’abuso di alcolici.

“Tu non sai l’effetto che fai vero?” chiede a Ida il giovane sassofonista che la incontra facendo l’autostop.

Il film risponderà silenziosamente ad ogni domanda posta. Ma partiamo brevemente dalla trama.

Ida è orfana e cresciuta in convento, in campagna. Quando sta per prendere i voti la madre superiora insiste perché prima di questo passo conosca la zia Wanda che mai è venuta a trovarla. Ida ubbidisce e si reca in città. Dopo alcuni giorni insieme alla donna, alla ricerca del luogo dove sono morti i suoi genitori, Ida rientrerà in convento, completerà gli esercizi spirituali ma deciderà all’ultimo di non prendere i voti. Intanto la zia muore, Ida tornerà nel suo appartamento e passerà qualche giorno anche in compagnia del ragazzo conosciuto mentre era stata in viaggio con la zia.

“E poi?” – domanda chiave del film – poi rientrerà in convento.

Una scelta controcorrente, resa evidente da Ida che cammina verso il convento in senso contrario al flusso delle auto. E’ dunque la storia di un’educazione sentimentale – intesa in senso lato come amore per la vita, per sé, per l’altro sesso, per Dio – compressa in pochissimo tempo ma che ruota attorno a esperienze fortissime, vissuta da Ida con intensa determinazione e volontà indagatrice.

L’incontro con la zia non è idilliaco a prima vista ma poi la donna si offrirà di accompagnare Ida nel villaggio dove i genitori, ebrei, si erano rifugiati durante la seconda guerra mondiale.

L’obiettivo è trovare il luogo della morte dei genitori misteriosamente assassinati e dar loro sepoltura. Per entrambe è un sofferto viaggio della memoria- verso un passato da costruire per Ida e da disseppellire per Wanda – cammino indispensabile a entrambe per affrontare il presente e decidere il proprio futuro. Ma è anche il confronto di due sensibilità apparentemente distanti che reagiscono chimicamente quando vengono avvicinate.

La disillusione caustica di Wanda è stimolo a Ida per aprirsi al mondo reale (“Se non provi la vita che sacrificio è il tuo?”), mentre la fede e la ricchezza interiore della nipote mettono in chiaro il vuoto interiore ormai incolmabile della zia.

Colpisce la bravura del regista Pawlikowski che riesce a esplicitare in soli ottanta minuti passato e presente, sofferenze e inquietudini delle due donne, a farne intuire la forza di carattere e la complessità psicologica affidandosi anche a due interpreti straordinarie. Della forza espressiva delle immagini – pittoriche per scelte compositive e l’uso significativo della luce, pregnanti per le inquadrature spesso rigorosamente “scentrate” – si è già detto; tra le tante ricordiamo la statua di Cristo portata come un feretro dalle novizie e poi eretta sul piedestallo in mezzo alla campagna innevata, quasi a suggerire che è la fede a dar vita ai simulacri, oppure il viso di Ida illuminato di fronte alla piccola vetrata colorata creata dalla madre da ragazza, o ancora Ida e il giovane corteggiatore all’esterno della vetrata dell’hotel che domina l’inquadratura.

Aggiungiamo un elogio anche per la colonna sonora che spazia efficacemente da Coltrane a Celentano ai Salmi.

Che bello andare a vedere un film polacco (!), d’autore (!), in bianco e nero (!) che parla anche di nazismo e comunismo (!) e di fede (!) e scoprire un gioiello di equilibrio tra forma e contenuti, tra regola e innovazione, tra parole e silenzi, per nulla noioso!!

Paola Suardi

Commenti

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  1. Scritto da Filippoa

    D’accordissimo con il critico cinematografico.
    Perfetta la fusione tra forma e contenuto. Eccezionale.
    Per me un capolavoro !