Cotonificio Albini, cinque generazioni da protagonisti - BergamoNews
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Cotonificio Albini, cinque generazioni da protagonisti

Lo storico cotonificio al centro dell’incontro organizzato dall’Ateneo: un esempio di tessile vincente nei difficili anni della globalizzazione produttiva.

Dalle acque del Serio a quelle del Nilo, il passo è lungo, ma è emblematico del percorso compiuto dal Cotonificio Albini, 138 anni di storia, la cui origine si colloca nella seconda rivoluzione industriale italiana, e che oggi vive da pieno protagonista la spinta all’internazionalizzazione produttiva.

Un’internazionalizzazione che mostra il suo volto migliore, con il mantenimento e il rafforzamento della manodopera locale e nazionale, che si accompagna alla nascita di nuovi stabilimenti nella vicina Europa e poi più lontano, in Egitto, appunto, dove c’è il cotone più pregiato del mondo e dove il gruppo Albini, protagonista della quinta serata nell’ambito del ciclo “Hanno attraversato la storia. Incontri con famiglie di imprenditori bergamaschi”, organizzato dall’Ateneo di Scienze, Lettere e Arti, ha avviato anche una coltivazione diretta nel delta del Nilo.

Ripercorrendo le vicende imprenditoriali della famiglia Albini, giunta alla quinta generazione, si rivivono momenti cruciali dell’industria bergamasca, nata e prosperata proprio sul settore tessile: un gruppo di imprenditori di quel ramo, nel 1907, fondò l’associazione delle imprese tessili bergamasche, che poi darà vita all’Unione Industriali di Bergamo.

Inoltre Giovanni Albini, bisnonno di Silvio, attuale rappresentante della quinta generazione, alla guida dell’azienda con i fratelli Stefano e Andrea e il cugino Fabio, fu presidente della Camera di Commercio, potenziando, fra l’altro, l’Esperia, e dando vita alla scuola d’arte applicata Fantoni.

Gli Albini però erano forestieri, venivano dal milanese, e avevano forse un po’ faticato ad entrare nei complessi meccanismi della ristretta aristocrazia bergamasca, in gran parte ancora nobiliare ed ecclesiale. In Valle Seriana gli Albini avevano trovato, come altri imprenditori, le condizioni favorevoli per produrre: abbondanza di acqua, energia a basso costo, manodopera laboriosa e disponibile in quantità. La tessitura era nata a Desenzano di Albino, nel 1876, per iniziativa di Zaffiro Borgomanero, di Busto Arsizio.

Ma nel 1907 fu il nipote Giovanni Albini, trasferitosi in valle alla ricerca di aria salubre dove far crescere i cagionevoli figli, ad acquisire dagli eredi l’intera società. Del resto la realtà industriale della Valle Seriana gli era ben nota, visto che nel 1877 aveva fondato a Fiorano al Serio la filatura Tosi & Albini sas, caratterizzata da macchinari di assoluta avanguardia, diventata in seguito una delle principali industrie della provincia.

Giovanni Albini fin da subito puntò sulla tecnica e sull’innovazione. Significativa anche la scelta di imprimere ai figli una formazione oltre frontiera: Riccardo studiò ingegneria al Politecnico di Zurigo e Silvio chimica tintoria a Dusseldorf. Grazie a una serie di matrimoni eccellenti la famiglia sancì presto l’ingresso nel gotha imprenditoriale locale e lombardo, imparentandosi con i Gussoni, i Crespi, i Piccinelli che daranno vita all’Italcementi, i conti Colleoni, i Terzi. Contemporaneamente venne realizzata l’importante residenza della Villa Albini, in Bergamo, simbolo di sobria potenza. L’azienda superò il periodo della prima guerra mondiale senza riduzioni della materia prima e senza particolari problemi con il personale, in gran parte femminile. Nel 1919 Giovanni morì e lasciò al primo figlio, Riccardo, la filatura (che negli anni ’20 contava più di mille dipendenti) e l’innovativa industria elettrica, mentre il cadetto Silvio ereditò la tessitura, che puntò da subito in alto, grazie all’uso di materie prime di qualità e alla scelta di privilegiare la fascia alta, una ricetta vincente, condita però con una bella dose di prudenza finanziaria.

“Durante la crisi del ’29 – ha ricordato Silvio Albini – siamo state una delle poche aziende a non avere chiesto il concordato”. La seconda guerra mondiale vide in prima linea gli Albini, con il papà di Silvio impegnato per ben 7 anni e lo zio Piero ferito alla testa, mentre lo zio Gianni fu partigiano.

Si aprì poi il prospero periodo del dopoguerra, anche grazie ai fondi del piano Marshall. L’azienda, sempre votata alla qualità, all’innovazione tecnologica e alla prudenza finanziaria, cambiò lentamente pelle.

“Prima – ha ricordato Silvio Albini – ci occupavamo solo di produzione, poi i clienti sono cambiati o venuti meno, abbiamo cominciato ad andarli a cercare. Siamo diventati più propositivi, forti dei nostri tessuti attraenti oltre che della nostra qualità”.

La quinta generazione ha fatto il suo ingresso negli anni ’80 e inizio anni ’90. Non ci sono solo ingegneri ma creativi ed esperti di marketing, un team familiare ben assortito. Oggi il gruppo è composto da 8 stabilimenti in cui operano 1350 dipendenti. In Valle Seriana negli anni ’90 erano impiegate 350 persone, oggi sono poco meno che raddoppiate. Degli otto stabilimenti, cinque sono in Italia, di cui uno in Puglia. Gli altri sono nella Repubblica ceca e in Egitto. L’espansione fuori confine non ha messo fine alle acquisizioni in Italia che sono proseguite negli ultimi anni con lo stabilimento del lago Maggiore dedicato al processo della nobilitazione e con l’apertura di una filatura di qualità in Valle Camonica, completando così la filiera produttiva. “Anche nell’obsoleto tessile – scherza Albini – si può crescere, difendendo, ma anche attaccando”. Le ragioni del successo? “Una fortissima famiglia imprenditoriale, ottica lunga, voglia di essere i più bravi”.

Questo non esclude momenti difficili, la crisi, dal 2008 in avanti ha colpito duro, basta guardare le montagne russe dei fatturati: si passa dai 169 milioni di euro di Albini Group ottenuti nel 2007 ai 145 dell’anno seguente ai 102 del 2009.

C’è da farsi venire il mal di mare. Nel 2013 si è tornati a 129,2, non c’è ancora stato il recupero totale rispetto agli anni d’oro dei primi anni ’90, ma si ricomincia a guardare al futuro con un po’ più di ottimismo.

Rossana Pecchi

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