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Da Madonna a Andy Warhol I rifiuti celebri prima del grande successo

Non tutti i grandi artisti della musica, dell'arte o della letteratura, hanno avuto sin dall'inizio la strada spianata verso il successo: alcuni hanno sbattuto contro il muro del rifiuto, altri sono stati riconosciuti troppo tardi.

Viene un momento nella vita degli artisti in cui si deve far valutare il proprio prodotto a qualcuno che con il suo giudizio ne modificherà il futuro. Spesso le cose vanno per il verso giusto, altre volte meno, altre volte invece si deve attendere più del previsto per essere riconosciuti. Ecco quindi alcune storie di rifiuti celebri che riguardano artisti come Madonna, Andy Warhol, Sylvia Plath e Gertrude Stein, Stieg Larsonn, Stephen King e molti altri artisti di casa nostra.

I grandi rifiuti nella musica

Prima di arrivare ai giorni nostri ricordiamo uno dei rifiuti più celebri della musica. Giuseppe Verdi chiese di entrare in conservatorio a Milano nel 1832 e fu rifiutato: troppo vecchio con i suoi diciotto anni e non aveva nulla di eccezionale che consentisse uno strappo alla regola. Di lì a poco iniziò una carriera che lo portò a divenire il più grande compositore italiano di sempre. Ai giorni nostri, invece, la cantante Madonna fu rifiutata dal produttore della colonna sonora di "Dirty Dancing" e "Sister Act". Il produttore le scrisse che aveva ascoltato le sue canzoni ma che non le riteneva idonee: “Ci sono le basi, ma non sei ancora pronta”. L’anno seguente Madonna diede il via alla sua carriera pubblicando il suo primo disco e vendette dieci milioni copie. Sempre restando nel campo musicale, la compagnia londinese RSO, nel maggio 1979, dopo aver ascoltato una cassetta degli U2 rispose che la musica della band "non era adatta al momento". Poco dopo Bono e i suoi U2 firmarono con la Island Records e lanciarono il primo singolo a livello internazionale.

I rifiuti nell’arte

I rifiuti sono molteplici anche nell’arte. Il più curioso è forse quello del 1956 toccato ad Andy Warhol. L’artista di riferimento della Pop Art regalò la sua opera "Shoe" al Museum of Modern Art. La commissione respinse il dono dopo un’accurata analisi motivando il rifiuto dicendo che non la voleva nella sua Collezione, nemmeno gratis, e ringraziava comunque per l’interessamento. Oggi lo stesso MoMA espone 168 di Warhol. Il regista Tim Burton è suo malgrado protagonista. Nel 1976, ancora studente liceale, mandò una copia del suo libro per bambini "The Giant Zlig" alla Walt Disney Productions. Non fu pubblicato perché "mancava di originalità, era troppo ispirato al Dr. Seuss". Anni dopo la Disney chiamò Burton a lavorare come animatore. Chi commentò per primo mancò di senso della prospettiva. Altro caso è quello legato al nome di Jim Lee. Oggi è un fumettista ed editore statunitense, forse il più noto. Ma a metà degli anni ’80 anche lui è stato rifiutato da tutte le pubblicazioni, compresa quella di cui è attualmente a capo. La reazione più sconcertante è quella della Marvel: “Il suo lavoro sembra fatto da quattro persone diverse. La qualità è debole. Si ripresenti quando sarà più consistente e avrà imparato a disegnare”. Ora si può dire che è tornato.

I rifiuti letterari.

In questa “categoria” l’elenco è molto più corposo e i casi sono davvero molteplici e diversi. Il manoscritto di "The making of Americans" di Gertrude Stein fu rifiutato ma in maniera originale: “Io sono solo uno. Solo uno. Solo uno. Non due o tre. Solo uno. Un cervello. Un essere. Un paio di occhi. Non posso leggere il suo manoscritto tre o quattro volte. Qui non venderebbe una copia. A malapena una copia”. Gertrude divenne figura di riferimento del modernismo americano di lì a poco. Lo scrittore svedese Stieg Larsson non è vissuto abbastanza da godersi il successo sebbene abbia conosciuto il rifiuto. La scuola di giornalismo di Stoccolma gli scrisse che “non era abbastanza bravo per diventare giornalista”. Larsson dimostrò il contrario, fece conferenze in tutto il mondo, finì a capo del giornale EXPO e la sua trilogia "Millennium" ha venduto 27 milioni di copie in oltre 40 paesi. Peccato che questo successo letterario sia stato postumo. Nel 1962 il "New Yorker" ricevette una poesia di Sylvia Plath intitolata "Amnesiac" e la rifiutò perché non trovava connessione fra la prima e la seconda parte. Nella lettera di motivazioni si legge: "Forse siamo un po’ ottusi". Certamente furono ottusi tutti quelli che non intuirono nella poetessa l’eccezionale uso della parola che per la frustrazione del rifiuto si suicidò quando era ancora in giovane età. Il successo fu, come spesso accade, postumo.

Ma la posizione del critico non è sempre facile. Spesso porta in gloria, altre volte affossa i sogni. È questa la posizione di Italo Calvino che riconosce per primo il successo dell’opera “Se questo è un uomo” di Primo Levi. L’opera, infatti, fu rifiutata per anni da Natalia Ginzburg e Cesare Pavese e arrivò al grande pubblico solo dopo dieci anni quando gli editori decisero di dare il via alla pubblicazione. Italo Calvino fu arbitro anche di un giudizio che troncò i sogni di uno scrittore dal talento mai riconosciuto. Guido Morselli ricevette così tanti pareri negativi circa la sua opera che fu definito “la proiezione esemplare dello scrittore postumo”. Dopo aver collezionato una sfilza di risposte negative l’autore bolognese pose fine alla sua vita. Questo creò grande disappunto in un altro scrittore rifiutato agli esordi: Alberto Moravia. Infatti, Moravia, che a causa di un rifiuto dovette pubblicare “Gli indifferenti” a sue spese, disse riguardo al suicidio di Morselli che non ne valeva la pena di uccidersi quando avrebbe potuto pubblicare la sua opera da solo.

Un altro autore che indossò i panni del critico fu Virginia Woolf che dopo aver letto alcune parti dell’Ulysses di James Joice stroncò l’avvenire di un’opera che si è ritagliata la fama di un grande classico della letteratura. La scrittrice inglese infatti lo bollò come “estremamente noioso” e non meritevole di attenzione. Ma c’è chi i rifiuti li “colleziona”. Stephen King ne è un esperto: ne ricevette più di trenta in pochi anni. Un editore gli disse che non avrebbe mai venduto con le sue idee negative. Ora sappiamo tutti che in realtà lo scrittore è riuscito a vendere nonostante la “negatività”.

Insomma, i rifiuti nel mondi dell’arte sono molteplici, e l’elenco proposto è riduttivo. È chiaro che sia difficile giudicare come è chiaro che il rifiuto possa creare problemi in chi si vede rifiutare il proprio lavoro. Tra un giudizio e un altro, non resta che cercare di fare come Henry Miller. Rifiutato, in patria e all’estero, scrisse di sé stesso: “non ho soldi, né risorse, né speranze. Sono l’uomo più felice del mondo”. In quel momento iniziò la sua vera carriera.

Commenti

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  1. Scritto da Paola

    Adoro Henry Miller. Però è difficile non buttarsi giù dopo un rifiuto.

  2. Scritto da Antonietta

    Aveva anche ragione la sig.ra Woolf. Però nella sua noia l’Ulisse di Joyce è uno dei capolavori della letteratura di tutti i tempi. Gira e rigira, l’errore è sempre nella cecità dell’uomo.