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A vent’anni dall’assassinio di don Giuseppe Diana Voce contro la camorra

Il 19 marzo 1994 don Giuseppe Diana viene freddato da quattro colpi di pistola nella sacrestia della chiesa di San Nicola. Il sacerdote si era fatto voce contro la camorra a Casal di Principe, in provincia di Caserta. Il ricordo della Chiesa a vent'anni dall'assassinio.

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«Esprimo vivo dolore per l’uccisione di don Giuseppe Diana, parroco nella diocesi di Aversa, colpito da spietati assassini mentre si apprestava a celebrare la Messa. Nel deplorare questo nuovo, efferato crimine, vi invito a unirvi nella preghiera di suffragio per l’anima del generoso sacerdote, impegnato nel servizio pastorale alla sua gente. Voglia il Signore far sì che il sacrificio di questo suo ministro, evangelico chicco di grano caduto nella terra e morto, produca frutti di sincera conversione, operosa concordia, solidarietà e pace».

Domenica 20 marzo 1994 Giovanni Paolo II condanna la criminalità organizzata che il giorno prima aveva spento a colpi di pistola la voce di uno degli alfieri più intrepidi della lotta alla camorra, un prete che predicava il Vangelo e che donò la vita per il suo popolo.

Giuseppe Diana nasce il 4 luglio 1958 a Casal di Principe, provincia di Caserta e diocesi di Aversa, da una famiglia di proprietari terrieri. Nel 1968 entra in Seminario: medie, liceo, teologia, licenzia in Biblica e laurea in Filosofia II.

Nel marzo 1982 è ordinato sacerdote e dal 19 settembre 1989 è parroco di San Nicola di Bari nella natia Casal di Principe, dominio di clan camorristici potenti e sanguinari. Diventa subito l’emblema della vita e della fede, dell’impegno e della gioia. In quegli anni l’epi­scopato campano, stimolato dal vescovo di Acerra monsignor Antonio Riboldi, si schiera contro ­la camorra che miete decine di vittime ogni anno e, il 29 giugno 1982, i vescovi diffondono il documento «Per amore del mio popo­lo non tacerò»: indica la forza liberante del Vangelo come risposta concreta al male, non nasconde le responsabilità della comuni­tà ecclesiale «a causa della carenza o insufficienza, anche nell’azione pa­storale, di una vera educazione so­ciale, quasi che si possa formare un cristiano maturo senza formare l’uo­mo e il cittadino maturo. Non intendiamo limitarci a denunciare queste situa­zioni e, nell’ambito delle nostre competenze e possibilità, intendia­mo contribuire al loro superamento, anche mediante una revisione e inte­grazione dei contenuti e metodi della pastorale».

La malavita diventa ogni giorno più invadente con efferati omicidi e, a fine settembre 1987, con un assalto armato alla caserma dei Carabinieri di San Cipriano d’Aversa.

La reazione della comunità civile non si fa attendere. Don Peppe organizza il convegno «Liberiamo il futuro» che si trasforma in marcia contro la violenza. Puntuale arriva l’intimidazione: colpi di pistola con­tro le finestre della canoni­ca. Si rompe con l’acquiescenza del passato. Si decide che la festa patro­nale sia celebrata solo in chiesa eliminando le manifestazioni esterne – processioni, spettacoli, banda, fuochi d’artifi­cio – finanziate dai «capobastone». Un segnale forte che sancisce la fine dei rapporti ambigui o acquiscenti. Nelle omelie don Beppe alza la voce e il suo grido di allarme risuona forte e chiaro quando, nel luglio 1991, un giovane è ucci­so per sbaglio perché capita in auto in mezzo a un conflitto a fuoco. Sollecita dal ministero dell’Interno un au­mento dei controlli, particolarmente sgraditi ai camorristi. Il Consiglio comu­nale è sciol­to per infiltrazioni mafiose.

Nel Natale 1991 i sette parroci firmano il documento «Per amore del mio popolo», scrit­to da don Diana e distribuito in tutte le chiese. Messaggio di rara intensità e di grande attualità, coraggiosa testimonianza di impegno civile e pastorale nella lotta alla criminalità e nella costruzione della giustizia sociale, grido di dolore e di amore per la sua terra, atto d’accusa contro l’atroce violenza dei prepotenti e l’indolenza dei pavidi: «Siamo preoccupati e assistiamo impotenti al dolore di tante famiglie che vedono i loro figli finire miseramente vittime o mandanti delle organizzazioni della camorra. Come battezzati in Cristo, come pastori della forania di Casal di Principe ci sentiamo investiti in pieno nella nostra responsabilità di essere “segno di contraddizione”. Coscienti che come Chiesa dobbiamo educare con la parola e la testimonianza di vita alla prima beatitudine del Vangelo che è la povertà, come distacco dalla ricerca del superfluo, da ogni ambiguo compromesso o ingiusto privilegio, come servizio sino al dono di sé, come esperienza generosamente vissuta di solidarietà. La camorra è una forma di terrorismo che incute paura, impone le sue leggi e tenta di diventare componente endemica nella società campana. Il no­stro impegno profetico di denuncia non deve e non può venire meno». Constata don Beppe: «Il nostro documento ha smosso le coscienze e ha fatto alzare altre grida nel deserto che ora può diventare terra fertile». Dopo due anni di commissariamento, nel novembre 1993 si vota per il nuovo Consiglio comunale. L’appello «Una religione della responsabilità» invita i cittadini a far sentire la loro voce e a partecipare alla costruzione di una città a dimensione umana. I camorristi sono invitati «a tenersi in disparte, a non inquinare e a non affossare ancora una volta questo nostro caro paese, che ha solo bisogno di risurrezione».

Nel ballottaggio la lista civica «Alleanza democratica», appoggiata dai sacerdoti, ottie­ne la maggioranza, ma riesce a governare solo pochi mesi e poi va di nuovo in crisi. La Procura di Napoli convoca i sacerdoti per avere notizie e riscontri sull’appoggio dei camor­risti ai candidati nelle elezioni polit­iche del 1992.

Don Peppe si present­a il 15 marzo 1994: all’uscita nota alcuni giovani di Casal di Principe, in odore di camorra, che con ostentazione osservano i suoi movimenti. Quattro giorni dopo, il 19 marzo, suo onomastico, alle 7 esce dall’abit­azione dei genitori e si reca nella chiesa di San Nicola. Venti minuti più tardi in sacrestia indossa i paramenti e si avvia a celebrare la Messa: un uomo gli spara quattro colpi di pistola 7,65 e fugge in auto con due complici. Dopo il suo assassinio scatta il tentativo della «damnatio memoriae» con cui pervicacemente la camorra cerca di infangare il ricordo del prete ucciso, ma il meschino calcolo fallisce: la limpidezza di questo testimone del Vangelo e pala­dino del suo popolo è sancita dall’inchiesta giudiziaria e dall’autorità ecclesiastica.

La Corte d’Assise d’Appel­lo condanna come esecuto­re materiale dell’omicidio il pregiudi­cato Giuseppe Quadrano e dichiara: «La scelta di uccidere don Giuseppe Diana eb­be una forte carica sim­bolica, come segnale che avrebbe do­vuto essere dirompente e risolutorio nella contrapposizione tra il gruppo De Falco-Quadrano e i Casalesi».

Parafrasando il versetto evangeli­co: «Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se inve­ce muore, produce molto frutto» (Giovanni 12,24), sulla sua tomba c’è scritto: «Dal seme che muore fiorisce una messe nuova di giustizia e di pace».

Pier Giuseppe Accornero

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