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La principessa d’Egitto: l’amore materno in bilico tra inferi e ‘regno’ felice

Ultimo film in concorso al Bergamo Film Meeting: "La principessa d'Egitto", opera prima del finlandese Jan Forsstom. Stasera alle 22.30 nell'auditorium di piazza Libertà l'annuncio del vincitore della trentaduesima edizione del BFM

“La principessa d’Egitto” (Finlandia, 2013)

regia di Jan Forsstom

 

Titolo: La principessa d’Egitto;

Regia: Jan Forsstrom;

Genere: drammatico;

Durata: 89 minuti;

Cast: Emmi Parviainen, Luna Leinonen Botero, Mazdak Nassir, Ylva Ekblad.

 

Ieri all’Auditorium, con replica questa mattina al Cinema San Marco, è stato presentato l’ultimo film in concorso al Bergamo Film Meeting. Questa sera – sabato 15 marzo – alle 22,15, sempre in Auditorium, verrà proclamato il vincitore votato dal pubblico che ha affollato per sette sere di fila la sala, accontentandosi anche di sedere per terra. Il film del finlandese Forsstrom, anch’esso un’opera prima come tutti i film selezionati quest’anno per la mostra concorso, nasce da un fatto di cronaca.

La storia di una madre single, Marja, che teme di perdere la figlia di sei anni quando il padre naturale capisce che è sua figlia e desidera avvicinare la bimba. L’apprensione, palpabile molto presto nel film, evolve in ossessione con spunti paranoici e la donna, al culmine del suo disagio, commetterà un gesto violento e ingiustificato.

Il tema della maternità, dell’amore materno, è annunciato in apertura del film con immagini dai caldi toni rosati che ritraggono una madre con in braccio una neonata mentre le accarezza i piedini e le manine. Invece il film è soprattutto focalizzato sul tema della solitudine, in particolare della solitudine delle donne quando si trovano a compiere scelte difficili ma necessarie come crescere un figlio da sole o divorziare (la nuova vicina è fresca di divorzio e tra le due solitudini l’empatia è immediata).

Sullo sfondo, a ritmare il disagio crescente di Marja, c’è il tema del lavoro in tempi di crisi: Marja consegna i quotidiani durante la notte; questo le consente di passare la giornata con la figlia, ma la costringe a lasciarla sola di notte e questi orari incidono pesantemente sul ritmo sonno-veglia e sulla stanchezza di Marja.

Non è chiaro se questa routine faticosa abbia preparato la deflagrazione che seguirà nella donna, o se l’affacciarsi invadente del padre sia la causa prima dell’ansia e della perdita di contatto con la realtà, ma il regista costruisce bene l’escalation attraverso la quale Marja diventa sempre più possessiva nei confronti della figlia, taglia i ponti anche con la vicina, si prepara a un’autodifesa sempre più aggressiva e la pellicola evolve quasi nel thriller.

 

Tra l’abitazione, in un quartiere immerso nel verde, e il luogo di lavoro in zona urbana c’è un bosco che Marja percorre da sola in bicicletta e sembra essere il tramite simbolico per guadagnare ogni volta il ritorno dagli inferi a un “regno” felice. Quando questo regno viene intaccato, o propriamente attaccato vista l’invadente aggressività iniziale del padre della bimba, Marja va in pezzi. 

Nel film è costante la dolcezza nei confronti della figlia, una bimba via via intimorita dalla madre ma fortemente legata a lei, come dimostrano i momenti, i giochi e le favole condivise. Sarà proprio l’amore per la piccola Julia, l’istinto di conservazione del suo cucciolo, a portare Marja a costituirsi chiedendo di affidarla al padre. Nel film alcuni elementi sono un po’ sfuggenti.

 

Citiamo ad esempio l’origine curda del padre (si aggiunge alla dinamica psicologica di Marja anche la xenofobia?), il suo vissuto di emigrato assolutamente integrato in contrasto con quello dell’amico sempre sul chi va là, la figura della moglie finlandese che sembra incarnare un ideale di madre tradizionale (presentata con neonato affrancato in grembo) contrapposta alla maternità vissuta da Marja.

Argomento non facile ma nel complesso una bella prova di interpreti e regista.

Paola Suardi 

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