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“Leave to Remain” e “Wolf” Il BFM si confronta sull’immigrazione

Un film inglese diretto da Bruce Goodison e una olandese di Jim Taihuttu (un po' meno convincente) in concorso al Bergamo Film Meeting: in comune hanno il tema dell'immigrazione.

Altri due film in Concorso al Bergamo Film meeting 2014: sono “Leave to Remain” e "Wolf"  

Titolo: Leave to Remain (Gran Bretagna)

Regia: Bruce Goodison

Genere: drammatico

Durata: 89 minuti

Cast: Toby Jones, Noof Ousellam, Masieh Zarrien, Yasmin Mwanza

Titolo: Wolf” (Olanda)

Regia: Jim Taihuttu

Genere: drammatico

Durata: 122 minuti

Cast: Marwan Kenzari, Nasrdin Dchar, Raymond Thiry, Chemseddine Amar, Bo Maerten

Il quarto e quinto film in concorso hanno in comune il tema dell’immigrazione, in particolare dei giovani immigrati. Traumi, vissuti e aspirazioni molto diverse che si confrontano con una società più o meno accogliente.

Le analogie tra le due pellicole però finiscono qui.

“Leave to Remain” è incentrato sulle storie vere di ragazzi extracomunitari profughi in cerca di asilo politico in Gran Bretagna. Il loro permesso di soggiorno (il “leave to remain” appunto) dipende dalla credibilità delle loro storie e dal passato da cui fuggono; spesso non vengono creduti e il permesso è negato.

La procedura richiede tempo, nel frattempo i ragazzi vivono in case-famiglia, imparano da zero l’inglese, vanno a scuola, si vestono e mangiano secondo i costumi del luogo, si abituano all’idea di vivere in una società radicalmente diversa da quella in cui sono cresciuti; raccontano o creano una storia adatta a rimanere in U.K..

Ognuno ha la sua storia: Zizidi, giovanissima, ha già avuto tre figli, sopportato torture e abusi di cui porta i segni nel corpo e nell’anima. Non basta per il leave to remain.

Abdul è un ragazzino che viene da un villaggio afgano, figlio di contadini, disorientato e solo, in crisi perché gli manca la madre, le pecore con cui giocava, la sua terra. Anche Omar è afgano, apparentemente spavaldo è quasi alla fine del suo iter per ottenere il permesso.

Tra Omar e Abdul scatta qualcosa, una sorveglianza reciproca basata sulla condivisione di un segreto che verrà in superficie alla fine del film.

Attorno a questa vicenda si intravvedono luci e ombre, speranze, timori e spettri, che albergano nell’animo di ogni ragazzo.

Il film è coinvolgente, ben interpretato (non tutti sono attori professionisti), senza cedimenti narrativi, ricco di momenti intensi e anche rappresentativi della realtà burocratica che questi profughi devono affrontare.

Il pathos e la tensione, presenti anche durante la parentesi apparente della gita di classe, sono ben distribuiti fino allo scioglimento finale. Interessante la figura genuinamente coinvolta – anche se britannicamente compassata – dell’insegnante Nigel e quella di suo figlio, che si intravvede solo in un paio di scene, il cui atteggiamento stride per contrasto con le prove che stanno affrontando i giovani immigrati.

“Wolf” sta a metà tra il classico film di boxe e la gangster story, con un protagonista dannato che si avvita in guai sempre più grossi.

Il regista non cerca minimamente di indagare le ragioni della rabbia che anima Majid e questo è un limite del film. Majid, che ha passato l’estate in prigione, è figlio di marocchini che da trent’anni vivono in Olanda e abitano la periferia di una grande città.

Più volte ricorrono le inquadrature degli opprimenti condomini-alveari, contrapposti all’appartamento semplice ma di altro livello abitato dal fratello maggiore Hamza, che ha studiato e ora è in ospedale morente a causa del cancro.

Una presenza quasi angelica, amatissima da Majid, ma che non riesce a influenzarlo positivamente. Anzi, la necessità di denaro per pagare le cure del fratello è ciò che apparentemente spinge Majid a tornare sul ring e a compiere furti sempre più gravi. Della vita di periferia emergono anche le bande di immigrati e di malavitosi – marocchini, turchi- che si spartiscono il territorio.

Tutto appena accennato, come lo iato inesorabile tra Majid e i genitori, e per questo un po’ scontato e poco incisivo.

Il film si apre bene con la spaccata inattesa di un negozio di moto, ma perde via via mordente presentando in modo superficiale tanti elementi tipici della gangster story: le cattive compagnie, l’incomprensione paterna, il desiderio di fare strada per raggiungere in fretta status symbol di ricchezza, l’allenatore ruvido ma buono, il già citato fratello buono, il fratellino in bilico tra le strade dei due fratelli maggiori, l’amico che si trasforma in Iago.

Girato in bianco e nero, in omaggio forse a grandi pellicole dedicate alla boxe come “Toro scatenato”, il regista si muove sempre in ambiente urbano, tranne nell’intermezzo della battuta di caccia durante la quale Majid si trova di fronte a un lupo solitario lontano dal branco, proprio come lui, e lo lascia scappare.

Da un certo punto in poi, forse da quando il protagonista torna a combattere, il film sembra dilungarsi (la rapina, il pestaggio, il combattimento sul ring) verso una fine annunciata dall’inizio.

Paola Suardi

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