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“Le dune” di Yossi Aviram tra le scelte di vita e le loro conseguenze

"Le dune" di Yossi Aviram in concorso al Bergamo Film Meeting è una pellicola particolarmente misurata e composta, dalla sceneggiatura contenuta, dalla fotografia sommessamente elegante. Grazie a questi tratti, e a interpreti altrettanto controllati ed efficaci, il regista ne fa un film di eccezionale sensibilità.

“La Dune” (Francia/Israele, 2014), regia di Yossi Aviram

Titolo: La Dune;

Regia: Yossi Aviram;

Genere: drammatico;

Durata: 87 minuti;

Cast: Niels Arestrup, Lior Ashkenazi, Guy Marchand, Emma de Caunes, Mathieu Amalric.

 

Yossi Aviram ci propone un film particolarmente misurato e composto, dalla sceneggiatura contenuta, dalla fotografia sommessamente elegante. Grazie a questi tratti, e a interpreti altrettanto controllati ed efficaci, il regista ne fa un film di eccezionale sensibilità. E perdipiù non noioso, in grado di agganciare lo spettatore dall’inizio – la splendida immagine assolata di una strada nel deserto dove un puntino nero si avvicina e si fa uomo in bicicletta, passa, e poi ci lascia di nuovo nel silenzio e nella solitudine del deserto israeliano – fino alla fine.

L’uomo è Hanoch, passa il giorno di riposo da solo in bicicletta e si siede a guardare il paesaggio deserto per ore; al rientro veniamo a sapere che la sua compagna è incinta e lui ammette di non sentirsi pronto per divenire padre.

Aborto, separazione.

Hanoch dorme nella sua officina di ciclista, interrompe la sua routine di giocatore di scacchi con il vecchio Fogel e decide di partire. Titoli di testa – solo ora – e in poche scene siamo già alla fine di una storia d’amore e all’inizio di un viaggio.

La narrazione dopo i titoli riprende con tutt’altro paesaggio in tutt’altro contesto: un’ispettore di polizia – di lì a poco sapremo che è a pochi mesi dalla pensione- scova in un alberghetto un noto scrittore scomparso da tre settimane (il bravo Mathieu Amalric, da poco visto ne “La venere in pelliccia” di Polanski).

L’uomo è provato, non vuole farsi ricondurre in famiglia, tra lui e l’ispettore Vardi c’è uno scambio pacato e alla fine accetta di pranzare con lui. Invece si getta dalla finestra. L’ispettore rientra a Parigi fortemente scosso dalla vicenda e comprendiamo che questa acuisce per lui un periodo di stanchezza e depressione. Ad attenderlo a casa c’è un compagno, Paolo, ed è chiaro che sono da tempo una solida coppia.

L’ispettore vorrebbe ritirarsi prima del tempo, il suo superiore lo invita piuttosto a prendersi qualche giorno di vacanza per pensarci su.

Altro antefatto, che chiude forse la carriera del poliziotto e inizia qualcosa d’altro.

Bravo Yossi, siamo con te. Ora dove ci porterai?

Il regista ha pronto un altro pacato colpo di scena: Hanoch ricompare nel film a Parigi e inizia a pedinare l’ispettore, poi si reca nelle Lande in bicicletta e viene ritrovato sulla spiaggia senza documenti e mezzo morto. In ospedale, una volta ripresosi, eviterà di parlare. L’ispettore Vardi viene chiamato a investigare sul caso. Un po’ poliziesco, un po’ dramma, il film ci conduce per mano attraverso le sofferte condizioni di questi due uomini, alle prese con traumi profondi non ancora ricomposti.

Il tema delle scelte di vita e delle loro conseguenze, del tempo che passa (anche il cane dell’ispettore mostra i segni della vecchiaia), degli affetti che durano, degli affetti necessari, vengono affrontati senza strappi né acuti, senza troppe parole. Fino a una conclusione che distende la narrazione che ha proceduto con sapienti ellissi e allo stesso tempo ha fornito via via allo spettatore gli elementi necessari a comprendere. Thumbs up, pollice recto insomma, per regia e sceneggiatura di Yossi Aviram, al suo primo lungometraggio, per tutti gli interpreti e in particolare per i silenzi eloquenti di Lior Askenazi.

Paola Suardi

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