BergamoNews.it - Bergamonews notizie in tempo reale da tutta Bergamo e provincia: cronaca, politica, eventi, sport ...

Orange is the new black, plurale femminile Nuova serie di Netflix

La nuova serie tv distribuita da Netflix offre una rappresentazione plastica e disincantata dell'universo femminile, esplorato in un'ampia pluralità di manifestazioni.

Netflix colpisce ancora nel segno. Dopo l’acclamato successo di House of cards, la cui seconda stagione è stata distribuita online nel mese di febbraio, ha fatto nuovamente centro con “Orange is the new black” (OITNB), magnifico adattamento del romanzo autobiografico di Piper Kerman. La scrittura televisiva è stata affidata alle sapienti e abili mani di Jenji Kohan, già autrice della dark comedy Weeds, che metteva in scena con humour nero il dramma di una giovane vedova, entrata nel business del commercio illegale di cannabis per mantenere la propria famiglia.

L’originalità del plot di OITNB risiede nel mettere in scena il percorso psicologico di una giovane donna, colta e di buona famiglia, che si misura con l’esperienza carceraria per un reato commesso più di dieci anni prima. Ad una prima lettura si rimane colpiti sia dagli shock emotivi vissuti dalla protagonista (Piper Chapman, così rinominata nella serie) che dall’interpretazione offerta dalla sconosciuta Taylor Schilling, attrice rivelazione del 2013 capace di passare con disinvoltura dal ruolo di adorabile e sexy compagna nella vita di tutti i giorni, a quello di sfrontata e vendicativa detenuta fra le mura della prigione.

Successivamente, ad imporsi nel corso della visione è la rappresentazione plastica e disincantata dell’universo femminile, esplorato in un’estesa pluralità di espressioni, con ironia e drammaticità. La popolazione carceraria che entra in contatto con la protagonista è composta da un plateau antropologico eterogeneo: si possono infatti chiaramente distinguere gli stereotipi comportamentali della WASP liberale, della matrona ispanica, della donna di colore, della tossicodipendente, della lesbica, della fondamentalista religiosa, della suora peccatrice e persino della tormentata transgender, che si ritrova a vestire contemporaneamente i panni di padre, marito e compagna di cella. Questo variegato universo femminile è costretto a destreggiarsi fra regole e codici comportamentali imposti sia dal regime di detenzione che da una società maschilista, dove alla donna viene chiesto di esistere solo in quanto funzione dell’uomo. Ognuna delle donne rappresentate si impone invece in modo originale, al di là del proprio essere moglie, figlia, compagna, amante o suora, instaurando una rete di scambio e collaborazione solidale che rende sterile il dominio maschile. Pur occupando una posizione di comando, gli uomini non sono più in grado in alcun modo di mantenere il controllo: vivono nell’illusione di poter governare la realtà ma falliscono miseramente, sia all’interno del carcere che nella vita privata. Il ritratto maschile che se ne ricava è davvero impietoso e, in alcuni passaggi di questa prima stagione, scade un poco nello stucchevole per evidenti esigenze narrative: gli uomini messi in scena oscillano infatti fra precise polarità ai cui estremi si possono trovare il violento/sessuomane, il padre/padrone e l’idiota/infante.

Forse è questo il limite più evidente di questa intelligente e ambiziosa produzione televisiva: un peccato veniale che si giustifica ampiamente nell’intento di affermare la legittimità e la dignità del punto di vista femminile, che non chiede certo il permesso dell’uomo per avere il diritto ad una vita diversa da quella a cui ogni donna, per educazione, è stata predestinata.

Il tone of voice utilizzato dall’autrice non è quello del femminismo militante: quello che ci viene suggerito è che per affermare la pari dignità fra i sessi non vi è ragione perché le donne debbano imparare a lavorare nelle cave di marmo o a guidare un’azienda con la stessa spregiudicatezza di un uomo. Fra le righe emerge il chiaro messaggio che le peculiarità femminili potranno liberamente esprimersi solo nel momento in cui le donne saranno in grado di percepirsi autonomamente rispetto allo sguardo maschile che ormai hanno interiorizzato e quando agiranno individualmente e socialmente per ridefinire quel sistema di codici sociali che oggi le vede invece competere in modo fratricida.

Mi permetto quindi di consigliare la visione di Orange is the new black a tutti gli uomini che vogliano e sappiano accettare di buon grado la demolizione di gran parte dei clichè sulla virilità, che perdurano come residui dell’educazione patriarcale. Ma soprattutto voglio dedicarla a tutte quelle donne che affermano sé stesse, resistendo coraggiosamente ai modelli sociali e culturali imperanti. Che si indignano quando sentono discutere della lunghezza di una gonna come scusante per una violenza. Che pensano che dietro alla discussione sulla necessità delle quote rosa si nasconda il tentativo tutto maschile – e maschilista – di salvare le apparenze e mettersi in pace la coscienza. Che sanno quello che vogliono e agiscono per ottenerlo.

E che si sentono fiere di quello che sono ogni giorno dell’anno. Non solo l’8 marzo.

Ivan Leoni

Commenti

L'email è richiesta ma non verrà mostrata ai visitatori. Il contenuto di questo commento esprime il pensiero dell'autore e non rappresenta la linea editoriale di BergamoNews.it, che rimane autonoma e indipendente. I messaggi inclusi nei commenti non sono testi giornalistici, ma post inviati dai singoli lettori che possono essere automaticamente pubblicati senza filtro preventivo. I commenti che includano uno o più link a siti esterni verranno rimossi in automatico dal sistema.