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Scaglia, famiglia e impresa: dal Settecento ad oggi nel segno dell’innovazione

La famiglia imprenditoriale protagonista del quarto incontro del ciclo promosso dall'Ateneo di scienze, lettere e arti di Bergamo e dal Fai.

Una famiglia imprenditoriale nel segno della flessibilità e dell’innovazione, caratteristiche peculiari della sua lunga storia. E’ la Scaglia di Brembilla, protagonista del quarto incontro del ciclo promosso dall’Ateneo di scienze, lettere e arti e dal Fai Bergamo.

In questo caso le origini risalgono addirittura al ‘700, con la lavorazione di piccoli oggetti in legno da parte di Domenico Antonio Scaglia, trasferitosi dalla Valle Imagna a Brembilla.

Il legno, lavorazione tradizionale della Valle Imagna, ha in effetti caratterizzato per moltissimi anni l’attività dell’azienda, a cui è stato anche dedicato un volume della Fondazione per la storia economica e sociale di Bergamo, nella Collana “I protagonisti”.

Il fondatore ufficiale, come ha spiegato il presidente del gruppo e Cavaliere del lavoro Mario Scaglia, è Martino Scaglia, nel 1838, ma è una data convenzionale, visto che Martino aveva all’epoca 4 anni. Diverso tempo dopo, nel 1868, Martino Scaglia si trasferì a Milano, dando vita alla “doppia cittadinanza” che caratterizzerà l’azienda fino a giorni nostri.

Il capoluogo lombardo era all’epoca il maggior mercato della penisola, dove nel 1881 venne fondata la Martino Scaglia.

Nella Milano di quegli anni di febbrile e tumultuosa crescita economica, sociale e culturale l’azienda Scaglia entrò in contatto con la nascente industria tessile.

L’attività, che era partita con la tornitura di passamaneria, si concentrò poi, nei primi anni del nuovo secolo e fino all’inizio della Grande Guerra, sul mercato dei rocchetti, delle spole e delle pulegge in legno. Fu il figlio Stefano, ritornato a Brembilla, a fondare nel 1906 il primo nucleo dello stabilimento ancora oggi sede del Gruppo Scaglia. Da subito si manifestò l’attitudine all’innovazione: lo stabilimento fu dotato di macchinari per quel tempo all’avanguardia, arrivando a brevettare nel 1911 un meccanismo che raddoppiava la velocità operativa dei torni. Il periodo più delicato è quello della grande crisi del ’20.

A salvare l’azienda sommersa dai debiti una commessa di yo-yo che, partita come piccola cosa, diventò poi determinante per risollevare le sorti dell’azienda in quel difficile momento. Nel periodo dell’autarchia l’azienda ebbe anche una svariata produzione di oggetti in legno, dai giocattoli, ai bastoni per gli alpini fino alle commesse pubbliche per i pali telegrafici. E quando il settore del legno nel dopoguerra cominciò a subire la concorrenza di altri materiali, il gruppo passò all’alluminio. L’attitudine all’innovazione e la voglia di diversificare caratterizzarono anche gli anni del secondo dopoguerra, quando ebbe inizio una vera e propria rivoluzione tecnologica. Parallelamente venne avviata negli anni ‘50-’60 la rete commerciale, arrivando a coprire i lontani mercati della Russia, del Sud America e dell’Asia.

A partire dal 1970 iniziò poi un processo di filiazione di aziende dedicate a specifici prodotti (il manipolatore prodotto oggi da Scaglia Indeva spa è stato introdotto dalla Scaglia spa negli anni ’80) che ha portato alla odierna diversificata struttura del Gruppo. La Scaglia ha avuto anche una parentesi nel campo degli accessori sportivi. A metà degli anni Settanta, come diversificazione dal settore tessile, l’azienda trasformò in business l’hobby di molti componenti della famiglia ed iniziò la produzione di racchette da tennis in lega d’alluminio. Commercializzò pure racchette in legno di alta qualità, godendo di buona visibilità anche grazie a sponsorizzazioni e contratti d’esclusiva con tennisti di fama internazionale, a partire da Adriano Panatta. Sempre nel campo del tennis la Scaglia avviò anche la produzione di incordatrici elettroniche.

Nonostante l’innovazione tecnologica, il calo dell’interesse in Italia per il tennis e la concorrenza di produzioni orientali a basso costo non permisero di arrivare a livelli di attività tali da sostituire altre produzioni aziendali. Qualche anno dopo la Scaglia, sempre in campo sportivo, decise di entrare nel mercato degli accessori per tavole da windsurf , applicando a questo comparto le competenze aziendali nella lavorazione dell’alluminio per la produzione di rocchetti. Il comparto non si rivelò però così redditizio e alla fine fu abbandonato. Oggi il gruppo opera con quattro società, Scaglia, Sit, Elatech e Indeva, specializzate in accessori per l’industria meccano-tessile e attrezzature per la movimentazione di carichi.

Segno tangibile della capacità di crescere e affrontare le sempre nuove esigenze del mercato sviluppando processi di innovazione.

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