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Beck, soffice e retrò: “Morning Phase” torna alle radici e alla California

Brother Giober lo ammette: Beck non l'ha mai convinto del tutto. Eppure questo ultimo "Morning Phase" se l'è ascoltato dall'inizio alla fine dopo l'intervista di lancio: buon disco, a volte un po' noiosetto, che ricorda molto Simon & Garfunkel o "Harvest" di Neil Young.

Giudizio:

* era meglio risparmiare i soldi e andare al cinema

** se non ho proprio altro da ascoltare…

*** in fin dei conti, poteva essere peggio

**** da tempo non sentivo niente del genere

***** aiuto! Non mi esce più dalla testa

 

 

ARTISTA: Beck

TITOLO: Morning Phase

GIUDIZIO: ***1/2

Credo di avere tutti i dischi di Beck, mi pare siano 9, e sono certo di non averne ascoltato mai uno per intero. Pochi distrattamente.

Il perché è presto detto:

1) mi sta profondamente antipatico come tutti i miei coetanei ai quali, da giovane, usciva tutto facilmente: la scuola, lo sport, le ragazze. Non si impegnavano ma riuscivano in tutto;

2) è un po’ troppo eclettico per i miei gusti (il che si rifà, in parte, al punto 1), sicchè non sono mai riuscito e definire gli esatti confini della sua musica e a codificare i suoni entro un genere piuttosto che in un altro;

3) è anche un po’ presuntuoso: altrimenti non avrebbe pubblicato in luogo di un disco il suo spartito, come invece ha fatto.

Però… c’è un però.

In un’intervista di qualche tempo fa, presentando il disco, Beck ha detto: “Sono tornato alla musica della mia giovinezza e delle mie radici: parlo di Neil Young, Gram Parsons e Crosby, Stills, & Nash. Ricordo sempre il suono di quei dischi e di quelle registrazioni, erano parte di una cultura mentre crescevo. Fanno parte del mio imprinting di crescita, che mi piaccia o meno. Forse rifiutavo questa musica quando ho cominciato a suonare, perché cercavo di trovare la mia identità. Ma sia io sia tutti quelli che hanno suonato su questo disco, siamo cresciuti tutti in California e quindi questo tipo di musica è inevitabilmente parte del nostro DNA”. Il che è quello che mi sarebbe piaciuto rispondere, se mai avessi registrato un disco (un sogno della vita) in un’ipotetica intervista (un altro sogno) che non mi faranno mai (di questo invece ho certezza assoluta).

Quindi il disco, questa volta, volente o nolente, me lo sono comprato e ascoltato e ci ho messo pure l’impegno dovuto.

Morning Phase esce dopo sei anni dal lavoro precedente, Modern Guilt, un album che, da quanto ho letto, non ha convinto tutti.

Nel frattempo però ha fatto molto, tra cui l’aver prodotto una serie di artisti di nicchia (Stephen Malkmus, Thurston Moore, Charlotte Gainsbourg).

Il disco è caratterizzato da canzoni soffici, essenzialmente acustiche, pervase da un’atmosfera sognante. Il riferimento al passato impone un obbligato confronto con la musica dell’ultimo ottimo album di Jonathan Wilson. Rispetto a questo vi è meno ecclettismo, meno varietà musicale, i motivi di stupore sono minori e, se devo essere sincero, anche la qualità delle composizioni mi sembra inferiore.

Altri riferimenti li troverete nella musica dei Byrds, di CSN&Y (ma meno di quanto ci si potrebbe aspettare a mio parere), di Simon and Garfunkel, mentre per quanto concerne il presente, oltre che nel lavoro di J. Wilson, echi affini li scoverete nella musica dei Kings of Convenience, di John Rouse, di Band of Horses.

Alcune canzoni sono state rinvenute da cassetti dimenticati dal tempo e risalgono a più di dieci anni fa, mentre la band che accompagna Beck è composta, per la maggior parte, dagli stessi musicisti che avevano preso parte alle registrazioni di Sea Change, uno degli episodi meglio riusciti della sua discografia.

Il disco parte con un intro orchestrale (Cycle) di pochi secondi e scarso significato se non quello di anticipare una delle gemme del disco, Morning, un brano che, salvo la voce, potrebbe essere una outtake di uno qualsiasi dei dischi di Neil Young. Piano, chitarre acustiche e una soffice percussione incrociano i loro cammini, la voce di Beck con tono sognante racconta la sua storia. Dimenticavo, c’è anche una spruzzata di Buffalo Springfield….

Heart is a Drum inizia con un arpeggio di acustica, sul quale più voci si intrecciano con lo stesso fare sognante del brano precedente. Qui, in più, qualche effetto elettronico contribuisce a dare un tocco di modernità. Beck ha una voce molto personale, ma se non fosse per questo direi che i miei amatissimi Prefab Sprout sono tornati sulle scene.

Say Goodbye ha qualche eco dei Beatles e di Harvest e in più, rispetto ai precedenti brani, una “struttura canzone” meglio definita e una melodia più incisiva. L’intervento del banjo a metà del brano dà un tono, vi parrà strano, quasi psichedelico. Certamente uno dei brani migliori dell’intera raccolta e che ricorda, vagamente, la Old Man di Neil Young.

Blue Moon è appena più ritmata, ancora il banjo, ma questa volta in sottofondo, a descrivere una melodia appena abbozzata. Il brano “prende” che è un piacere, gli manca forse un refrain più orecchiabile.

Unforgiven è rarefatta, un brano d’atmosfera senza una precisa melodia, con la voce più lontana del solito e con piano e percussioni elettroniche a cadenziare un ritmo lento e solenne. Un po’ il medesimo clima del brano successivo, Wave, dove questa volta la voce, rispetto al sottofondo orchestrale è in primo piano. Il ritmo è lento, ancora solenne ricorda, nelle intenzioni, gli esperimenti di alcuni gruppi dark degli anni ’80. Francamente un po’ noiosa e, soprattutto, senza né capo né coda.

Decisamente più riuscita la successiva Don’t let It Go, caratterizzata da un minimalismo strumentale che però è in grado di evidenziare la perfezione delle parti vocali e la melodia.

Più movimentata è Blackbird Chain che ha qualche accenno, tenue, elettrico. Qui però la melodia è particolarmente bella, sottolineata come è dal crescendo strumentale posto verso la fine del brano dove emerge il suono di una chitarra e quello, inaspettato e delizioso, di un violoncello.

Un nuovo breve e inutile intermezzo strumentale (Phase) ed ecco arrivare Turn Away, uno dei brani più riusciti dell’intera raccolta che sembra appena uscito da un vecchio disco di Simon and Garfunkel (e forse ricorda un po’ troppo da vicino The Sound of Silence). Una ballata acustica, soffice che più non si potrebbe, con una bella melodia alla base. Intensa come pochi altri brani, ti rapisce per la sua dolcezza.

Una slide introduce Country Down, una ballata che sa tanto di Neil Young anche per l’ingresso alla fine del brano di un’armonica che disegna una melodia perfetta. Piano elettrico, chitarra acustica e slide, forniscono un tappeto sonoro ideale che lascia il segno più che in altre parti del disco.

Waking Light chiude il lavoro. Una ballata introdotta dalle note del piano che grazie al suono della chitarra e alla presenza dei cori acquisisce toni psichedelici. Un brano lento, anche se in crescendo, ma questa volta capace di ammantarti in un alone di dolcezza che alla fine conquista.

Fine. Bel disco. Non un capolavoro, ma con alcuni brani ben al di sopra della media. Unico neo, forse una certa ripetitività della struttura di ogni brano che ogni tanto induce alla noia. Ma è un peccato veniale.

Se non si vuole ascoltare tutto il disco:

Waking Light

Se non ti basta ascolta anche:

Simon and Garfunkel – Bridge Over Troubled Water

Neil Young – Harvest

Kings of Convenience – Queit is the New Loud

Commenti

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  1. Scritto da Gianfranco S.

    Grazie B.G. per gli ottimi suggerimenti, approfondirò in seguito. Ora sto “in fissa” per il genere AOR (Boston, Journey, Toto, ecc.) beh…niente di nuovo, ma melodico e piacevole.

    1. Scritto da Diego Perini

      L’AOR??? NOOOOOOOOOOOOOOOO… I Boston! Il mio gruppo preferito per due settimane, decenni fa!

      1. Scritto da Gianfranco S.

        Decenni fa essendo poco più che un bambino avevo altri “interessi” ah ah ah…ora sto recuperando il tempo perduto che forse a te potrà apparire sprecato :-)))

  2. Scritto da umberto

    Grazie B.G. per l recensione di Beck. Il disco a me è piaciuto molto, all’altezza dei suoi capolavori, come Mutation e Sea change. Atmosfere intime, rarefatte da ascolare in solitudine. Certo se si è ” giù di giri ” non va bene, ci vuole del robusto rock, ma per me in queste lunghe giornate di pioggia è ok. Ciao e alla prossima

  3. Scritto da brixxon53

    Si è un buon disco, però preferisco tenermi stretto Harvest e, in seconda battuta, For Everyman di Jackson Browne. Lo so, sono un nostalgico ma che ci posso fare? Buona musica a tutti.

  4. Scritto da Diego perini

    L’ho dismesso parecchi anni fa. Questo l’ho ascoltato così per fare e concordo con BG, morbido, carino, mestiere. Poi One Foot in the Grave e Mellow Gold vanno ascoltati fino alla fine, però.