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“Creuza De Ma”: e Faber anticipò la world music di Graceland e Peter Gabriel

Un cimelio italianissimo (ma anche no) per il nostro Brother Giober: "Creuza De Ma" con cui Fabrizio De Andrè prova a differenziare la parola dalla musica, nel tentativo, a differenza del passato, di dare a quest’ultima più importanza dei testi.

Giudizio:

* camera iperbarica

** indispensabili massicce dosi di vitamine ed esercizio fisico

*** necessario solo qualche ritocco di chirurgia estetica

**** in perfetta forma

***** Cocoon!

 

ARTISTA : Fabrizio De André

TITOLO: Creuza De Ma

GIUDIZIO: ****1/2

Ci sono dischi che ti piacciono immediatamente, perché un suono o una canzone ti hanno colpito da subito, altri pretendono ascolti più meditati, nel tempo, come Creuza de Ma

Quando uscì nel 1984 non mi colpì particolarmente, come tutta in generale la musica di De André, quella almeno prodotta sino ad allora. Escluse un paio di canzoni, le più note, le altre mi avevano sempre lasciato indifferente. Credo perché troppo poco rock, o forse perché troppo profonde e per apprezzarle bisognava prestare particolare attenzione anche ai testi, esercizio che da giovane non mi risultava particolarmente facile.

Consideravo il cantautore genovese un po’ noioso, cosa per adulti e finti intellettuali.

Poi arrivò il “live” con la PFM, da sempre uno dei miei gruppi preferiti, e il mio giudizio complessivo iniziò a mutare, anche se il merito della riuscita del disco in questione l’ho sempre attribuito più al gruppo che al cantautore.

Creuza de Ma esce nel 1984 e contro ogni logica commerciale e contro il parere dei discografici è cantato in genovese, ed è l’undicesimo album De André.

Il progetto originale prevedeva l’uso di un arabo maccheronico o, in alternativa, di una lingua inventata. La scelta del dialetto, decisa durante la registrazione, non fu casuale: il genovese è una lingua piena di musicalità, pregna come è di vocaboli tronchi, morbidi e si adattava perfettamente a rappresentare le storie di tutti i giorni cantate nel disco, molto più che l’italiano.

Probabilmente però De André voleva con questa scelta ottenere anche un altro risultato: quello di differenziare la parola dalla musica, nel tentativo, a differenza del passato, di dare a quest’ultima più importanza dei testi.

Questi ultimi tuttavia mantengono la loro importanza: descrivono storie di tutti i giorni, di persone che vivono ai margini, spesso protagoniste di una vita grama, fatta di espedienti.

Frequenti sono le metafore che richiamano i vizi dell’epoca di De André che poi sono ancora quelli di oggi.

E così Crueza de Ma rappresenta una svolta fondamentale nella discografia del cantautore genovese: sino ad allora legato, musicalmente, alla scuola francese e al Greenwich Village, De André diventa, con questo disco, progenitore della world music e di album come Graceland di Paul Simon oltre che ispiratore, forse, di alcune opere di Peter Gabriel.

Seppur nulla avessero dello stile musicale di Creuza de Ma, lavori dell’epoca come Via Paolo Fabbri 43 di Guccini, Ho visto anche degli zingari felici di Claudio Lolli o Paris Milonga di Paolo Conte, manifestavano la stessa necessità di affrancarsi da una certa figura classica di cantautore con chitarra acustica a tracolla e Dylan nel cuore e aprivano a soluzioni musicali nuove, più complesse a una ricerca sonora più raffinata.

L’edizione di cui vi scrivo è quella che festeggia il trentennale dell’uscita del 1984 ed è ricca di versioni alternative, di registrazioni “ live”.

Il tutto è curato da Mauro Pagani, ex componente della PFM e già coinvolto nella prima edizione del lavoro che ancor oggi considera come il suo più importante Il suono di una gaida, una sorta di cornamusa in uso tra i pastori della Tracia, introduce il brano che dà il titolo all’intera opera. Un brano lento, sontuoso e nello stesso tempo rilassato, con una melodia rassicurante sottolineata dal coro. Creuza de Ma è la cronaca dei pescatori che tornano a casa, consci che quella, piaccia o no, è la loro vita e lo sarà sino alla fine della loro esistenza.

Ombre di facce facce di marinai / da dove venite dov’è che andate / da un posto dove la luna si mostra nuda / e la notte ci ha puntato il coltello alla gola / e a montare l’asino c’è rimasto Dio / il Diavolo è in cielo e ci si è fatto il nido / usciamo dal mare per asciugare le ossa dell’Andrea / alla fontana dei colombi nella casa di pietra.

Il modo di cantare di De André è musicale come mai, dolce che più non si potrebbe e la scelta dialettale comincia a mostrare le sue ragioni.

Creuza de ma è probabilmente il brano più noto dell’intera raccolta, quello che a me è rimasto maggiormente in testa, quello a cui sono più legato.

Jamin-a si apre sulle voci, forse, del mercato ed è il ritratto di una prostituta: il quadro affettuoso, seppur crudo, raccontato su un tappeto che lambisce le zone che stanno a metà tra le musiche arabe e qualche suggestione, peraltro molto sfumata, jazz; l’uso insistito di strumenti etnici quali l’oud e il bouzuki conferisce all’insieme sonoro una solennità fuori dal comune.

Non c’è spazio per doppi sensi, il linguaggio è crudo e diretto, solamente filtrato da una lingua che non si conosce, anche se quando De André canta della a “lengua nfeugà” di incertezze sul significato del brano ne restano gran poche.

Sidun è il canto funebre di una madre palestinese. Dopo un intro strumentale, proposto da strumenti a corda, ecco il canto, lento, profondo, scandito. Il tema è rappresentato con il giusto tono drammatico, il testo è ancora una volta crudo e senza sconti e il ritratto del pensiero della madre dolente.

ciao bambino mio / l’eredità / è nascosta / in questa città / che brucia che brucia / nella sera che scende / e in questa grande luce di fuoco / per la tua piccola morte.

 Poi entrano i battiti delle percussioni e il coro e tutto assume ancor maggior profondità e maestosità.

Sina Capudan Pascià racconta di un fatto di cronaca veramente accaduto ed è la storia di un marinaio genovese fatto prigioniero dai turchi e poi divenuto pascià per aver salvato dal naufragio la nave del sultano. Nei concerti De André era solito descrivere il protagonista come una sorta di arrampicatore sociale. Il brano ancora una volta pieno di strumenti etnici, di percussioni, ha un andare lieve ed allegro, perfetto per far da sottofondo ad un testo surreale dove a volte è complicato trovare il filo conduttore.

In mezzo al mare / c’è un pesce tondo / che quando vede le brutte / va sul fondo / in mezzo al mare / c’è un pesce palla /che quando vede le belle / viene a galla.

A Pittima è la descrizione dell’esattore, della persona che riscuote i crediti per conto terzi e che nel brano si lamenta della sua posizione, spesso non compresa, ma della quale afferma la dignità

Cosa ci posso fare / se non ho le braccia per fare il marinaio / se in fondo alle braccia non ho le mani del muratore / e ho un pugno duro che sembra un nido / ho un torace largo un dito / giusto per nascondermi con il vestito dietro a un filo / e vado in giro a chiedere i denari / a chi se li tiene e glieli hanno prestati / e glieli domando timidamente ma in mezzo alla gente / e a chi non vuole darsi ragione / che sembra di starnutire contro il tuono / gli mando a dire che vivere è caro ma a buon mercato / io sono una pittima rispettata / e non andare in giro a raccontare / che quando la vittima è uno straccione gli do del mio.

A Dumenega è la descrizione della passeggiata domenicale delle prostitute, derise dai passanti per il loro lavoro, quegli stessi passanti che durante la settimana le frequentano di nascosto. In questo brano la musica è particolarmente allegra e lo sguardo del cantautore divertito ma crudo e accusatorio verso il perbenismo.

Mamma mamma dammi i soldi / voglio andare a casino voglio andare a casino / e più si addentrano nella città / più occhi e voci gli danno dietro / gli dicono quello che non possono dire / di giovedì di sabato e di lunedì.

L’ultima traccia è rappresentata da Da Me Riva, ovvero la descrizione del pensiero malinconico del marinaio che va per mare e saluta la propria compagna rimasta a riva. Il brano è particolarmente delicato, la strumentazione scarna. La parola fine ad un album pieno di poesia, di delicatezza, destinato a rimanere nella storia della musica e forse, ad oggi, non ancora sufficientemente apprezzato.

La versione del trentennale presenta poi una serie di registrazioni live tratte dai tour “Creuza de ma “ e “Le Nuvole” oltre ad una serie di versioni alternative che, francamente, poco aggiungono e nulla tolgono alla registrazione originale. Che consiglio vivamente a tutti di andarsi a comprare.

Un capolavoro, non solo del panorama musicale.

Cercavo di dirvi all’inizio di come mi sono avvicinato a Creuza de Ma e poi mi sono perso, quindi riprendo il concetto: inconsapevolmente, sentendo prima una canzone e dopo molto tempo un’altra, spesso senza volerlo, occasionalmente. Con il tempo ogni canzone mi è diventata famigliare. Il disco intero non sono mai riuscito ad ascoltarlo, se non oggi per poterne scrivere. Perché? Non so. È un disco per niente facile, forse ascoltato tutto d’un fiato troppo impegnativo ma, vi garantisco, bellissimo.

Albero genealogico:

Figli, figliocci, adozioni: Paul Simon – Graceland

Fratelli: Francesco Guccini – Via Paolo Fabbri 43

Genitori : nessuno

Commenti

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  1. Scritto da Luca

    Solo un appunto:
    all’inizio scrivi “Poi arrivò il “live” con la PFM”. Ma il disco (e il tour) di De André con la PFM” sono del ’79, quindi precedenti a Creuza di De Andrè. Cmq bella recensione, bravo!

    1. Scritto da B.G.

      Grazie Luca, hai perfettamente ragione. In realtà il “poi” non era riferito a creuza de ma, ma semplecemnte al momento a partire dal quale ho iniziato ad apprezzare De André. ma è vero che mi sono espresso male. Comunque grazie mille. ciao!

  2. Scritto da boh

    Classificare Via Paolo Fabbri come album fratello lascia un po’ il tempo che trova..

    1. Scritto da B.G.

      caro Boh, forse hai anche ragione. Volevo solo dire però che entrambi manifestano il desiderio di ampiare gli ambiti musicali di partenza dei due artisti, che restano profondamente diversi. Così forse suona meglio, o forse no. Boh! Grazie dell’intervento. B.G.

      1. Scritto da Boh

        Il dubbio nasceva proprio dal fatto che “creuza de ma” è davvero avanti, come testi e a livello musicale, mentre via Fabbri rimane (per me) nel classico del cantautorato. Altri fratelli sperimentatori li hai già citati, PFM e BMS in primis!

        Poi è sempre un (personale) minuscolo appunto su un’ottima recensione! :)

  3. Scritto da Luigi

    Per me 5 stelle, capolavoro assoluto da riascoltare e da amare, confrontare con la mediocrità di sanremo e poi si capisce perché rimpiangiamo De Andrè! E ricordiamoci dell’apporto fondamentale di Pagani nella rielaborazione della musica del mediterraneo.

  4. Scritto da umberto

    Bella recensione B.G., come sempre bravo. hai espresso in poche righe il mio pensiero. E cioè che apprezzo di più De Andrè ora che non da giovane. Creuza è un bel disco ma difficile, il mio preferito rimane sempre ” tutti morimmo a stento “. Ciao alla prossima

    1. Scritto da brixxon53

      Bravo B.G. e bravo Umberto, anch’io da giovane non riuscivo ad ascoltare De Andrè perché non capivo quanto era bravo e innovativo, ma all’epoca ero completamente assorbito da tutt’altro tipo di musica. Il mio preferito rimane comunque il live con la PFM, bellissime canzoni suonate in modo meraviglioso. Francone Mussida l’avrei visto bene con Bruce, eh B.G.?

      1. Scritto da B.G.

        Anche io sono stato sempre attratto dall’arte di Mussida e, come ho scritto, la PFM l’ho nel cuore. Per un amico è stato il primo (o forse il secondo) disco che ho acquistato ……