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Aspettando True Detective imperdibile serie tv sulle paure del Duemila

Non si sa ancora se e quando arriverà in Italia: comunque vada, fate come volete, ma trovate il modo di guardarla. La scrittura di True Detective punta davvero in alto e dichiara apertamente la propria ambizione di insidiare le espressioni più raffinate e complesse della letteratura contemporanea.

di Ivan Leoni

Una prolungata melodia distonica, quasi metafisica, si innesta sul lento movimento di camera che indugia obliquamente su un profondissimo e malinconico paesaggio agricolo notturno, infuocato da un vasto incendio. Una sagoma si muove nell’oscurità.

L’obiettivo di una telecamera interrompe l’azione per cominciare a riprendere il racconto dei protagonisti.

Inquadratura a mezzo busto. Prima su Martin Hart (Woody Harrelson), poi su Rust Cohle (Matthew McConaughey), due detective della omicidi della Lousiana.

Il racconto ha inizio. Bastano pochi ed essenziali colpi di montaggio e di fotografia per essere trasportati nell’atmosfera cupa e sottilmente inquietante che accompagnerà la visione anche dei successivi episodi.

True Detective, la nuova serie della HBO scritta da Nic Pizzolatto e diretta da Cary Joji Fukunaga, assomiglia a qualsiasi altro serial poliziesco. Apparentemente.

Sin dalle prime battute si intuisce che la narrazione si svilupperà secondo due differenti timeline e che solo ricostruendo minuziosamente l’indagine di 17 anni prima sull’omicidio rituale di una giovane donna si potrà risolvere l’enigma presente.

Tuttavia, mentre l’intervista di Hart e Cohle progredisce, si viene trasportati indietro nel tempo, e si finisce con l’essere trascinati, frase dopo frase, anche nelle vite dei due agenti.

Per scoprire cosa? Le ragioni di un omicidio che per modalità richiama qualche rito esoterico? Sicuro, ma non è tutto.

Hart è un uomo sposato, sulla quarantina, padre di due figlie piccole, solido, concreto, pragmatico.

Chole è un solitario, un uomo complesso, fortemente introspettivo e incapace di stabilire un rapporto con i colleghi.

Quello che si intuisce sin dal primo episodio è che saranno soprattutto le loro vite ad essere messe al microscopio, gli scheletri nel loro armadio, le loro scelte, le loro azioni. E le loro solitudini. Così profonde e così diverse.

L’uno, illusoriamente ancorato alle certezze della middle class americana (famiglia, religione, lavoro, comunità), si rivela un marito infedele che si autoassolve in qualunque situazione; una sorta di bambino non cresciuto incapace di ammettere l’inadeguatezza del sistema di valori di cui si sente interprete e difensore.

L’altro, completamente sopraffatto dal senso di colpa per la perdita della piccola figlia di due anni in un incidente stradale, accetta di buon grado di perdere sé stesso e si abbandona ad una lenta discesa nelle tenebre: come un post-moderno Cristo nel giardino dei Getsemani, sceglie di "lasciar accadere la propria crocifissione".

Parafrasando un passaggio cruciale del primo episodio, ha maturato la convinzione che la coscienza umana sia stata un tragico passo falso nell’evoluzione e che gli uomini siano divenuti troppo consapevoli di loro stessi.

Al punto da percepirsi come separati da quella stessa natura che li ha originati e di cui rappresentano una delle tante e possibili espressioni.

Un eccesso di coscienza che ha quindi per contraccolpo il dolore esistenziale (causato dalla consapevolezza della propria mortalità) e il senso di colpa (esito dell’incapacità di sapersi correttamente collocare nell’universo e nella relazione con l’altro). Niente meno.

Un assaggio, giusto per gradire il tenore della scrittura di Pizzolatto.

La nuova serie HBO sembra offrire una chiave di lettura – anche piuttosto solida, direi, visto che si possono avvertire echi a Nietzsche, a James Ellroy e al Camus de "La nausea" – alle più profonde paure che definiscono la condizione esistenziale dell’uomo contemporaneo, sempre più drammaticamente esposto agli eventi, "come d’autunno sugli alberi le foglie".

La scrittura di True Detective punta quindi davvero in alto e sembra dichiarare apertamente la propria ambizione di insidiare le espressioni più raffinate e complesse della letteratura contemporanea, là dove hanno osato e osano solo i più grandi scrittori della narrativa mondiale.

Quindi, se qualche vostro conoscente intellettualmente snob avesse ancora l’ardire di storcere il naso quando si parla di serialità televisiva, avrete un motivo in più per spedirlo dove sapete, dopo aver guardato True Detective.

Non si sa ancora se e quando arriverà in Italia: comunque vada, fate come volete, ma trovate il modo di guardarla.

Commenti

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  1. Scritto da Paolo

    Solo per emendare quella che credo sia una piccola disattenzione. Vuoi, un refuso.
    “La Nausea” è di Jean Paul Sartre.

  2. Scritto da Virginia

    Capolavoro assoluto

  3. Scritto da baz

    …questa serie è un capolavoro…è persino riuscita ad attenuare il dolore per la fine di breaking bad…

    ottimo articolo ivan! :)
    baz