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In anteprima al Barrio il primo documentario girato in un C.I.E.

La proiezione, che si terrà domenica 16 febbraio, rivela la drammatica condizione dei migranti all’interno dei Centri di Identificazione ed Espulsione. Appena sbarcati in Italia, gli immigrati vengono trattenuti in queste strutture per non avere un regolare permesso di soggiorno.

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Sarà trasmesso in anteprima a Bergamo il primo documentario girato all’interno di un Centro di Identificazione ed Espulsione. La proiezione della pellicola, intitolata "EU 013 L’ultima frontiera", si terrà domenica 16 febbraio alle 21 al circolo Barrio di Campagnola in via Ferruccio dell’Orto, 20.

Il documentario, dalla durata di 62 minuti, rivela la drammatica condizione dei migranti trattenuti all’interno dei CIE. Ogni anno migliaia di cittadini stranieri, quando sbarcano in Italia, vengono trattenuti in queste strutture per non avere un regolare permesso di soggiorno. Possono restarvi rinchiusi fino a 1 anno e mezzo senza aver commesso reato e senza essere stati condannati da un giudice. La detenzione amministrativa in Europa è la conseguenza estrema del funzionamento delle frontiere all’interno dell’area Schengen. Sono gli operatori della polizia di frontiera di Ancona e Fiumicino, seguiti nelle normali procedure di controllo e contrasto all’immigrazione irregolare, a mostrarci il funzionamento di tale spazio. Il tentativo è quello di descrivere l’idea che oggi è alla base dell’affermazione di un’identità europea diversa da tutto ciò che non lo sia. I C.I.E. sembrano essere la conseguenza estrema di questa idea. Per la prima volta in Italia, il Ministero dell’Interno ha autorizzato una troupe cinematografica ad entrare in queste strutture.

Il muro di silenzio che circonda questi luoghi e chi vi è rinchiuso si è aperto, in via del tutto eccezionale, al nostro breve passaggio per poi richiudersi nell’indifferenza di tutti i giorni. Sono luoghi che si raccontano da soli, istituzioni totali che ci ricordano i lager e i manicomi, dove a farla da padrone è la violenza, fisica e mentale. Gli “ospiti”, come vengono chiamati i trattenuti, sono persone private della loro identità. Finiscono rinchiusi per i motivi più svariati. La maggior parte di loro ha perso il permesso di soggiorno per effetto della crisi, molti altri hanno finito di scontare una pena in carcere, pochissimi sono quelli che arrivano dagli sbarchi.

La percentuale più alta non viene rimpatriata. Allo scadere dei diciotto mesi vengono rilasciati con un foglio di via con il quale devono uscire dal territorio nazionale italiano entro pochi giorni. Molti di loro non vengono più riconosciuti dai loro consolati, se escono dal nostro per andare in un altro paese europeo vengono fermati e rimandati in Italia dove vengono riportati in un C.I.E. per altri 18 mesi. Una storia assurda che sembra non finire mai.

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