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Le aziende cominciano a tornare in Europa Ma pesano costi e fisco

Riunita a Bergamo sul fenomeno del reshoring la Commissione consultiva per le trasformazioni industriali del Comitato Economico e Sociale Europeo

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In Italia e nella nostra provincia l’argomento del giorno sembra essere quello della fuga delle aziende verso paesi vicini più accoglienti dal punto di vista fiscale e burocrazia meno opprimente, ma in Europa si discute in realtà del passo successivo, cioè di come facilitare il rientro delle industrie "emigrate" che, conti alla mano, ricominciano a considerare il viaggio in direzione contraria, sia perché il costo del lavoro tendenzialmente aumenta anche nei paesi dell’est asiatico, luogo dì elezione di molte delocalizzazioni, sia perché si punta su prodotti a più alta qualità.

Se ne è parlato durante l’incontro avvenuto nella sede di Confindustria, dove si è riunito il gruppo di studio internazionale del CCMI (Commissione consultiva per le trasformazioni industriali del Comitato Economico e Sociale Europeo – CESE) sul tema: "Riportare le industrie in Europa nel quadro del processo di re-industrializzazione".

Di questo organismo fa parte anche Antonello Pezzini, bergamasco, imprenditore, rappresentante di Confindustria in Europa. I numeri sono ancora piccoli ma l’Italia è prima in Europa nel backshoring (suo il 60% dei casi).

Per prepararsi a questo “processo di ritorno”, che dal 2007 al 2012 ha visto una crescita sensibile, alcuni paesi, come la Francia, hanno adottato una normativa che facilita le ri-localizzazioni sul proprio territorio, l’Olanda sta studiando una legge ad hoc, misure analoghe sono presenti in Germania. Alcune indicazioni sul fenomeno della rilocalizzazione (o reshoring) sono state portate da Luciano Fratocchi, Università de l’Aquila, che con il suo gruppo di lavoro ha creato una banca dati dove sono stati analizzati circa 400 casi in tutto il mondo, 194 europei, di cui 79 in Italia, e 176 americani. “Non è un fenomeno recentissimo – ha spiegato – che tuttavia si è accentuato negli ultimi due anni e riguarda un po’ tutti i settori industriali, in particolare l’industria tessile, elettronica, meccanica”.

Fra i motivi per il rientro spiccano i costi logistici e il costo del lavoro in aumento, nonché la volontà di puntare sul made in. “Se vengono considerati i costi totali, non solo il costo del lavoro – ha concluso – non sempre la delocalizzazione funziona”.

Costi nascosti e riposizionamento di gamma appaiono anche dai primi rilievi in Francia fra le motivazioni principali del rientro. Francois Magnien, del ministero du redressement productif francese, ha illustrato un software pensato per aiutare le piccole imprese a identificare il loro potenziale di rilocalizzazione, proponendo poi un percorso di accompagnamento grazie anche a specifici uffici sul territorio pronti ad agevolare questo percorso.

"Rilocalizzare le imprese è una sfida importante legata all’obiettivo della reindustrializzazione dell’Europa – ha spiegato Matteo Zanetti, vice-presidente di Confindustria Bergamo – ma nel nostro Paese dobbiamo fronteggiare innanzitutto un problema più generale del ridimensionamento dell’industria manifatturiera. E’ chiaro, inoltre, che più l’industria punterà sull’innovazione di processo o prodotto, maggiori saranno le chanches di accresciuta competitività delle sue produzioni".

L’obiettivo dell’Unione Europa, su cui sta spingendo in modo particolare Antonio Tajani, vice-presidente della Commissione Europea, responsabile di industria e imprenditoria, è far crescere il peso del manifatturiero al 20% entro il 2020. Bergamo, pur in calo, vanta ancora un significativo 33,4%.

"In realtà – ha sottolineato Luca Zanotti, CEO Tenaris Dalmine – l’Europa è schizofrenica. Noi vediamo una difficoltà enorme perché le varie istituzioni europee non hanno target comuni e condivisi. L’obiettivo del 20-20-20, cioè ridurre le emissioni di gas serra del 20%, alzare al 20% la quota di energia prodotta da fonti rinnovabili e portare al 20% il risparmio energetico entro il 2020 non trova convergenza con l’obiettivo della rinascita industriale perché grava l’industria di costi impropri, come quelli legati al sostegno artificioso delle energie rinnovabili". Eppure proprio la partita energetica è cruciale: i bassi costi energetici dovuti alle enormi riserve di shalegas sono alla base del ritorno industriale statunitense, uniti ad altri fattori come la flessibilità del lavoro. E ancora: "L’Europa deve tutelare le sue aziende dal commercio sleale, ma decidere di accordare automaticamente lo status di economia di mercato alla Cina nel 2016 in base a considerazioni non tecniche ma politiche non va certo in questa direzione".

Anche per Alberto Barcella, consigliere delegato di B.M. Spa, già presidente di Confindustria Lombardia e di Confindustria Bergamo, serve un’azione europea più omogenea.

"Le grandi differenze che esistono all’interno dell’Europa – ha sottolineato- creano squilibri enormi nel costo del lavoro, nella tassazione, nella burocrazia, bisogna andare nella direzione di attenuare queste differenze. Comunque mi sembra miope pensare al rientro nel singolo paese, quando deve essere l’Europa il nostro riferimento”.

Per l’imprenditore i processi di internazionalizzazione produttiva di questi anni sono stati la risposta all’esigenza di accrescere la competitività sui mercati globali e non solamente il tentativo di contenere costi di alcuni fattori produttivi. "Bisogna puntare a creare e ricreare un clima favorevole agli insediamenti industriali – ha auspicato – perché solo l’industria garantirà la crescita in Europa e l’equità sociale, altrimenti non c’è rilocalizzazione che tenga".

Fenomeni di rientro delle industrie, ha auspicato Marco Tullio Cicerone, segretario di Uil Bergamo, potrebbero essere accompagnati, "sfruttando per esempio le facilitazioni concesse alle start-up".

Per il sindacalista occorre anche purtroppo fare i conti con la scomparsa delle aziende fornitrici e quindi della difficoltà di ricreare un tessuto industriale ormai compromesso. "Ma il problema – ha sottolineato Edgardo Iozia, relatore finale – è che in Europa la consapevolezza della centralità dell’industria sta emergendo con difficoltà. Spesso il commissario Tajani è solo, anche per questo il Comitato economico e sociale sta facendo azione di sostegno".

Rossana Pecchi

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Commenti

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  1. Scritto da Mark

    Bene…. allora abbassate costi e fisco ! Politici diminuitevi i vostri introiti superlauti, vedrete che i soldi si trovano !