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De Pascale: “L’Atelier di Ferrario Fréres un autoscatto all’arte” fotogallery

Il critico Enrico De Pascale, curatore dell'esposizione "Trans/Figurazioni" di Ferrario Frerès allestita all'oratorio di San Lupo a Bergamo, spiega il messaggio e l'obiettivo dell'artista.

di Stefania Burnelli

Centocinquant’anni sono passati da quando Gustave Courbet dipinse l’enorme tela (6 metri per 3 e mezzo) "L’atelier del pittore", un quadro fortemente simbolico in cui l’artista rappresenta tutto ciò che, nel bene e nel male, per lui contava.

Eppure gli interrogativi – più o meno espliciti – che l’opera poneva in campo artistico e culturale sono aperti e vitali ancora oggi, a maggior ragione alla luce di un secolo che più che dare risposte è ripartito dalle domande e dai dubbi radicali.

Quale il ruolo dell’arte e dell’artista? I rapporti con le istituzioni, le comittenze, il mercato, la politica? Quale condotta tenere tra l’intimità dello studio e la mondanità dei rapporti? E il valore della tradizione e della memoria?

Questioni che non potevano non destare l’attenzione del sodalizio artistico contemporaneo Ferrario Fréres, per i quali nell’approccio al "sistema dell’arte" è centrale la prospettiva sociologica. Il loro trittico "Atelier" Scena I, II, III ispirato all’Atelier di Courbet è distribuito in due sedi, alla Gamec nella Sala II della mostra "Il classico nell’arte", e nell’ex Oratorio di San Lupo dove è allestita "Trans/figurazioni". Quest’ultimo evento del collettivo bergamasco vuole porsi come una ricognizione a 360 gradi sul mondo dell’arte contemporanea e sul sistema della promozione dell’artista a partire dal "microcosmo" bergamasco.

Il critico Enrico De Pascale (nella foto accanto), curatore dell’esposizione, illustra la complessità di un progetto di cui la mostra in San Lupo è solo l’approdo.

"Tutto è nato quando lo scorso anno The Blank in occasione di Art Date promosse l’apertura al pubblico degli studi d’artista. I Ferrario Frères hanno non solo invitato a visitare i propri spazi, ma hanno creato questo "Atelier" immaginifico affollato di figure di critici, curatori, collezionisti, direttori di museo, operatori culturali. Ne risulta un ritratto collettivo di figure emblematiche del milieu artistico bergamasco, realizzato con la tecnica del montaggio fotografico, sullo sfondo di città alta, in un’operazione di consapevole attualizzazione del famoso dipinto di Courbet".

Galleristi, critici, pubblico… da fruitori a icone essi stessi, dunque?

"I Ferrario Freres hanno fatto incontrare tutte queste identità – amici degli artisti, curatori, amministratori, "gente normale" – in grandiosi ritratti di gruppo che rileggono simbolicamente la realtà e la storia dell’arte. I soggetti hanno accettato di farsi fotografare. Chi ha accettato? Perchè? Con quali aspettative? Che cosa significa oggi "atelier"? Chiamati a interpretare se stessi, ognuno ha reagito in modo diverso a questa provocazione, a questo gioco di specchi, e le reazioni, le risposte, le attese sono state raccolte e pubblicate in un catalogo che è stato realizzato in formato giornale".

Una sorta di tribuna delle idee?

"E’ stato un lavoro antropologico, sociologico, durato almeno un anno, volto a indagare che cosa è il sistema dell’arte a Bergamo ma anche nella società del nostro tempo. Nel giornale-catalogo sono pubblicati numerosi interventi e interviste a personaggi che figurano dentro l’"Atelier", per esempio Tiziana Fausti, Claudia Sartirani, Stefano Muller, Maria Cristina Rodeschini, Giacinto di Pietrantonio che fa il punto su come è cambiata Bergamo in questi ultimi anni… ne esce uno spaccato vario sul ruolo dell’arte, dell’artista, degli operatori della cultura e del mercato, una grande riflessione su tutto questo".

L’allestimento in San Lupo è molto scenografico. 

"Lo spazio è stato sfruttato in modo integrale, collegando l’ambiente ipogeo fino al soffitto su tra livelli: sotto il vetro della botola, in basso, è stato messo un cavalletto d’artista, una sedia e un vecchio giradischi da cui pare provenire la musica diffusa nell’ambiente – si tratta di due registrazioni, una rarissima della voce del poeta Apollinaire del 1913, l’altra è l’aria "E lucevan le stelle" (del pittore Cavaradossi in "Tosca") interpretata da Caruso, due voci sgranate dal tempo; al piano terra le due grandi fotografie dell’Atelier (I e II), poggiano a pavimento l’una di fronte all’altra; salendo verso il cielo, a partire dall’altare, si distende un telo lungo e stretto su cui è proiettata e inscenata l’assunzione dell’artista nell’empireo della gloria immortale. L’osservatore può godersi la scena dall’alto o da sotto, avvolto nella penombra".

C’è più ironia, più autocelebrazione o più polemica?

"L’ascensione dell’artista è in chiave tragica ma anche ironica. Il meccanismo in realtà svela se stesso: c’è una sorta di montacarichi, si vede un uomo che gira la manovella, e sopra la piattaforma che sale un gruppo composto dall’artista Ferdinando Ferrario, da una modella nuda e da un bambino (che nel quadro di Courbet è l’innocenza), faticosamente trascinato in alto come da un deus ex machina verso la gloria eterna e immortale. C’è una buona dose di ironia rispetto agli artisti che vengono glorificati dalla fama oggi, anche perché l’artificio è esplicito e scoperto. Il risultato riesce ad essere suggestivo e commovente, ma al tempo stesso teatrale e metateatrale".


LA MOSTRA

Dal 6 febbraio allo spazio espositivo dell’Ex-Oratorio di San Lupo, il collettivo bergamasco Ferrario Frerès presenta Trans/Figurazioni a cura di Enrico De Pascale. La mostra chiude l’indagine sull’ambiente artistico bergamasco condotta negli ultimi due anni da Ferrario Frères, con l’esposizione di due opere del ciclo Atelier e dell’installazione-video Trans/Figurazioni realizzata per l’occasione. Il ciclo Atelier si compone di tre opere, due delle quali – L’atelier dell’artista 1 e 2 – sono esposte nel suggestivo spazio dell’Ex-Oratorio di San Lupo mentre la terza – Il funerale dell’artista – è visibile all’interno della mostra Il Classico nell’Arte allestita alla Gamec di Bergamo. 

 

(Ferrario Fréres Atelier Scena II, 2013 Stampa digitale a colori su carta Canson da 300 mg/mq, inchiosti ai pigmenti resinici per fine art, cornice in essenza di legno e vetro 300 cm x 150 cm)

 

Commenti

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  1. Scritto da maretta56

    Arte? Questa è solo una ruffianata per ingraziarsi il narcisismo politico (bipartisan) con un vuoto di idee spacciato per pensiero d’avanguardia. La massoneria culturale di nostalgici dell’estremismo anni 70, sperpera soldi pubblici contando sul fatto che l’arte contemporanea è un tabù che nessuno deve contestare. Un modo per ringraziare? Uno spazio definitivo nella chiesa del nuovo ospedale di BG. Cosa non si fa per soldi. proprio come nel medioevo: Arte per la celebrazione i potenti.