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Le nuove sfide della Cei e quel legame stretto con il vescovo di Roma

La Cei, la Conferenza episcopale italiana, sta attraversando un periodo di grandi cambiamenti che interrogano il ruolo del vescovi e il loro rapporto con il vescovo di Roma: Papa Francesco. Un legame e un dialogo profondo che non manca di affrontare anche temi delicati come la pedofilia.

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di Pier Giuseppe Accornero

La maggioranza dei vescovi italiani ritiene che la nomina del presidente della Cei debba essere ancora riservata al Papa, «primate d’Italia», sulla base di un elenco di nomi frutto di una votazione. Spiega il nuovo segretario Cei monsignor Nunzio Galantino: «La maggioranza delle 16 Conferenze regionali vuole mantenere la peculiarità del rapporto Papa-Chiesa italiana».
Questo il risultato più eclatante della «rivisitazione dello statuto» – statuto che risale al maggio 2000 – fatta su sollecitazione del Papa. Nel primo discorso alla Cei il 23 maggio 2013 egli affidò ai vescovi tre compiti:

1) «Il dialogo con le istituzioni culturali, sociali e politiche»

Una presa di posizione clamorosa che smentiva la «pretesa» dell’ex Segretario di Stato cardinale Tarcisio Bertone, di guidare i rapporti con la politica italiana. La sua lettera del marzo 2007 al cardinale Angelo Bagnasco, appena nominato dal Papa presidente Cei, in cui sosteneva il diritto di fare politica a nome dei vescovi italiani, era ed è uno sgarbo che difficilmente si dimentica. Papa Francesco le cose a posto. In sostanza, una cosa è il Vaticano e un’altra cosa è la Chiesa italiana con i suoi vescovi.

2) «Ridurre il numero un po’ pesante delle diocesi».

È un capitolo molto delicato, però è inevitabile che venga ridotto il numero delle diocesi. Dopo il taglio effettuato nel 1986, in seguito alla revisione del Concordato, da 325 a 226, in linea di massima si pensava di prendere come metro di misura le province, per le quali ora tira aria di abolizione. Una cosa si dovrà fare: far coincidere le Conferenze regionali con le Regioni civili. Per esempio alcune diocesi piemontesi «invadono» parte della Liguria. La diocesi di Tortona (provincia di Alessandria, Regione Piemonte) si estende in Liguria, Lombardia e Piemonte, nelle province di Alessandria, Genova e Pavia, e appartiene alla Conferenza episcopale ligure. La diocesi di Piacenza si estende in Emilia Romagna, Liguria e Lombardia. Milano è il caso più clamoroso: insiste sulle province di Bergamo, Como, Lecco, Milano, Pavia e Varese. La Cei – con una commissione segreta, della quale non ha mai dato notizia – ha segnalato alla Congregazione dei vescovi i criteri per ridurre e riorganizzare le diocesi.

3) «Rendere forti le Conferenze regionali»

Nella sessione invernale del 27-30 gennaio, il Consiglio permanente ha esaminato l’esito delle consultazioni per valorizzare le Conferenze regionali, le Commissioni episcopali, il Consiglio permanente e l’Assemblea. Una rivisitazione necessaria dopo cinquant’anni: infatti Paolo VI istituì la Cei quando convocò a Roma i vescovi il 14-16 aprile 1964 in preparazione alla terza sessione del Concilio Vaticano II. Dopo il discorso di Francesco nel maggio 2013 i giornalisti vaticanisti decretarono che i vescovi avrebbero eletto il loro presidente e che il segretario sarebbe stato un sacerdote e non più un vescovo. Si sbagliarono: la maggioranza non vuole cambiare. Mentre prima il Papa sceglieva e nominava il presidente, ora coinvolgerà tutti i vescovi che indicheranno un nome: si creerà così una rosa di 10-15 nomi. I vescovi vogliono inserire nello statuto e rendere istituzionale la consultazione. Anche per i tre vicepresidenti (Nord, Centro, Sud) non intendono cambiare modalità, cioè li elegge l’assemblea; per il segretario la maggioranza chiede che sia un vescovo e che sia nominato dal Papa su una rosa di nomi proposta dalla presidenza. Il segretario Galatino spiega: «La Conferenza episcopale non è un’istanza superiore rispetto ai singoli vescovi o alle Conferenze regionali, ma è un organismo diffuso, sono tutti i vescovi presi singolarmente e nell’insieme. In via Circonvallazione Aurelia (sede della Cei, n.d.r.) c’è l’insieme dei servizi a sostegno dei vescovi».

La Conferenza insomma è un organismo a servizio dei vescovi, non un super-governo. La collegialità è tra il Papa, Vescovo di Roma, e i vescovi. Come la Curia romana è al servizio del Papa e dei vescovi, così la Conferenza episcopale, con le sue strutture, è al servizio di ogni vescovo e di tutti i vescovi. Nella sessione primaverile il Consiglio episcopale (24-27 marzo) farà un approfondimento ma prima il segretario Galantino visiterà le Conferenze regionali. In passato erano avvenute consultazioni riservate. Giovanni XXIII e Paolo VI non ne avevano bisogno, data la loro vasta e profonda conoscenza dell’Italia e dei vescovi.

Il problema si pose per Giovanni Paolo II e per Benedetto XVI. Il 18 maggio 1979 Papa Wojtyla all’assemblea Cei rivolse un lusinghiero elogio al cardinale Antonio Poma, che terminava il decennio 1969-1979 di presidenza, e raccontò come era giunto alla scelta del successore. Diceva lo statuto: «In considerazione dei particolari vincoli dell’episcopato d’Italia con il Papa, Vescovo di Roma, la nomina del presidente è riservata al Sommo Pontefice».

Quindi – raccontò Wojtyla – «mi sono trovato di fronte a un problema importante e volendo agire non in contrasto con la norma, mi sono rivolto ai presidenti delle Conferenze regionali chiedendo le loro opinioni. A conclusione di questi contatti, ho deciso di rivolgermi all’arcivescovo di Torino mons. Anastasio Alberto Ballestrero, proponendogli la carica di presidente, essendo stato indicato dalla maggioranza. Ha accettato: mons. Ballestrero è il nuovo presidente Cei». Dopo Ballestreo (1979-1985) Papa Wojtyla scelse come presidente Cei il vicario di Roma, prima il cardinale Ugo Poletti (1985-1991) e poi il cardinale Camillo Ruini (1991-2007). Benedetto XVI scelse il cardinale Angelo Bagnasco arcivescovo di Genova (7 marzo 2007) e lo confermò nel 2012. Famosa la consultazione del 2005.

Il nunzio in Italia mons. Paolo Romeo, oggi cardinale arcivescovo di Palermo, a nome «dell’autorità superiore» chiese ai vescovi di indicare il successore di Ruini. Invece Benedetto XVI nel febbraio 2006 confermò Ruini fino alla nomina di Bagnasco, un nome che mise d’accordo Ruini – che propendeva per il cardinale Angelo Scola, allora patriarca di Venezia – e il Segretario di Stato Bertone che tifava per mons. Benigno Papa, allora arcivescovo di Taranto.

Al Consiglio permanente sono state presentate, per l’ultima approvazione, le «Linee guida per i casi di abuso sessuale nei confronti di minori da parte di chierici», materia delicata in cui bisogna andare con i piedi di piombo. Sulla non obbligatorietà della denuncia alle autorità civili – obbligatorietà non prevista dalla legge italiana – bisogna dire che il vescovo non è un pubblico ufficiale che deve fare la denuncia. Sostiene il segretario Galatino: «Il vescovo non deve difendere il prete o la vittima degli abusi, ma deve impegnarsi a far emergere la verità».

Ci sono stati casi in cui «solo dopo molti anni il prete è stato riconosciuto innocente e in un caso il prete accusato si è ammazzato e poi si è scoperto che era innocente».

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Commenti

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  1. Scritto da lotty

    Un articolo sulla denuncia dell’ONU no? Grazie

  2. Scritto da lotty

    Ma vi rendete conto di quanto è scritto nell’articolo a proposito del non obbligo di denuncia all’autorità civile? E’ un fatto vergognoso, proprio in questo momento stanno parlando della denuncia dell’ONU al vaticano per lo scandalo pedofilia. altro che piedi di piombo! Caro Bergamonews, vi chiedo ancora una volta di dare spazio anche ai pareri dei laici per avere un contraddittorio.