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L’ultimo Sharon Jones: un signor disco che dà buone vibrazioni

Dopo la malattia che l'ha colpita Sharon Jones torna con i Dap Kings. "Give the People what They Want" è il suo quinto album e, assicura Brother Giober "va conservato gelosamente perché prima o poi vi tornerà la voglia di riascoltarlo".

Giudizio:

* era meglio risparmiare i soldi e andare al cinema

** se non ho proprio altro da ascoltare…

*** in fin dei conti poteva essere peggio

**** da tempo non sentivo niente del genere

***** aiuto! Non mi esce più dalla testa

 

 

ARTISTA : Sharon Jones and the Dap-Kings

TITOLO: Give the People what They Want

GIUDIZIO: ***1/2

Ci sono artisti che benché talentuosi non diventano mai “grandi”.

Fanno un disco bello all’esordio, ma se quello successivo “non fa il botto”, si adagiano su una routine, più o meno dorata, rischiando di scivolare nell’oblio.

Sharon Jones ha fatto parte di questa schiera di artisti, almeno sino ad oggi.

Oramai cinquantasettenne ha bazzicato i sentieri musicali di Paul Weller e di Amy Winehouse anche se rispetto a quest’ultima ha minore talento e, soprattutto, carisma.

Però ha una forza incredibile dal vivo che ho potuto verificare di persona qualche anno fa al Live di Trezzo (se non ricordo male), in un concerto memorabile con il supporto formidabile dei Tap-Kings, la band che l’accompagna, responsabili, musicalmente, di Back to Black della Winehouse e collaboratori nel passato dei Muse e di Mark Ronson.

Al tempo, la notizia di questa nuova uscita riportata sulle riviste specializzate non mi ha incuriosito particolarmente. Per dirla tutta non sono corso a comprare il disco o a scaricarlo.

Ero certo che l’ispirazione fosse esaurita e che quello che avrei trovato nei solchi di questo lavoro sarebbe stata la ripetizione stilistica dei lavori precedenti senza la capacità di stupire che invece era stata caratteristica del primo album. Quindi un buon disco di northern soul, pregno dei suoni e delle atmosfere tipiche del genere che è un po’ quello che i fans si accontentano di avere, ma senza canzoni memorabili, il solito omaggio ad un’epoca, musicalmente ben definita, ma nessuna sorpresa.

Poi, da qualche giorno a questa parte, una serie di coincidenze convergenti: qualche ascolto svogliato in sottofondo, una persona a me cara che mi chiede di (ri)vedere in DVD The Commitments, qualche bella recensione sul web. Quindi un video ben fatto.

Tutte circostanze che mi hanno convinto ad andare ad ascoltare il disco con attenzione per concludere che questo è un signor disco perché accanto agli sfavillanti arrangiamenti di sempre e che richiamano, aggiornandoli, i suoni della Stax, della Motown, le atmosfere magiche del soul anni ’60, vi sono canzoni di qualità superiore alla media, con intuizioni e trovate che rendono il tutto assolutamente elettrizzante.

Questo è il quinto disco di Sharon Jones e viene pubblicato qualche mese dopo la grave malattia che l’ha colpita alle vie biliari. Oggi l’artista dopo un’intensa cura è guarita e si ripresenta ai suoi fan più forte che mai.

E che nei solchi del lavoro vi sia la necessità di sentirsi vivi, di raccontarsi è percepibile in modo evidente. A canzoni sprizzanti ottimismo se ne alternano altre più tristi.

A temi sociali (“People don’t get What they deserve”), tipici di quelli di prodotti come questo se ne alternano altri che riguardano la sfera personale (Making Up and Breaking Up o Now I see).

Il brano posto all’inizio della raccolta si intitola, non a caso, Retreat: il testo, una sorta di esorcismo, ha riferimenti espliciti al male che ha colpito la cantante. Retreat è una grande canzone e particolarmente bello è il video incluso nella raccolta. Voce strozzata, bella melodia tipicamente soul, con cori che replicano il titolo della canzone, e una strumentazione scarna con qualche bell’effetto qua e là. Ricorda la colonna sonora di qualche film degli anni 70 della black exploitation.

Quello di Stranger to my Happiness è invece il video che gira per le tv. Il brano è dejà entendu, nel senso che richiama molto alcune atmosfere care ai gruppi vocali degli anni 60 (tipo Martha and the Vandellas) con il percuotere di una percussione minore in evidenza, un sax baritono non troppo invadente, un arrangiamento quasi orchestrale e un’interpretazione alla Otis Redding, ossia molto ma molto soul.

We get Along, ha un inizio alla Wilson Pickett, ma poi diventa quasi uno slow, scandito dal refrain dei fiati e con il basso in prima linea. Suadente è il modo di cantare e anche se la melodia non è particolarmente riuscita, l’arrangiamento è perfetto e piano piano la canzone ti entra sotto la pelle e non ti abbandona più. Decisamente bella.

Potrebbe essere presa dal repertorio di Isac Hayes la successiva You’ll Be Lonely. Piena di percussioni come è, ha un sound tipico della musica black degli anni 70, quella che si evolve verso forme più raffinate rispetto agli anni ’60. Il ritmo è sincopato ed irresistibile, la melodia niente male. Un breve intermezzo a metà del brano e poi via il ritmo che riparte sino alla fine. Coinvolgente.

Now I See, ha un inizio che ricorda vagamente Try a Little Tenderness, ma poi il ritmo accelera, con interventi della sezione fiati molto belli ed azzeccati, anche se forse il brano patisce un po’ la pesantezza degli arrangiamenti.

Molto più convincente è la successiva Making Up Breaking Up, più pop dei brani precedenti e suoni che ricordano Bacharach e Dusty Springfield. La canzone scivola via che è un piacere, leggera come una piuma.

Get Up and Get Out è invece sixties style e ha delle assonanze con Sam Cooke e quindi è il soul che sposa i suoni della musica bianca, il pop in particolare. Ancora una volta un brano piacevolissimo, che ci riporta ai tempi che furono (senza nostalgia). Bello il ritornello, allegra l’atmosfera. Nessuna pretesa di impegno, almeno musicale.  

Long Time Wrong Time pare invece ripresa dal repertorio di Curtis Mayfield, con chitarra e basso in primo piano e poi l’entrata del coro che fa da eco alla voce solista. Il brano ha un che di ipnotico e alla fine non dispiace affatto.

Nonostante il tema sociale trattato, è invece più immediata e leggera la successiva People Don’t Get What They Deserve con un ritmo serrato che ricorda alcune canzoni dei gruppi vocali degli anni 60 ma che attinge anche ai suoni di alcune nuove band del northern soul come i grandi The James Hunter Six.

Slow Down, Love è sognante ed basata su un groove di basso che si ripete lungo tutta la durata della canzone. Semplice semplice ma, alla fine, di impatto.

La confezione deluxe contiene due bonus track ovvero Give the people What They Want e Make Time, Take Time, che altro non sono che versioni alternative di People Don’t get What They Deserve e di Long Time Wrong Time. Soprattutto la seconda, sostanzialmente strumentale, grazie al suono di un flauto è particolarmente riuscita.

Questo disco non resterà nella storia della musica, ma Sharon Jones e la sua band saranno in grado di farvi trascorrere un’oretta di good vibrations grazie ad una musica allegra e ritmata, a volte sognante, che vi immergerà in un clima di revival che una volta tanto non è solo nostalgia.

Da comprare e da consumare nel prossimo mese. Ma da conservare gelosamente perché, poi, vi tornerà la voglia di riascoltarlo.

Se non si vuole ascoltare tutto il disco: Retreat

Se non ti basta ascolta anche:

Amy Winehouse – Back to Black

The James Hunter Six – Minute by Minute

Charles Bradley – Victim of Love

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