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“Lucio Parenzan aveva un cuore saggio di bambino”

Il ricordo di Lucio Parenzan nel racconto di Eugenio Sorrentino, segretario dei giornalisti scientifici italiani. "Ebbi l’impressione che, trasmettendo la propria esperienza, si arricchisse nel contempo di quelle altrui e cercasse di conoscere come i suoi colleghi affrontavano le problematiche cliniche e chirurgiche".

di Eugenio Sorrentino

Era una calda giornata di giugno del 1978 quando Lucio Parenzan arrivò a Salerno, la città che nell’Anno Mille poté vantare l’omonima Scuola Medica. Il cardiochirurgo bergamasco ne era affascinato e gli fu regalata copia del “Regimen Sanitatis”, il manuale di buone regole della salute e delle cure mediche, dettato enciclopedico dell’epoca. Richiamato da un congresso medico-scientifico sulle frontiere della cardiochirurgia generale e in particolare quella pediatrica, Parenzan aveva conquistato la notorietà due anni prima, nel 1976, con la diretta tv dell’intervento su Pasqualino di soli 7 mesi, uno dei cosiddetti “bambini blu” affetti dalla tetralogia di Fallot, la grave malformazione cardiaca a cui aveva trovato rimedio.

Tenne la sua lezione offrendo alla platea di medici, accorsi da ogni parte del sud Italia, tutti i dettagli della sua tecnica chirurgica, ma andò ben oltre la natura accademica per concentrarsi subito sulla realtà. “Rendiamoci conto che abbiamo dimostrato di poter intervenire con successo, ma siamo convinti di dover progredire ancora per garantire un’aspettativa di vita lunga”: così dicendo mostrava di essere egli stesso animatore del dibattito. Rispondeva ai possibili quesiti prim’ancora che gli venissero poste le domande. Fuori dalla sala congressuale, nei corridoi, lo aspettavano in tanti e a ognuno di loro prestava attenzione. Ebbi l’impressione che, trasmettendo la propria esperienza, si arricchisse nel contempo di quelle altrui e cercasse di conoscere come i suoi colleghi affrontavano le problematiche cliniche e chirurgiche. “Sei un giornalista scientifico? Avrai tanto da scrivere, allora” – mi disse apprestandosi a rilasciarmi una intervista radiofonica.

Fui colpito dalla naturalezza del linguaggio e dalla semplicità con cui spiegava la complessità e criticità degli interventi sui bambini cardiopatici. “Se vuoi parlare di ciò che fai alla gente, devi farti capire. Ti aspetta un compito importante”. Una stretta di mano che rappresentava un augurio più che un congedo. Lo ritrovai dieci anni dopo, stavolta a Bergamo doveva avrei di lì a poco messo censo e trasferito la mia professione. Si celebrava il primo congresso mondiale di cardiochirurgia pediatrica, che sanciva la valenza assoluta del centro di patologie cardiache dell’Ospedale Maggiore di Bergamo. Parenzan, conscio di quanto fosse importante il lavoro di squadra, era abile a spostare i riflettori dalla sua persona sulla equipe e sulla struttura che guidava.

E’ stato proprio uno dei suoi boys, il cardiochirurgo Giuseppe Di Benedetto, a realizzare a Salerno ciò che lui anni prima aveva indicato si dovesse fare. Parenzan appariva rigenerato quando, con il fisico Antonino Zichichi, raccontava il suo progetto per dotare l’Africa, nella fattispecie il Kenia, di tecnologie mediche per salvare bambini cardiopatici e non solo anche in quelle aree scarsamente attrezzate. “Quando gli parlo dei nostri progetti, vedo che gli si illuminano gli occhi” mi confidava Zichichi riferendosi all’amico Lucio Parenzan. Che ha fatto scuola. E che scuola. Aveva un grande cuore. Un cuore saggio di bambino.

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