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Presto sugli altari le 6 suore missionarie stroncate dall’Ebola

Sei suore dell'Istituto Palazzolo missionarie a Kikwit nella Repubblica democratica del Congo, nella primavera del 2005, furono stroncare dal virus dell'ebola. La fase diocesana per la beatificazione delle sei sorelle si è ormai chiusa e presto potrebbero essere proclamate beate.

di Pier Giuseppe Accornero

«Siamo nell’esperienza più forte dell’identificazione a Gesù sulla croce. Le sorelle di Kikwit ci edificano nella testimonianza di fede e di fiducia nell’Amabile Infinito. Non abbiamo notizie sulle famiglie delle sorelle zairesi. Stiamo trepidando e pregando, le comunicazioni con l’esterno sono impossibili visto l’isolamento della comunità. Per il momento nessun’altra notizia se non che l’epidemia si sta propagando nei villaggi».

Alle 10.14 dell’8 maggio 1995 alla madre generale delle Suore delle Poverelle – fondate a Bergamo 150 anni fa – dallo Zaire (oggi Repubblica democratica del Congo) giunsero notizie sempre più allarmanti dell’agonia e poi della morte di sei suore missionarie a Kikwit, una cittadina nella regione del Bandundu. Il terribile virus Ebola le uccise insieme a migliaia di persone in Congo e in Africa. Nell’aprile 1995 il mondo scoprì con orrore un morbo che richiamava antiche pestilenze. Le sei suore morirono una dopo l’altra tra aprile e maggio 1995 fra atroci sofferenze.

Ebola è un virus molto aggressivo che causa una terribile febbre emorragica, la «febbre rossa». Il primo ceppo fu scoperto nel 1976 nell’ex Zaire: finora sono stati isolati quattro ceppi, tre letali per l’uomo. Si trasmette per contagio animale e tra le persone in contatto con il sangue e i fluidi corporei dei soggetti infetti. Secondo il Comitato internazionale tecnico-scientifico, Ebola a Kikwit colpì 220 persone e 176 morirono in pochi giorni. Quando fu dichiarata la fine dell’epidemia si contarono 315 colpiti e 244 morti.

Le suore avevano contratto il male nelle corsie dell’ospedale. Le quattro bergamasche e due bresciane Floralba Rondi, 71 anni, di Pedrengo; Clarangela Ghilardi, 64 anni, di Trescore; Danielangela Sorti, 47 anni, di Lallio; Dinarosa Belleri, 59 anni, di Villacarcina (Brescia); Annelvira Ossoli, 58 anni, di Orzivecchi (Brescia); Vitarosa Zorza, 51 anni, di Palosco lo sapevano bene perché erano tutte infermiere altamente specializzate, eppure non se ne andarono, non abbandonare quei derelitti, non disertarono il combattimento.

«Martiri della carità» le ha definite il vescovo di Bergamo monsignor Francesco Beschi: «Non c’è amore più grande che dare la vita come Gesù». I loro nomi, i loro volti e il loro sacrificio balzarono alla ribalta di giornali e televisioni di tutto il mondo perché diedero voce a chi non conta nulla. Dai fax inviati nel maggio 1995 dalle suore del Paese alla madre generale a Bergamo emergono forti lezioni di vita.

«Carissima madre generale, comprendiamo la tua trepidazione, ma siamo totalmente nelle mani di Dio. Nessuna evacuazione può essere fatta. È molto duro per voi e per noi accettare questa separazione dalle sorelle. Avvenimenti dolorosi ci hanno travolto ma la vita della Congregazione deve continuare: la situazione è abbastanza drammatica soprattutto all’interno. Ma è necessario conservare la calma. A Kinshasa non ci sono focolai e tutte le strade verso l’interno sono bloccate. Anche le sorelle di Kingasani sono isolate in casa senza contatti. Le sorelle dell’interno le abbiamo sentite ora. Suor Daniela e suor Dina non sono troppo bene. Le altre sorelle della comunità salutano e ringraziano. Ma le comunicazioni sono difficili. Con affetto vi abbracciamo. Sul posto stanno dandosi da fare per frenare l’epidemia».

La superiora provinciale, accorsa per seguire le suore colpite, faxa a una sorella a Kinshasa: «Ci rimettiamo a Dio». Nel 2010 il giornalista de «L’Eco di Bergamo» Paolo Aresi pubblicò il libro «L’ultimo dono». Racconta suor Linadele Canclini che, con la congolese suor Charlotte Madiambu e con suor Gabriella Lancini, porta avanti la causa di beatificazione: «Il libro ha suscitato molta emozione. Un paio d’anni fa, al convegno promosso in Vaticano dal Pontificio Consiglio per gli operatori sanitari, molti da tutto il mondo ci chiesero delle suore morte per Ebola» Sul loro «forte esempio» sono state raccolte più di 200 testimonianze e la loro memoria è molto viva tra la gente del Congo perché hanno incarnato il carisma del fondatore il beato Luigi Palazzolo: «Stare con gli ultimi sempre, immergersi fra gli ultimi, prenderli per mano senza guanti».

Il vescovo di Kikwit monsignor Edouard Mununu – che le conobbe e rimase loro vicino nei drammatici 33 giorni -, sentita la Conferenza episcopale, ha avviato la causa di beatificazione dove confluirà l’inchiesta rogatoriale di Bergamo.

Il dramma si svolse nel padiglione 3 dell’ospedale, dove oggi c’è il reparto di pediatria.

Suor Floralba Rondi era in chirurgia e assisteva in sala operatoria. Durante il flagello la congolese suor Nathalie distribuiva i medicinali. Racconta: «Il primo malato sospetto è arrivato ai primi di aprile 1995: veniva da un altro ospedale e aveva la pancia gonfia. Ricordo che, quando lo vidi, qualcosa dentro di me mi disse di non toccarlo».

Il 28 aprile 2013 la diocesi di Bergamo ha aperto la fase diocesana che si è conclusa il 25 gennaio 2014. Spiega monsignor Beschi: «In queste sei vite vediamo entusiasmo e passione nella consacrazione alle missioni fino alla donazione totale. Tutti le cercavano e le chiamavano “mamme” o “nonne”. Hanno sempre ricercato il bene delle persone, lo hanno rivendicato senza paura. Erano sospinte dall’amore per Dio e per i fratelli e la sera passavano molto tempo a pregare tanto che si doveva insistere perché andassero a dormire. Tutto questo non è fantasia o sdolcinatura ma realtà».

Avevano una competenza infermieristica molto elevata, «ma la loro competenza più grande è stata la capacità di trasformare un ospedale in un luogo di speranza e di bene per gli ammalati. Sta qui il loro contagio, più forte della malattia che le ha colpite. La carità verso i poveri è stata la loro regola di vita. Hanno vissuto la vita religiosa nella fraternità». Conclude la madre generale, suor Bakita Sertore: «Tutte le Suore delle Poverelle del mondo affidano alle sei consorelle martiri della carità le giovani vocazioni africane e i troppi poveri che gridano dall’Africa».

Commenti

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  1. Scritto da maria teresa

    Andrebbero proclamate subito sante!!

  2. Scritto da Luca Lazzaretti

    La parte migliore della Chiesa..che in silenzio opera per il bene del mondo.

  3. Scritto da Laico

    Vere eroine !!