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Il capitalismo familiare e altre forme di controllo delle grandi imprese fotogallery

Guido Corbetta, professore di Strategia delle Aziende Familiari all'Università Bocconi nel convegno "Capitalismi & Imprese" promosso dalla Fondazione Cav. Carlo Pesenti ha tracciato un confronto tra il capitalismo familiare e le altre forme di controllo delle grandi imprese.

Guido Corbetta, professore di Strategia delle Aziende Familiari all’Università Bocconi nel convegno "Capitalismi & Imprese" promosso dalla Fondazione Cav. Carlo Pesenti ha tracciato un confronto tra il capitalismo familiare e le altre forme di controllo delle grandi imprese.

 

di Guido Corbetta

Il modello del capitalismo anglosassone è stato considerato per lungo tempo il modello ottimale di controllo delle grandi imprese. Poi, a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso il modello ha cominciato a manifestare i primi segnali di difficoltà. In particolare, l’assenza di incentivi per i proprietari e i manager a sostenere un orientamento al lungo periodo ha generato strategie di corto respiro che hanno ridotto gli investimenti per il futuro come quelli nella ricerca o nella innovazione di impianti e macchinari. Inoltre, il potere dei manager non controllati da alcun proprietario ha generato un disallineamento tra interessi dell’impresa e interessi dei manager con il prevalere di questi ultimi.

L’attenuazione di solidi principi etici nella società – e quindi anche tra i manager – ha reso possibili comportamenti inammissibili, come emerso dalle numerose inchieste giudiziarie che hanno fatto seguito a fallimenti anche di imprese di dimensioni grandissime come la ben nota azienda americana Enron nel 2001.

Nel contempo, in vari Paesi del mondo, compresi quelli di più recente industrializzazione, si sono sviluppate imprese capaci di raggiungere grandissime dimensioni con modelli di controllo diversi da quello proprio del modello “anglosassone”.

Ognuno di questi Paesi ha sviluppato un contesto – culturale, economico, istituzionale, legale – specifico che ha reso possibile il permanere di diversi modelli di capitalismo. Tutti questi modelli hanno dimostrato di poter accompagnare, a certe condizioni, le aziende fornendo i tre tipi di risorse necessarie per raggiungere le grandi dimensioni: la capacità imprenditoriale, le risorse finanziarie e la capacità manageriale. Solo per fare qualche esempio, alcuni tra i leader mondiali del settore siderurgico, del settore automobilistico o del settore del “lusso” sono imprese controllate da una famiglia.

E, a ben vedere, anche alcuni giganti della tecnologia nord americani come Apple, Facebook, Twitter e persino Google accreditano l’opinione che anche nei settori “moderni” sia possibile che la capacità imprenditoriale sia fornita da una persona in grado anche di raccogliere le risorse finanziarie necessarie per lo sviluppo dell’impresa mantenendone il controllo. Negli ultimi vent’anni, è diventato molto visibile in numerosi Paesi il fenomeno di grandi aziende controllate da famiglie.

Ove si considerino anche le imprese più piccole il capitalismo familiare è la forma di controllo più diffusa. I dati di Paesi quali gli Stati Uniti, la Cina, la Germania, la Francia, l’India, il Brasile e, da ultimo, l’Italia confermano questa evidenza. E, considerando il Global Family Owned Businesses Index calcolato da Credit Suisse First Boston, i valori dei titoli delle imprese familiari sono cresciuti dopo la crisi del 2009 molto più dei titoli del MSCI Index. E anche in Italia, secondo l’Osservatorio AUB, l’occupazione delle imprese familiari è cresciuta dal 2007 al 2012, le imprese familiari sono cresciute più delle altre imprese tra il 2001 e il 2012 e hanno registrato in media risultati reddituali migliori rispetto alla redditività dei settori di appartenenza.

Ma molto lavoro rimane da fare ed è vero che l’Italia ha bisogno di un maggior numero di imprese familiari che raggiunga posizioni di leadership internazionale, che si quoti in Borsa per raccogliere i capitali – e le competenze manageriali – necessari per fare acquisizioni, che proceda a processi pianificati di ricambio generazionale, che coinvolga nei Consigli di Amministrazione membri indipendenti “costruttivamente critici”. La prima responsabilità del lavoro da fare spetta agli imprenditori, ma i policy makers dovrebbero dedicare le migliori energie a individuare e sostenere le condizioni di contesto che possono favorire lo sviluppo duraturo di grandi imprese familiari piuttosto che a ipotizzare lo sviluppo di altre forme di capitalismo meno coerenti con il contesto italiano.

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