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Come si faceva una guerra? I segreti svelati alla Rocca di Romano

Marco Cimmino, il Virgilio di Bergamonews, questa settimana ci porta davvero poco lontano da casa: a Romano di Lombardia. Una gita per visitare la Rocca Viscontea e il "Museo della memoria della Comunità" e conoscere come si faceva e si combatteva una guerra.

di Marco Cimmino

Il maltempo non ferma i fuoriportisti: con la bufera come con il sole, impavidi lasciano la casetta ed affrontano gli incerti del viaggio!

Certo, gennaio non è mica tempo di spedizioni in grande stile: perfino le guerre, almeno fino alla soglia di questi nostri invidiabili tempi di democrazia, di danni collaterali e di pacifici massacri, si sono fatte con la bella stagione.

Clausevitz, nel 1830, postulava che si combattesse soltanto quattro mesi all’anno. Vabbè che diceva anche che lo scopo di una guerra è distruggere le potenzialità offensive dell’esercito nemico: mentre, oggi, lo scopo di una guerra è distruggere il nemico, tout court.

La guerra è parecchio cambiata, mi pare di poter dire: e noi con essa. Insomma, per farla breve, parleremo di guerre e lo faremo senza proporre viaggi estenuanti o strade malagevoli: la gita fuoriporta di oggi non esce dalla nostra provincia, a dimostrazione del fatto che, spesso, possiamo trovare godibilissimi momenti di ristoro intellettuale, senza per forza recarci nei templi della cultura.

Basta, ad esempio, spingersi fino a Romano di Lombardia, per passare un paio d’ore veramente interessanti, in compagnia di insospettati cimeli delle guerre nazionali: da quelle risorgimentali fino all’ultima, che fu mondiale e seconda per numero. Come quasi sempre accade, questo piacevolissimo viaggio nella nostra storia si deve alla buona volontà, allo zelo e alla resistenza fisica di privati cittadini, che, contro ogni avversità, materiale e politica, permettono ad iniziative assolutamente encomiabili di prosperare: stavolta, si tratta dell’Associazione Combattenti e Reduci di Romano, che, con pazienza e tanto lavoro, ha messo in piedi un piccolo ma fornitissimo museo. Questa esposizione, che ha preso il nome di “Museo della Memoria della Comunità”, ha avuto origine nel lontano 1946, con l’obbiettivo di raccogliere i ricordi dei cittadini romanesi caduti in guerra allo scopo di onorarli.

Un po’ alla volta, però, la collezione si è notevolmente ingrandita, acquisendo pezzi di ogni genere, alcuni anche molto rari: tant’è che, nel 1991, si è dovuta trasferire nella nuova sede, all’interno della bellissima (anche se, ahimè, molto malandata e mal restaurata) Rocca viscontea, di cui abbiamo già detto in un precedente capitolo.

Oggi, occupa tre saloni al primo piano del castello, e si può visitare gratuitamente, sia il sabato che la domenica, dalle10 alle 12. Vi confesso che, la prima volta che ho visitato questo museo, non credevo ai miei occhi: tra tantissimi cimeli, certo interessanti, ma che si possono vedere in qualunque collezione, anche privata, ho scoperto delle autentiche perle, di quelle che fanno la gioia del polemologo.

A cominciare dalla raccolta completa delle carte personali del generale Perrucchetti, il creatore del corpo degli alpini: autografi di personaggi notissimi del mondo militare e politico, cartine originali, documenti di estremo interesse, tanto per il ricercatore quanto per il profano. Ho trovato perfino un prezioso visore tridimensionale con fotografie della Grande Guerra: immagini di caduti e di sepolture di fortuna, estremamente rare, dato il divieto dei comandi di scattarle, temendone l’effetto deprimente sulla popolazione e sui combattenti. E, poi, proiettili di ogni calibro, elmetti, divise, mitragliatrici, lanciabombe, daghe, spade e sciabole e perfino un prezioso Panzerfaust, perfettamente conservato.

C’è un po’ di confusione, di disordine, naturalmente: manca quel colpo d’occhio didatticamente nitido che caratterizza i musei militari d’oltralpe e, qualche volta, i grandi musei nazionali. Ma si tratta di palanche e di manodopera, non di cattiva gestione: i volontari, credetemi, fanno miracoli, con quei pochi fondi di cui dispongono.

Vale, perciò, doppiamente la pena di visitare e di pubblicizzare questo piccolo paradiso dell’appassionato di militaria: per dare giusto risalto alla valorosa attività di chi lo ha creato e lo tiene aperto, e per spulciare e curiosare, come in un’immensa cantina, tra i tanti oggetti e documenti, sicuri di trovare, qua e là, autentici diamanti. Un museo un po’ diverso dal solito, dunque: più piccolo e senza troppe pretese, ma che può dare grandi soddisfazioni a chi sappia guardare oltre la primissima apparenza. E, poi, fate due conticini: partite da Bergamo alle nove e mezza, fate due passi per Romano, visitate la Rocca, girate un’oretta per il museo, e prima dell’una siete a casa, giusto in tempo per mettere i piedi sotto la tavola.

Se non è una gita fuori porta questa qui: perfino quel brontolone di Clausevitz non ci troverebbe nulla da dire. Benché, qualcuno tra i lettori….

Commenti

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  1. Scritto da puffo

    Non credo si impari come si faceva la guerra. Nella migliore delle ipotesi, vedere degli “attrezzi da guerra” non insegna come si faceva la guerra (per esempio vedere un quadro non significa conoscerne il metodo di realizzazione). Attività umana che varia di epoca in epoca, ma non solo negli strumenti. Però credo ne valga pena, anche solo per valorizzare il lavoro dei volontari.

    1. Scritto da Marco Cimmino

      In effetti, il titolo tende a trarre un po’ in inganno, rispetto al contenuto del mio articolo. Faccio presente che i titoli non li scrivo io, ma la redazione. Facciamo cosi’: la prossima volta, io scrivo l’articolo e lei il titolo. Cosi’, la redazione dorme tra due guanciali e lei si puo’ concentrare sul contenuto del pezzo, senza che la sua sensibilita’ sia distratta dai titoli.

  2. Scritto da darioflautista

    buona questa, prof. meriti i complimenti anche per il sano distacco dalla cruenta materia. Pace in terra…